Cosa significa raccontare una storia che ti riguarda da vicino, senza trasformarla in un diario? Come si mette distanza quando il dolore, la comunità, il Casale, i legami e le fratture appartengono prima di tutto alla tua vita? Con la sua opera prima Teresina, presentata al RIFF: Rome Independent Film Festival, la regista Irene Belluzzi affronta proprio questo: trasformare un vissuto condiviso in cinema, senza tradirne il reale, ma senza restarne intrappolata.
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Una regista, che nasce come sceneggiatrice, mette in scena un gruppo di giovani che tenta la vita comunitaria in un casale tra i monti, sostenuto dalla produzione The Blink Fish con il supporto del MIC e della SIAE Per Chi Crea, e distribuito da Siberia Distribution. Con una troupe giovane, un anno di prove con gli attori, Irene Belluzzi porta sullo schermo la complessità di un’esperienza reale: una comunità artistica e umana che prova, sbaglia, si sfalda, e continua comunque ad andare avanti. Il gruppo si ritrova a fronteggiare la morte di una capra, che rappresenta la tragedia personale di Nicola. La perdita dell’animale scatena conflitti tra i membri del gruppo, portandoli a dividersi e a mettere in luce fallimenti e frustrazioni.
Teresina: come si dirige ciò che è realmente accaduto?
I fatti narrati in Teresina sono accaduti davvero. Quanto è stato difficile mantenere la distanza registica, pur lavorando su eventi così personali, sia per te sia per le altre persone coinvolte?
È stato molto difficile. Il lavoro è stato molto impegnativo ma allo stesso tempo emozionante, con gli attori che erano più coinvolti di me all’interno della storia. Ha aiutato il lavoro fatto dagli art director. I protagonisti hanno vissuto in prima persona la storia del film. Gli art director sono stati molto bravi ad aiutarli a immedesimarsi in loro stessi, portandoli a essere il più lontani possibile e i più vicini possibile ai loro nuovi personaggi.
I due art director sono Marco Belluzzi e Anna Ranci. Uno dei due ho la fortuna di averlo come zio, quindi questa cosa mi ha aiutato a convincerlo a partecipare. Mio zio tra l’altro ha concorso per un David di Donatello.
Oltre a quello, ho avuto la fortuna di poter lavorare con i ragazzi per un anno. Una volta ogni due o tre mesi ci incontravamo e facevamo delle prove. Mi ricordo ancora che la prima volta che abbiamo messo in scena il ritrovamento della capra da parte di Nicola, Nicola piangeva per davvero e io piangevo di disperazione perché non era minimamente una performance attoriale, ma era quasi un atto psico-magico alla Jodorowsky. Quindi è stato un po’ complicato, ma personalmente sono molto felice del risultato ottenuto, consapevole anche delle difficoltà iniziali.
La prima volta che ho fatto leggere la sceneggiatura, alcuni degli attori mi hanno chiamata e mi hanno detto: “Io non ho mai detto una cosa del genere”. Ho dovuto far capire loro dove stava il limite tra ciò che era accaduto davvero e ciò che veniva romanzato e trasformato in un’opera cinematografica. Avrei fatto un documentario altrimenti.
Allora usavo una metafora: ognuno rappresentava una parte diversa di quel rudere del 1400. Uno doveva impersonare la casa, uno la porta, uno la pietra, così che poi il risultato finale venisse coerente con la verità. Ma non necessariamente ogni frase detta e ogni avvenimento narrato corrisponde a ciò che era avvenuto veramente. In fase di prove, addirittura ridistribuivamo gli attori in diversi personaggi.

