Suburbicon: il racconto di una felicità apparente e del lato più oscuro della middle class americana

George Clooney pur avendo una sceneggiatura dei Coen non voleva fare un film propriamente alla Coen. In ogni caso quello dell'attore-regista di Lexington è un film in grado di creare spaccati di grande cinema, laddove riesce a raccontare i lati oscuri della middle class americana

  • Anno: 2017
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: 01 Distribution
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: USA
  • Regia: George Clooney
  • Data di uscita: 06-December-2017

Siamo nel secondo dopoguerra, nelle periferie degli States si sviluppano delle isole felici, sobborghi gioiosi e a misura d’uomo con case a prezzi accessibili; uno di questi è Suburbicon: un posto tranquillo della California: residenziale, fatto a posta per vivere bene e realizzarsi all’indomani dell’incubo bellico. Una comunità di 60000 abitanti popola graziosi villini con giardinetto; la middle class e i vecchi veterani finalmente possono coltivare il proprio sogno americano di benessere, avere una casa propria e una vita agiata. A Suburbicon regna l’equilibrio, fino a quando non arrivano i Meyers, una famiglia di colore che, senza fare granché di male, destabilizza alquanto la comunità. Nella ridente cittadina l’aria si fa tesa: mentre si alimenta l’astio e prende vita la rivolta razzista, vivono in riservatezza i Lodge, bianchi, puliti e per bene. Nell’intimità delle loro mura, però, sta per accadere qualcosa di brutto e il peggio dell’umano è pronto a esplodere.

Suburbicon è pieno di cose e di motivi per cui è bene essere curiosi: sceneggiatura dei fratelli Coen, si vede e si sente eccome, ripresa per un firma a quattro mani da George Clooney e Grant Heslov (Argo), che effettivamente ci mettono del proprio. Clooney dirige e lo fa con la dovuta perizia tecnica, conformandosi al genere di “coeniana” memoria. La poetica, i personaggi e gli stilemi sono quelli: vedi Fargo, “shakeralo” con Burn After Reading e poi incastonalo negli anni ’50.

Se c’è tutto questo, non c’è però il lato grottesco che doveva funzionare in quella che a tutti gli effetti doveva e poteva essere una dark-comedy, più che un thriller con devianze del poliziottesco. Molte sequenze e dialoghi danno la sensazione che manchi qualcosa: nella rappresentazione? Nel dialogo? Nel piglio drammaturgico? Se fosse stato un film dei Coen avremmo detto che qualcosa nell’ingranaggio sembrava essere saltato. Ma, ovviamente, non possiamo chiedere a Clooney di fare i Fratelli Coen, anche perché questo è un genere che a loro riesce particolarmente bene. Perciò, siamo sicuri che al regista di Good Night and Good Luck servisse davvero rispolverare questa sceneggiatura? Certamente questa era di sicura caratura, però, in funzione della diegesi, poteva essere o trasmettere di più. Probabilmente pensando a com’era alle origini, la differenza tra un buon film quale effettivamente è Suburbicon e il film di culto che avrebbe potuto essere se le cose fossero andate diversamente, sta anche in queste componenti. Pensate: la sceneggiatura dei Coen risale all’86, poi venne destinata a Clooney nel 2005, che doveva apparire come attore non solo come regista, ma poi decise di uscire dal cast, in una produzione che ha visto la luce e il suo completamento solo nei giorni nostri. È stato un progetto che ha avuto più di qualche intoppo e forse questo non ha giovato alla perfezione dell’opera che ci viene consegnata oggi. Questo Suburbicon, sia ben chiaro, non è un’occasione persa.

Probabilmente Clooney pur avendo una sceneggiatura dei Coen non voleva fare un film propriamente alla Coen. In ogni caso quello del regista di Lexington è un film in grado di creare spaccati di grande cinema, laddove riesce a raccontare i lati oscuri della middle class americana con ottime sequenze thrilling; ritmo, climax, toni drammaturgici con attori su livelli super, personaggi cuciti addosso agli interpreti, rendono questo Suburbicon un film comunque importante. Ci metti una coppia come Matt Damon e Julianne Moore, in grande spolvero, a rappresentare due figure chiave del sadismo che si nasconde nei sotterranei di Suburbicon; ci aggiungi Oscar Isaac che entra in scena come una bomba a orologeria, scardinando tutto il drama, alimentandolo prima e annientando poi il suo personaggio in funzione di esso; è qui che lo spettatore percepisce l’ottimo peso specifico e drammaturgico dei personaggi e della scrittura, nonostante qualche piccola sbavatura.

Clooney in effetti ne approfitta per non eclissarsi al cospetto del film di “genere”, e, come è giusto che sia, fa sentire la sua mano. Non trascura il suo impegno, non manca lo sguardo sulla politica, sui mezzi di comunicazione del tempo, con la televisione che inizia a parcheggiare l’americano medio sui divani e a raccontare e influenzare l’opinione pubblica. Non manca il focus sulla falsa moralità e il conformismo borghese che si sedimentava, sulle contraddizioni e il perbenismo di quella middle class tutt’oggi ancora formidabile nell’occultare gli incubi, le manovre e le pulsioni più atroci; anche su temi come quello del razzismo che sappiamo bene non esser stato ancora superato, ma anche l’intrusione della mafia e l’avarizia dell’individuo e di una società che già a quel tempo troppo spesso sacrificava valori e vite in favore di una ricchezza materiale effimera e nichilista.

Fotografia, costumi, colors e pastelli, alla fine ci dicono che ci piace, che Clooney alla fine ce l’ha fatta, ha salvato il salvabile e, di più, ha confezionato un film e portato a termine un progetto che comunque, visti gli elementi, doveva esserci consegnato.

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