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Trieste Film Festival

Trieste Film Festival 2026: lo sguardo delle registe nel cinema sloveno contemporaneo

Come una nuova generazione di autrici ha ridefinito temi, linguaggi e presenza internazionale del cinema sloveno.

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Negli ultimi anni il cinema sloveno ha attraversato una fase di rinnovamento che riguarda non solo i linguaggi e i temi, ma anche chi i film li realizza. All’interno di una cinematografia piccola per dimensioni produttive ma estremamente attiva nei festival, la presenza delle registe è cresciuta in modo evidente, tanto da diventare uno degli elementi più interessanti del panorama contemporaneo. Non si tratta di un fenomeno improvviso né isolato, ma del risultato di un processo che affonda le radici nei primi anni Duemila e che oggi mostra una nuova maturità.

Parlare di ondata di registe nel cinema sloveno significa quindi interrogarsi su un cambiamento strutturale: sul modo in cui le donne hanno trovato spazio nella produzione nazionale, sui temi che attraversano i loro film e sulla visibilità internazionale che molte di loro hanno conquistato, spesso grazie ai festival.

Varuh meja (2002), di Maja Weiss

Un cinema giovane, in trasformazione

Il cinema sloveno, così come lo conosciamo oggi, è una realtà relativamente recente. Dopo l’indipendenza del Paese nel 1991, il settore audiovisivo ha dovuto ridefinirsi quasi da zero, costruendo nuove istituzioni, meccanismi di finanziamento e una propria identità culturale. Per buona parte degli anni Novanta e dei primi Duemila, la regia è rimasta un territorio prevalentemente maschile, con pochissime eccezioni.

Le prime registe a firmare lungometraggi di finzione con una reale distribuzione arrivano in Slovenia solo all’inizio degli anni Duemila. Un passaggio decisivo è segnato da Maja Weiss, che nel 2002 dirige Varuh meje (Guardian of the Frontier), e da Hanna Slak, che nello stesso periodo realizza Slepa pega (Blind Spot), uscito nel 2004. I loro film rappresentano un punto di svolta non solo per una questione di presenza, ma perché inaugurano una strada fino ad allora quasi inesistente per le donne nella regia slovena, all’interno di un sistema produttivo ancora fragile, in cui realizzare un lungometraggio significava muoversi tra risorse limitate, finanziamenti incerti e un’industria in piena fase di assestamento.

Da allora, tuttavia, qualcosa cambia. Il sistema di sostegno pubblico si rafforza, le coproduzioni internazionali diventano più frequenti e una nuova generazione di autrici inizia a emergere, spesso con percorsi formativi transnazionali e uno sguardo aperto al dialogo con il cinema europeo.

Family Therapy (2024), di Sonja Prosenc

Le registe e le opere che hanno segnato una svolta

Tra le figure centrali di questo percorso c’è senza dubbio Sonja Prosenc, oggi una delle autrici slovene più riconosciute anche fuori dai confini nazionali. Il suo cinema si muove su un registro intimo e controllato, concentrato sulle dinamiche familiari e sui non detti che attraversano le relazioni. Film come Drevo (The Tree), Zgodovina ljubezni (History of Love) e Odrešitev za začetnike (Family Therapy) hanno rappresentato la Slovenia in diversi contesti internazionali, confermando una continuità autoriale rara in una cinematografia di piccole dimensioni.

Accanto a Prosenc, un ruolo fondamentale è svolto da Špela Čadež, che lavora prevalentemente nell’animazione. Il suo caso è particolarmente interessante perché mostra come il cinema sloveno al femminile non si esaurisca nel live action, ma trovi nell’animazione uno spazio di sperimentazione riconosciuto a livello mondiale. I suoi cortometraggi, da Nighthawk fino a Steakhouse, hanno costruito una presenza solida nei festival internazionali, dimostrando come anche un formato breve possa avere un forte impatto culturale.

