Enemy di Denis Villeneuve: il tema del doppio declinato in chiave politica

Lasciarsi sedurre dalla dimensione psicologista del sesto lungometraggio di Denis Villeneuve comporterebbe un fatale impoverimento dell’ampio respiro che lo informa. Enemy è prima di tutto un film politico

  • Anno: 2013
  • Durata: 90'
  • Distribuzione: CG Entertainment
  • Genere: Thriller
  • Nazionalita: Canada, Spagna,
  • Regia: Denis Villeneuve

Si farebbe un torto al bel film di Denis Villeneuve, Enemy (2013), se si cercasse a tutti i costi di schiacciarlo su uno scialbo psicologismo cui tentare di dare un’opportuna ed esauriente interpretazione. Sul tema del doppio si sono già versati fiumi d’inchiostro, perciò prodursi nell’ennesima, fitta esegesi dell’infinita questione, oltre a non aggiungere alcunché di nuovo, rischierebbe di spoetizzare l’immaginario messo in scena dal regista canadese, che, in questa occasione, ha trasposto sul grande schermo, su sceneggiatura di Javier Gullón, il romanzo del Premio Nobel José Saramago, L’uomo duplicato.

Interessante è senza dubbio la pesante atmosfera d’inquietudine e spaesamento che vive il protagonista, e lo spettatore con lui: un lento e inesorabile sprofondamento in un abisso, in una piega, in cui si prova un crescente senso di vertigine (e l’assonanza con il capolavoro di Hitchcock viene da sé). Il soggetto sdoppiato non può più essere considerato un male spaventoso, anzi, a rigore, la scissione è divenuta pressoché la caratteristica più diffusa dell’uomo contemporaneo, il quale, attraverso numerose manie ossessivo-compulsive, tenta di evitare un’esplosione che è sempre sul punto di verificarsi. Se questo è vero, allora a fornire un valore aggiunto al sesto lungometraggio del regista di Blade Runner 2049 (2017) è la metamorfosi del femminile, che costituisce un potente contrappunto all’insuperabile crisi interiore del maschio morente.

È il tema del Potere a insistere fuori campo, giacché il desiderio di Adam Bell (l’eccellente Jake Gyllenhaal) di dominarsi completamente (nella fattispecie, il tentativo di zittire il fantasmatico doppio Anthony St. Claire con cui si ritrova a interagire) rivela ancora una volta la tendenza a esercitare forme di controllo soffocanti – in primis verso se stessi: solo in questa prospettiva acquisisce senso il breve ma robusto prologo in cui assistiamo a una lezione del probo professore di Storia Adam Bell, mentre spiega ad alcuni giovani studenti i meccanismi che si celano dietro le dittature e, soprattutto, la frequenza ciclica con cui esse si ri-presentano. Ci sono due tempi: il primo è quello della tragedia, il secondo della farsa. Cos’altro è questa scansione se non la drammatica messa a fuoco della vittoria del tragicomico nella società liquida, quella del consumo senza attriti?

Ecco, quindi, che il divenir-animale della donna (donna-ragno) segnala, di contro, il movimento antagonista e opposto di un soggetto che preme ancor di più per rinunciare al Potere in favore della Potenza. Una Potenza che è schiacciante, di fronte alla quale il sesso maschile soccombe, divorato dalle proprie lacerazioni interiori. Al netto della retorica dell’emancipazione tanto sventolata, il maschio negli ultimi cinquant’anni non ha fatto altro che arroccarsi per tentare di difendersi dalla Potenza del Femminile. Esattamente come mostrava Federico Fellini ne La città delle donne (1980), in cui un grottesco e patetico personaggio, il Dottor Xavier Katzone (il compianto Ettore Manni), viveva recluso in una fortezza per respingere gli assedi delle tante signore e signorine ormai da tempo evase dal tempio autoreferenziale e narcisistico in cui egli voleva impalmarle. E non scomodiamo il cinema di Marco Ferreri, continuamente pervaso dalla questione della dialettica di genere.

La mutazione del corpo della donna in quello di una tarantola enorme e inquietante non deve trarre in inganno, poiché è il prodotto dello sguardo deformante del maschio, il quale non riesce a farsi una ragione della necessità di porre definitivamente le armi, nella prospettiva di dare origine, finalmente, a un’umanità nuova, in cui alla dialettica degli infiniti rapporti di forza che da sempre si sono succeduti nella storia si sostituisca un piano d’immanenza attraverso cui fare esperienza di una ‘soggettività altra’, slegata una volta per tutte dalla logica della sopraffazione (e dei suoi miserabili meccanismi).

Ecco, perché, come dicevamo all’inizio, lasciarsi sedurre dalla dimensione psicologista di Enemy o, peggio ancora, dalla sua natura di thriller, comporterebbe un fatale impoverimento dell’ampio respiro che lo informa, il quale, invece, va preservato per consentire che i significanti messi in circolo dalla pregnante iconografia di Denis Villeneuve non cessino di evocare suggestioni in grado di attivare riserve di senso fortunatamente ancora disponibili. Enemy è prima di tutto, ne siamo persuasi, un film politico.

Un’opera eccellente, dunque, di cui vi consigliamo vivamente la visione.

Pubblicato da PFA Distribuzione e 102 Distribution e distribuito da CG Entertainment, Enemy è disponibile in blu ray, in formato 2.35:1 con audio originale e in italiano (DD 2.0 e DTS-HD Master Audio 5.1) e sottotitoli opzionabili. Nei contenuti extra: Making Of; Trailer; Interviste.

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Utlima modifica: 21 Dicembre, 2017



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