La comunità in Teresina
La comunità si prefigge uno stile di vita alternativo, ma crolla di fronte alla morte di Teresina. Il film vuole essere una critica al fallimento dei modelli di vita utopistici che ci creiamo oggigiorno?
No, mi sento di dirti assolutamente no. Non è una critica nei loro confronti, ma è un ritratto della difficoltà che deve affrontare chi prova a vivere in questo modo. Da fuori sembra sempre tutto meraviglioso e scintillante. Si leggono e si vedono in giro tanti esperimenti fatti in realtà comunitarie come queste. Oggi, poi, se ne fanno molti più di ieri.
Però, gli esperimenti di vita comunitaria, più o meno politica, sono osannati, da un certo punto di vista. Chi li vive quotidianamente si rende conto invece delle difficoltà. Quindi il fallimento e il crollare di fronte a un avvenimento così personale e atipico come la morte di Teresina non vuole essere una critica: vuole essere un ritratto di cose che accadono.
La scelta di rimanere con la macchina da presa nel gruppo, nel finale, e di non seguire Nicola mentre va via, per me è stata la scelta più importante in questa direzione. Perché, per me, la scelta di rimanere lì con loro, nonostante avessero fallito, nonostante avessero perso uno del gruppo, era un messaggio per dire: “Comunque sia, va’ avanti, qualcosa succederà ancora”.
Quando mi è capitato di far leggere la sceneggiatura a persone nel mondo artistico che avevano provato a fare delle cose di questo tipo, spesso c’erano nei loro occhi una tristezza velata e un giudizio nei confronti di questi esperimenti.
Tanto che un regista, per il quale inizialmente avevo scritto questa sceneggiatura, mi aveva detto che non se la sentiva di girare questo film. Il motivo principale era perché lui sapeva bene cosa fossero le comunità aveva il terrore di buttare addosso al film un suo sentito personale, che sarebbe stato di critica e poco oggettivo. Proprio lui fu la prima persona che mi consigliò di girarlo io, questo film. Poi da lì è iniziato il mio percorso registico.

Regista Irene Belluzzi. Foto scattata da Bianca Francesca Belluzzi.
La nascita di un’esordiente
Inizialmente avevi già pensato di occuparti anche della regia, oppure avevi immaginato di essere solo sceneggiatrice?
Al tempo in cui iniziai ad approcciarmi al casale, ero sceneggiatrice, oltre che aiuto regia sui set. Non mi sognavo di fare la regista, ma quando si presentò l’occasione mi decisi. Desideravo che quella storia uscisse e per farlo ero disposta a mettermici a capo.
Se chiamare un regista più famoso di me avesse potuto aiutare, l’avrei fatto. Poi la vita fortunatamente è andata in tutt’altra direzione: ho vinto il bando della SIAE che mi ha permesso con quei soldi di realizzare il mio film. Sono immensamente felice di come sono andate le cose e ho già alcuni futuri progetti registici. È iniziata una cavalcata nuova.
Il crowdfunding tra idealismo e realtà
Oltre ai fondi, avete aperto un crowdfunding: in che modo questo ha cambiato il vostro networking? Avete notato nuovi contatti o collaborazioni nate grazie alla visibilità?
Purtroppo, non particolarmente. Il crowdfunding è un mezzo che, idealmente, trovo meraviglioso. Ma per la mia esperienza, non solo in questo progetto ma anche in altri, è sempre stato un modo gentile e un po’ impersonale di chiedere soldi ai parenti e agli amici.
Mi piacerebbe rispondere diversamente, però non sarei sincera. Ho visto progetti che sono sopravvissuti grazie al crowdfunding. Noi siamo arrivati a 4000 euro, quindi non pochi. Dalle tante persone non sono arrivate cifre significative, ma tanti piccoli oboli. Ed erano tutte persone che io già conoscevo in qualche maniera. Grazie a Dio conosco tante persone e ho tanti amici, persone meravigliose, ma non mi è mai capitato di leggere un nome che non conoscessi. Quindi su questo devo essere sincera: il crowdfunding, in questo caso, non è stato poi così significativo.

La ruota degli sbatti: ironia, responsabilità e fatica comunitaria
Ritornando al film, mi ha colpito la “ruota dello sbatti”, la ruota del destino che assegna compiti casualmente. Perché a Nicola capitano quasi sempre gli stessi compiti? È un commento sarcastico sulle dinamiche della comunità?
In parte lo è. D’altra parte, per me la ruota degli sbatti, che esiste, anche se utilizzata un po’ diversamente, diventa la metafora della mancanza di cura. Avere cura vuol dire mettere intenzione nelle cose, vuol dire prendersi responsabilità, avere pazienza, avere dedizione.
Ed è quello che, alle volte, porta al fallimento delle comunità: quella critica cui mi accennavi prima, forse nella ruota degli sbatti un po’ c’è. Perché è bello il sogno comunitario, è incredibile, ma, se non si cambi il tuo atteggiamento, non è un modo per scappare dalla vita vera. È altrettanto faticosa, ma, se incanalata nella giusta direzione, è una fatica differente.
Il fatto che capiti sempre a Nicola è perché in realtà la ruota è rotta: funziona male, capita sempre sulle stesse persone. Perché anche quello è faticoso, a un certo punto. È la non presa di responsabilità, che per me è un grandissimo problema sociale, ed emerge ancora di più all’interno di piccole comunità come quella di un casale o di un’associazione artistica simile.