Un’altra figura chiave è Hanna Slak, il cui lavoro si colloca spesso in un territorio di confine tra cinema di finzione e riflessione storica. Rudar (The Miner), ad esempio, affronta il tema della memoria collettiva e delle rimozioni del passato, mostrando come il cinema sloveno possa confrontarsi in modo diretto con le ferite ancora aperte della storia recente.

Negli ultimi anni si sono affacciate anche nuove voci, spesso legate al cortometraggio e al documentario, come Urška Djukić, Sara Kern, Urša Menart, Nika Autor: autrici che stanno costruendo i propri percorsi passo dopo passo, trovando nei festival uno spazio di legittimazione fondamentale.

Temi ricorrenti: identità, famiglia, memoria

Pur nella varietà di linguaggi e approcci, il cinema delle registe slovene presenta alcune linee tematiche ricorrenti. La famiglia è uno dei nuclei più frequenti: non come luogo idealizzato, ma come spazio di tensioni, silenzi, fratture generazionali. Spesso le storie si concentrano su momenti di crisi, passaggi di crescita o rotture improvvise che mettono in discussione equilibri solo apparentemente stabili.

Un altro tema centrale è quello dell’identità, declinata sia sul piano individuale sia su quello collettivo. Le protagoniste dei film sono spesso figure in transizione, alle prese con cambiamenti personali che riflettono trasformazioni sociali più ampie. In questo senso, il cinema delle registe slovene dialoga in modo diretto con la storia recente del Paese e con il suo posizionamento all’interno dell’Europa contemporanea.

La memoria, infine, attraversa molte opere, soprattutto quando il cinema si confronta con il passato socialista, con le sue eredità irrisolte e con ciò che è stato rimosso dal racconto ufficiale. Non si tratta di un cinema didascalico, ma di uno sguardo che lavora per frammenti, spesso attraverso storie individuali che aprono a una dimensione collettiva.

Nighthawk (2016), di Špela Čadež

Festival, riconoscimenti e visibilità internazionale

La crescita delle registe slovene è strettamente legata al circuito dei festival. Karlovy Vary, Locarno, Sarajevo, Annecy, ma anche rassegne più piccole e specializzate, hanno rappresentato luoghi fondamentali di visibilità e confronto. In molti casi, il riconoscimento internazionale è arrivato prima di quello nazionale, confermando una dinamica tipica delle cinematografie minori.

Anche i festival sloveni, dal LIFFe – Ljubljana International Film Festival al Festival del Cinema Sloveno di Portorose, hanno progressivamente ampliato lo spazio dedicato alle registe, contribuendo a consolidarne la presenza nel dibattito culturale interno.

In questo contesto, il Trieste Film Festival svolge un ruolo particolarmente significativo: come piattaforma di dialogo tra il cinema dell’Europa centro-orientale e il pubblico italiano, il festival ha spesso intercettato queste voci emergenti, offrendo loro uno spazio di visibilità e di contestualizzazione critica.

Uno spazio ancora in costruzione

Nonostante i progressi evidenti, lo spazio delle registe nel cinema sloveno resta un terreno in evoluzione. I numeri mostrano una crescita costante, ma la parità è ancora lontana. L’accesso ai finanziamenti, la continuità produttiva e la possibilità di costruire carriere a lungo termine restano questioni aperte.

Allo stesso tempo, però, è proprio questa fase di assestamento a rendere il momento attuale particolarmente interessante. Le registe slovene non rappresentano più un’eccezione, ma una componente strutturale del cinema nazionale. I loro film contribuiscono a ridefinire l’immaginario del Paese, offrendo strumenti di comprensione che vanno oltre il singolo titolo o la singola autrice.

Più che un fenomeno passeggero, l’ondata di registe nel cinema sloveno appare oggi come uno dei segnali più chiari della vitalità di questa cinematografia: una vitalità che passa attraverso sguardi plurali, narrazioni intime e una costante attenzione al presente.