Presentato in gara nel Concorso Internazionale della 76ª edizione di Berlinale, l’anime giapponese A New Dawn diretto da di Yoshitoshi Shinomiya propone allo spettatore uno sguardo sospeso fra la velocità e il frammento, come una forma di stream of consciousness, legato a un fatto traumatico che i protagonisti cercano di rielaborare.
Nel cuore di una fabbrica di fuochi d’artificio destinata alla demolizione, Keitaro si ostina a restare. Non è solo resistenza: è un gesto quasi rituale. Isolato da quattro anni, lavora in solitudine per dare forma allo Shuhari, un fuoco mitico, cosmico, immaginato dal padre scomparso.
Il film si muove come un respiro trattenuto. La regia di Shinomiya evita ogni slancio spettacolare e preferisce scavare nella materia del tempo: quello che resta, quello che si dissolve, quello che non torna. Il risultato è un racconto paradassole che si consuma lentamente come una miccia, mentre dall’altro lato esplode in mille colori come un fuoco d’artificio.
A New Dawn, materia animata, memoria stratificata: animazione in Mix Media
Uno degli elementi più affascinanti di A New Dawn è la sua costruzione visiva, che intreccia animazione 2D, stop motion e inserti in 3D in un dialogo continuo tra digital e artigianalità. Il disegno bidimensionale accarezza i ricordi, li rende morbidi, quasi evanescenti; lo stop motion introduce una fisicità fragile, fatta di oggetti, polvere, superfici tangibili; il 3D invece apre squarci più freddi, dove la modernità e l’intervento umano si fanno più invasivi.
Questa stratificazione non è mai esercizio di stile, ma riflette il cuore del film: il conflitto tra passato e presente, tra ciò che si può ancora toccare e ciò che sta già scomparendo. Le immagini non cercano l’iperrealismo, ma una verità emotiva che passa attraverso l’imperfezione, il dettaglio, la consistenza della materia.
Il verde rigoglioso che circonda la fabbrica è già condannato, pronto a essere attraversato da una strada che spezzerà equilibri e memorie. Il tema della trasformazione – ambientale e umana – è centrale, ma mai didascalico.
Fuochi d’artificio senza esplosione
A New Dawn non concede catarsi. Anche il gesto più atteso sembra negarsi o, forse, ridefinirsi. Perché qui i fuochi non servono a illuminare il cielo, ma a interrogare il buio della perdita, del lutto.
Nonostante il film sia caratterizzato da colori sgargianti, le anime dei protagonisti sono cupe, interrotte, bloccate in quella zona d’ombra tra l’elaborazione del lutto e la possibilità di andare avanti e proseguire la propria esistenza in pace.
Shinomiya firma un’opera minuta, quasi fragile, ma capace di lasciare un segno sottile. Non è un film che si impone, ma uno che resta, come l’odore della polvere da sparo sulle mani. E in quella promessa di nuova alba si nasconde, forse, la consapevolezza più amara: non tutto ciò che nasce è destinato a illuminare. A volte, semplicemente, continua a bruciare.