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Kate Beckinsale: da Serendipity alla guerra eterna di Underworld

Dalla formazione britannica ai blockbuster hollywoodiani: Pearl Harbor, Serendipity, la saga Underworld e tutti i ruoli che hanno definito l’evoluzione della nostra attrice in blu.

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Kate Beckinsale

Kate Beckinsale è una delle attrici britanniche più versatili e riconoscibili di Hollywood, sebbene la sua carriera non abbia mai brillato per autorialità; lei si è dimostrata capace di attraversare generi cinematografici diversi con naturalezza ed eleganza. Nata a Londra nel 1973 e formatasi tra teatro e cinema, Beckinsale raggiunge la notorietà internazionale all’inizio degli anni Duemila grazie a ruoli che spaziano dalla commedia romantica Serendipity, al kolossal storico di dubbio gusto Pearl Harbor, fino alla saga action-horror dal colore blu profondo, tale che da sostituirsi ai sinonimi da dizionario di mare, cielo e atri elementi associati al blu, che la consacra icona di genere, Underworld. Con una carriera costruita su scelte non scontate e interpretazioni che oscillano tra vulnerabilità e forza fisica, Beckinsale rappresenta un esempio calzante di attrice capace di contaminare tradizione, spettacolo e introspezione emotiva attraverso personaggi di grande contrasto.

Quando l’amore è magia: Serendipity e la grazia naturale

kate beckinsale Serendipity

kate beckinsale in Serendipity

Quando nel 2001 esce Serendipity, Kate Beckinsale incarna l’ideale romantico di inizio millennio. Il suo personaggio va oltre la partner femminile di un meccanismo sentimentale perfettamente oliato; è il centro emotivo di una narrazione che gioca con il destino, il caso e la coincidenza come architettura narrativa.

Beckinsale costruisce Sara Thomas come figura sospesa tra razionalità e abbandono. La sua interpretazione non è mai zuccherosa. È trattenuta ed ironica, attraversata da una consapevolezza adulta che sottrae il film al rischio della banalità. In un genere che spesso appiattisce le protagoniste femminili in funzioni narrative, Beckinsale introduce una complessità sottile: lo sguardo non è quello di chi attende di essere scelta, ma di chi decide se concedersi.

È un romanticismo che non chiede salvezza, ma verifica. E questa tonalità segnerà anche i passaggi successivi della sua carriera.

Pearl Harbor: tra epica e fragilità

kate beckinsale Pearl Harbor

kate beckinsale in Pearl Harbor

Nello stesso anno arriva Pearl Harbor, blockbuster bellico che la spara definitivamente nell’immaginario globale. Il film di Michael Bay è un dispositivo costruito su magniloquenza visiva e melodramma patriottico che sfiora il patetismo. In mezzo a esplosioni e giravolte, la Beckinsale si ritrova a incarnare un ruolo potenzialmente sacrificabile.

Eppure Evelyn Johnson non è solo il vertice del triangolo amoroso. Beckinsale lavora per sottrarre il personaggio alla funzione decorativa. Introduce una fragilità non vittimistica, una determinazione che la estrapola dal tipico cliché della donna contesa. La sua presenza attraversa il film come una linea di tensione emotiva, stabilizzando una narrazione che altrimenti rischierebbe di essere pura detonazione spettacolare.

Se è vero che Pearl Harbor è stato criticato per la sua enfasi retorica, Beckinsale ne rappresenta la parte più controllata, quasi europea nel suo minimalismo interpretativo. È qui che emerge un tratto costante della sua carriera: l’eleganza come forma di resistenza all’eccesso.

Mitologia urbana; la trasformazione action di Underworld

kate beckinsale underworld

kate beckinsale in Underworld

Il vero punto di svolta della sua carriera arriva nel 2003 con Underworld. Selene, guerriera vampira in lattice nero, diventa icona pop dai riflessi blu. Ma ridurre la saga a fenomeno estetico significherebbe ignorarne la costruzione simbolica.

Beckinsale compie una azione di risemantizzazione del proprio corpo fenomenico. La fisicità non è esibizione ma piuttosto grammatica narrativa. Selene non è la “dark heroine” decorativa del fantasy urbano: è figura tragica, sospesa tra appartenenza e tradimento, tra memoria e sopravvivenza. L’azione non cancella la malinconia ma semmai la amplifica.

Nel corso della saga, la Beckinsale consolida un’identità che sfugge alla polarizzazione romantica o drammatica e ricorda vagamente quello che Milla Jovovich ha compiuto nella saga di Resident Evil. Diventa presenza iconica senza rinunciare alla dimensione interiore. Il suo sguardo resta centrale, anche nei momenti di pura coreografia bellica.

Underworld la trasforma in volto internazionale dell’action gotico, ma allo stesso tempo la cristallizza in un’immagine che Hollywood faticherà a superare.

Beckinsale come icona ibrida del cinema moderno

Il percorso di Kate Beckinsale è segnato da una costante tensione tra sistema e autonomia. Dopo l’esplosione mainstream, alterna progetti commerciali a incursioni più intime, dimostrando una capacità di modulare il proprio registro senza perdere riconoscibilità.

Non è un’attrice che cerca la trasformazione radicale a ogni film. È un’interprete che lavora per sottrazione. Non eccede, non sovraespone. Controlla.

In un’industria che spesso impone alle attrici una reinvenzione spettacolare o una marginalizzazione silenziosa, Beckinsale ha scelto una terza via: consolidare una presenza coerente, attraversando generi diversi senza rinnegare la propria identità.

Kate Beckinsale: eleganza britannica, muscoli hollywoodiani

C’è qualcosa di programmaticamente inatteso nella traiettoria di Kate Beckinsale.

Ma in realtà è un caso di migrazione stilistica continua: dal cinema letterario britannico degli esordi come Much Ado About Nothing di Kenneth Branagh e Cold Comfort Farm, passando per l’adattamento dickensiano di Great Expectations e il dramma storico Brokedown Palace.

Fino a thriller come Vacancy e Contraband, incursioni nella commedia irriverente (Click, The Other Woman), progetti più autoriali come Snow Angels e Love & Friendship di Whit Stillman, fino a lavori recenti che oscillano tra action puro e sperimentazioni ibride. La costante non è il genere, ma la postura: un controllo quasi aristocratico dell’immagine, un’ironia trattenuta, una consapevolezza che le permette di attraversare blockbuster e produzioni indipendenti senza mai sembrare fuori posto. Beckinsale è l’esempio di un’attrice che ha saputo abitare Hollywood senza farsi ingabbiare da un solo registro, costruendo una carriera stratificata, dove romanticismo, spettacolo bellico e dark fantasy convivono come capitoli di un’unica, coerente trasformazione.

L’assoluta eleganza come strategia

Kate Beckinsale non è soltanto un volto di inizio anni Duemila. È il simbolo di una fase di Hollywood in cui l’ibridazione tra romanticismo, epica e action trovava un equilibrio fragile ma seducente. In Serendipity incarna il dubbio amoroso; in Pearl Harbor attraversa la tragedia spettacolare; in Underworld diventa mitologia contemporanea.

Forse è proprio questo che rende la sua carriera più interessante di quanto la superficie lasci intuire. Beckinsale non ha mai inseguito il clamore. Ha lavorato sull’idea di presenza.

E a volte, nel cinema, è la presenza a fare la differenza.