Se Buon compleanno Mr. Grape è ancora chiamato in causa a distanza di oltre trent’anni, non è semplicemente per nostalgia da divo o per la fama azzeccata di un certo Leonardo DiCaprio o di uno straordinario Johnny Depp nel ruolo del protagonista Gilbert Grape. È perché, a dispetto delle categorie in cui lo si è voluto confinare; “dramma familiare delicato”, “lancio di carriera” e “narrativa di provincia” il film di Lasse Hallström incastra due ambizioni che il cinema mainstream raramente osa tenere insieme: l’onestà nei sentimenti e l’intransigenza nell’analisi psicologica. Avevamo già trattato la pellicola in precedenza qui.

Un dramma che non chiede il permesso
Bisogna specificare che non si sta parlando del solito melodramma empatico, quello che si affida a lacrime facili e una sviolinata grave per sollevare il cuore. Quel tipo di cinema è una fiera dove tutti vincono un premio. Qui, invece, Hallström costruisce un paesaggio emotivo in cui il peso delle responsabilità è materia corporea e narrativa. Il tempo non scorre all’interno della trama: si accumula, strato su strato, come le energie consumate da Gilbert (Depp) mentre continua a fare ciò che ormai è diventato il suo destino: tenere insieme un microcosmo umano che non ha niente di eroico ma tutto di umano.
E qui arriva una delle componenti meno celebrate — e quindi più interessanti — del film: la banalità eroica di essere normali. Senza effetti speciali, senza colpi di scena da sceneggiatura patinata, Hallström affronta la vita quotidiana con la stessa serietà con cui altri registi trattano cieli infuocati, esplosioni o duelli spaziali. Nel farsi carico delle piccole decisioni di Gilbert — preparare una cena, aiutare un fratello, sostenere una madre, persino tentare di conquistare Becky — il film scopre una grammatica del sacrificio che non è retorica, ma scavo.
E qui si innesta il secondo grande motivo per cui Buon compleanno Mr. Grape continua a restare vivo nella memoria cinematografica: la performance di DiCaprio. Non è esagerato dire che il giovane DiCaprio non interpreta un personaggio con disabilità: lo abita, lo rende inconsapevole ma infinitamente umano in ogni tic, in ogni esitazione, in quella leggerezza che in pochi avrebbero saputo rendere senza cadere nello stereotipo. La sua nomination all’Oscar non fù solo una di una lunga serie; è la conferma che il cinema poteva ancora, in quell’età remota degli anni ’90, premiare il rischio di mostrare l’umano nella sua fragilità assoluta, senza maschere, senza effettoni.
Lo sguardo oltre
La regia rifiuta il ricatto emotivo. Non c’è pietismo, non c’è punizione morale, non c’è una direzione forzata dello sguardo dello spettatore. Hallström sembra dire: “queste persone esistono, non per farvi pena ma per farvi pensare”. La provincia americana di Endora, dove hanno luogo i fatti, non è solo lo sfondo geografico; ma è bensì lo spazio mentale in cui ogni personaggio misura i propri limiti. Nessuno è innocente, nessuno è colpevole: esistono solo condizioni da attraversare, proprio per questo l’occhio del regista non cerca mai di guidare lo spettatore dove “si deve provare qualcosa”; si limita a posizionare la macchina da presa nel punto in cui la verità non può essere evitata.

Conclusione
Buon compleanno Mr. Grape resta uno dei ritratti familiari più onesti del cinema americano degli anni ’90. Non esigendo la lacrima facile ma altresì di sedersi, fermarsi un attimo e di riflettere. Non chiede di giudicare, ma di restare. In un’epoca di narrazioni che trasformano tutto in clamore, fianco i arrivare a trasformare anche i drammi più struggenti in carrozzoni barocchi, questo film sceglie la postura opposta: la dignità che non cerca applausi.
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