Una sorta di reazione, o almeno un tentativo, contro la censura in Seen Unseen: An Anthology of (Auto)Censorship di Fırat Yücel, Erhan Örs, Sibil Çekmen, Serra Akcan, Nadir Sönmez, Hakan Bozyurt, Can Memiş e Belit Sağ. Un gruppo di registi e registe che si uniscono in nome di qualcosa di più grande.
In concorso alla 16esima edizione di Middle East Now.
La sinossi di Seen Unseen: An Anthology of (Auto)Censorship
In un momento in cui la censura in Turchia sta diventando sempre più severa, artisti e registi si ritrovano sempre più spesso a dover tacere. Questa raccolta di film del collettivo di registi Altyazı Fasikül: Free Cinema, esteticamente eclettica e politicamente audace, sottolinea la necessità di essere critici in tempi di censura e repressione. Riflessioni sulle proteste di Gezi Park, celebrazioni di luoghi dedicati a incontri occasionali, critiche al sistema penitenziario e l’esumazione delle tracce del genocidio armeno: una miriade di storie sull’attuale panorama politico della Turchia potrebbero e dovrebbero essere raccontate da registi impegnati in modo critico. (Fonte: Middle East Now)

La recensione
Definire Seen Unseen: An Anthology of (Auto)Censorship un film sarebbe riduttivo. Si tratta piuttosto di un insieme di film o comunque di modelli di comunicazione ed escamotage per dimostrare come si possa fare cinema e fare comunicazione nonostante tutto. Niente e nessuno può o deve fermare la libertà di espressione e questo collettivo lo dimostra chiaramente con un film che è, in realtà, un manifesto. Il manifesto di autori che credono nella propria arte e nella propria libertà personale.
A scene reali si mescolano tentativi di montaggio che vogliono porre l’attenzione su cosa si può e cosa non si può dire o mostrare. Da un semplice scambio di messaggi a immagini desktop, passando per telecamere a circuito chiuso. I tentativi di questo collettivo di mostrare una realtà che viene spesso messa in ombra o nascosta sono molteplici e i più disparati.
Non solo un film
Seen Unseen: An Anthology of (Auto)Censorship non ha un protagonista, non ha un racconto e non segue una struttura (pre)determinata. Il film vuole semplicemente porre all’attenzione del pubblico la problematica attuale della censura. C’è solo un filo conduttore: quello di dire la stessa cosa con tutti i mezzi possibili per poter arrivare a più persone possibili.
Quasi un documentario, ma con una potenza estrema, in grado di rompere ogni barriera, quelle fisiche e quelle più astratte. Alla fine tutti i puntini tornano e combaciano tra loro. L’obiettivo di Seen Unseen: An Anthology of (Auto)Censorship è, infatti, proprio questo: dare voce a tutto e a tutti, dimostrando come la potenza del cinema sia in grado di superare anche gli ostacoli apparentemente più insormontabili.
Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli