Mais In festa! Rituali per la decolonizzazione agricola di Elda Isavelina Ortiz Rivas è un manifesto toccante in difesa di un patrimonio culturale a cui si legano memorie d’infanzia e speranze per il futuro.
L’opera è presentata in anteprima internazionale alla 39ª edizione del Bolzano Film Festival Bozen.
Mais In festa!
Nel corso della storia, il cibo non è mai stato soltanto nutrimento, ma un autentico strumento di coesione sociale. Attraversato da flussi incessanti di immagini, persone e culture, esso si è configurato come un linguaggio mobile e instabile, capace di esprimere identità sempre meno radicate in un unico territorio. È all’interno di questa prospettiva che, nel 2025, l’autrice messicana Elda Isavelina Ortiz Rivas realizza il cortometraggio Mais in festa! Rituali per la decolonizzazione agricola.
Partendo da una profonda fascinazione per la dimensione rituale che circonda la polenta nelle comunità alpine del Nord Italia, la sceneggiatura di Ortiz Rivas disseziona un’intera filiera produttiva indagandone pratiche e consuetudini. Tramite un uso sapiente di materiali eterogenei, che vanno dal girato di repertorio fino ai filmati di famiglia, il chicco di mais si trasforma così in un ponte capace di connettere culture e luoghi distanti solamente in apparenza.
Una visione oggettiva e intimista
Il film, pur collocandosi prevalentemente nel solco del documentario espositivo, si arricchisce di sfumature performative che mettono in luce il vissuto personale dell’autrice, facendolo oscillare costantemente fra informazione e narrazione. Di conseguenza, l’opera si distanzia nettamente dai rigidi formalismi di una certa tradizione documentaristica, caratterizzata da una vera e propria “condanna” del coinvolgimento attivo dell’osservatore: una poetica per altro a suo tempo già messa in discussione dalla dissacrante vena polemica di Buñuel in Land Without Bread (1933).
In Mais in festa! l’estro creativo di Ortiz Rivas raggiunge però il suo apice nel montaggio, dove la continua alternanza tra pellicola e girato digitale dà vita a un dialogo intenso e serrato tra passato e presente, senza alcun vincolo espressivo. Un esempio emblematico di questa libertà si ritrova nel peculiare trattamento del found footage che non viene semplicemente riproposto, ma rielaborato artisticamente mediante tecniche quali il reverse, il time-lapse, variazioni cromatiche e l’uso del picture-in-picture, generando suggestivi intrecci tra le immagini. A ciò si aggiungono sporadiche incursioni del cinema di finzione, con un uso allegorico di sequenze tratte dal film muto del 1904 Christopher Columbus di Vincent Lorant-Heilbronn.
Semi di resistenza
Attraverso un excursus storico e introspettivo, la regista porta sullo schermo un’indagine che interpreta la dimensione agricola come fondamento di una realtà comunitaria basata sul rispetto della terra e su un rapporto simbiotico con la natura, dimostrato soprattutto dalle testimonianze dirette di alcuni produttori locali dell’Alto Adige.
Dal Piemonte al Trentino, passando per il Messico, Elda Isavelina Ortiz Rivas si fa dunque promotrice di una decolonizzazione del ricco patrimonio culturale legato al mais. Il granturco diventa archetipo di una lotta consapevole a difesa di secolari tradizioni, oggi minacciate tanto dall’erosione culturale quanto da una burocrazia opprimente che soffoca sempre più le piccole realtà produttive e con esse l’anima di intere comunità.