Regista Irene Belluzzi. Foto scattata da Bianca Francesca Belluzzi.
Vivere in comunità
Una domanda più personale: cosa pensi davvero della vita in comunità?
Credo che vivere in una comunità sia la cosa più rivoluzionaria e coraggiosa che si possa fare oggi nella vita di un occidentale medio, sicuramente nella mia. È difficilissimo: io non vivo fisicamente sempre là, però continuo ad andarci. Quando sono in fase di scrittura o in un periodo in cui non sto lavorando a Milano, vado lì.
La scelta unica di vivere solo lì può essere distruttiva per i progetti personali. Abbiamo spesso bisogno anche della città, quindi non critico totalmente il mondo cittadino. Però il mio progetto, che sto portando avanti e in cui (credo) investirò parte della mia vita futura, è trovare un luogo, il casale o un altro, dove cominciare a mettere in piedi una vita comunitaria.
Innanzitutto per il mutuo soccorso. Io ho 35 anni e penso che un figlio a Milano, in una grande città, non lo farei. Mi rifiuto. È diventata una cosa disumana per me. Un figlio in una comunità lo farei, un domani.
E così tante altre cose: lavoro, progettualità, artisticità. A volte entri in buchi neri e se accanto hai una persona con una mezza idea, aiutandola riapri un tuo reparto artistico assopito e riesci poi a concentrarti. Io ci credo fortemente ed è un progetto che voglio mandare avanti. Ci vuole dedizione, impegno, fatica e anche un po’ di investimento economico, perché un posto bisogna trovarlo.
Nella mia idea, necessito sempre di più anche di spazi intimi. Non è che vivere in comunità vuol dire per forza condividere il bagno con 15 persone. Ci possono essere camere con bagni personali, cucinotti, e poi grandi spazi condivisi.

La Tre Giorni di Grizzana: oltre Teresina
Parliamo del festival che verrà organizzato, la Tre Giorni di Grizzana.
Si tratta di un festival di musica e teatro, con 40 persone che lavorano gratuitamente per tutto l’anno per realizzarlo. Per me, da milanese con una certa mentalità, arrivare in un luogo così è stato come finire in una vasca piena di gente che, pur di fare qualcosa di bello, per mesi non dorme la notte perché deve fare altri 40 lavori di merda per pagarsi da vivere. Ma che, nel frattempo, organizza un festival.
Non è una roba semplice. Sono tutti mezzi attori, quindi puoi immaginare che disastri abbiamo fatto nell’organizzazione. Però per me è stata una boccata d’aria: mi ha dato speranza che le cose, se le desideri, possono succedere. Il festival, che si svolge in tre giorni, sarà a Grizzana Morandi, un comune di Bologna. Lo facciamo ogni anno a giugno.
Come tutto è iniziato: il Casale
Ultima domanda: come sei venuta a conoscenza del Casale?
Uno dei miei familiari ci viveva. Lo conosco da quando è nato e mi continuava a dire che dovevo andare a questo Casale. C’era un’alternativa a Buonvento, un’altra residenza artistica che era in mano a mia mamma e alla mamma di questo ragazzo mio familiare. Mia mamma era una pittrice. Poi hanno optato per il Casale.
Di solito erano Grecia, ma col Covid non sono potuti andare, e allora sono andati al Casale. Io sono andata e ho conosciuto questa banda di briganti. Mi sono innamorata del posto, delle loro storie, del loro dolore. Mi entusiasmava, nei primi due mesi, vedere la bellezza di questa libertà incredibile, di questi ragazzi, tutti belli. Cominciai a vedere che c’era tantissima difficoltà e sofferenza là dietro, soprattutto in quel periodo.
Ma ne vidi la poesia. Alla fine, è quello che facciamo noi autori: rubiamo sempre, continuamente, e trasformiamo quello che vediamo attraverso il nostro paio d’occhiali.