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Venezia 74: The Shape of Water, una favola poetica in cui l’amore vince sul cinismo e sulla paura (Concorso)

Guillermo del Toro, affrontando le questioni dell’Alterità e del potere del linguaggio, attraverso elementi visivi e nostalgici, racconta la sua fede nell’amore. “L’amore vince sulla paura e sul cinismo. Abbiamo il dovere di credere nell’amore.”

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  • Anno: 2017
  • Durata: 119'
  • Genere: Drammatico, Fantastico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Guillermo Del Toro

Ancora una volta attinge a quella che è senza dubbio una delle sue risorse principali , la fantasia, regalandoci con The shape of water, presentato in concorso alla seconda giornata della 74esima Mostra Cinematografica di Venezia, un’incantevole favola poetica costellata di una serie elementi preziosi che la illuminano e la arricchiscono, così da riempire gli occhi e l’anima dello spettatore.

Si parla in particolare dello spettatore che ha ancora voglia di sognare, quello cui scendono le lacrime ascoltando The Fools who dream di La La Land, cui è rimasto ancora spazio per credere nell’amore, amore per le cose belle, per il cinema, per l’essere umano, per l’altro da sè, ma soprattutto, comprendendo ognuno di questi aspetti in un unico fattore complessivo, amore per sé stesso; quello che ha ancora la forza di crederci, che nutre ancora la speranza di illuminare il buio, che non ha rinunciato alla possibilità, se non di sconfiggere totalmente l’oscurità, quantomeno di affrontarla e trarre dalla vita tutto il bello che c’è.

Per poterne percepire le qualità, infatti, coglierne senza cadere nella banalizzazione ogni sfumatura e goderne a pieno esaltandone il valore, occorrerebbe accogliere questo piccolo tesoro con il cuore aperto, libero da scetticismi e inibizioni che lo frenino, capace di far fluire sé stesso.

Il regista messicano, accolto con grande calore in conferenza stampa, con aria estremamente gioviale e disponibile accompagnata da un sorriso contagioso, conferma totalmente ciò che è palesato dalla visione più epidermica del film, svelandone in poche parole semplici e sincere il senso più profondo. “L’amore vince sulla paura e sul cinismo. Abbiamo il dovere di credere nell’amore.”

Guillermo Del Toro riesce a esprimere magnificamente questo principio sviluppandolo sia dal punto di vista concettuale che attraverso una serie di elementi visivi, uditivi e nostalgici che impreziosiscono la messa in scena conferendole fluidità e spessore.
La tematica centrale alla quale il cineasta fa riferimento è l’alterità, trattata utilizzando come espediente a favore del suddetto principio, l’analisi per contrasto. Egli contrappone due forme di alterità.

La prima è quella limitata e riduttiva, causa dei più grandi problemi relazionali e sociali dei nostri tempi e non solo, che si estrinseca in differenze di ogni tipo, di razza, di classe sociale, politiche, di genere, fisiche, generando razzismo, sessismo, classismo e discriminazioni varie, i quali a loro volta convergono ed esitano sempre e comunque in una distanza sempre più ampia che allontana gli esseri umani l’uno dall’altro, impedendo loro di riconoscersi, di vedersi e di sentirsi traendo ricchezza l’uno dall’altro invece che temersi solo perché diversi. Del Toro esprime attraverso la narrazione e la caratterizzazione dei suoi personaggi, tutti questi esempi di alterità, spaziando dal colore della pelle, all’handicap fisico, alle risorse economiche e sociali, alle differenze geografiche e politiche dei maggiori poteri internazionali.

A questo concetto viene posto come contraltare positivo una forma di alterità che al contrario trae valore da quella diversità, talmente diversa da diventare quasi divina, attribuendola a una creatura fantastica, una specie di erede di E.T. sempre attuale(non si può non evocare più e più volte durante la visione il capolavoro cult del 1982 di Spielberg), con caratteristiche contemporaneamente umane e animali, capace di guarire le ferite, di ringiovanire le persone con cui entra in contatto, di respirare sia in aria che in acqua, ma che come qualsiasi essere dotato di vita, ha come bisogno primario l’affetto e la condivisione. A confermare che a discapito di qualsiasi diversità fisica o altra, tutti gli esseri viventi, nessuno escluso, anche e soprattutto quelli che non conosciamo, quelli che ci fanno più paura, nella loro unicità sono un valore assoluto e non il contrario, e appartengono a un’unica variegata forza vitale.

Il regista afferma di sentire particolarmente propria questa tematica, in quanto da messicano, di sapere bene cosa significhi essere visto in particolari circostanze come “l’altro.” Così ha cercato di creare tutta l’alterità possibile e di donarla alla sua creatura, estendendola da un livello divino a un livello il più basso possibile dato dalla forma e dalla comunicazione aliene.
Secondo espediente che contemporaneamente contribuisce a sviluppare il concetto di alterità e si unisce ad essa per rafforzare l’idea dalla forza della condivisione, è il potere del linguaggio.

Linguaggio inteso come forma di comunicazione e di riconoscimento attraverso la verbalità, i movimenti, la gestualità, il contatto fisico, i cambiamenti di colore. Tutte modalità attraverso le quali se c’è la volontà si è in grado di trovarsi e di riconoscersi o al contrario di distanziarsi se non se ne utilizza uno comune.

Ne è un bell’esempio la scena in cui la protagonista Elisa, interpretata egregiamente da Sally Hawkins, proprio in quanto muta, si dimostra superiore a chi vorrebbe prevaricarla senza riuscirci perché privo degli strumenti necessari (un come sempre impeccabile cattivo Michael Shannon) e in quanto unica portatrice del linguaggio dei gesti, riesce a ribaltare la situazione arrivando a prendersene gioco.

Elisa, da diversa e sola come tutti i diversi, trova il modo di comunicare con la fantastica creatura, fino a innamorarsene, rendendo l’unione delle loro diversità, la forza propulsiva che infonde calore e senso alla narrazione e all’intera opera.
A proposito del contatto fisico anche la sessualità trova uno spazio in The Shape of Water, stemperando insieme all’umorismo sempre presente ed espresso soprattutto dai personaggi di Zelda (Octavia Spencer) e Strickland (Michael Shannon), e all’elemento cruento che non manca mai nei lavori di Del Toro, un’atmosfera che dato il cospicuo spazio dato ai buoni sentimenti, altrimenti sarebbe potuto risultare melenso o eccessivamente favolistico e stereotipato. Difetti che peraltro sono stati attribuiti al film da vari detrattori.

Il regista ha asserito di voler creare un personaggio che fosse dolce e ingenuo ma di aver tenuto nello stesso tempo al fatto che fosse anche una vera donna, mostrandone così il desiderio sessuale sia autogratificato che espresso in reciprocità.

Altro esempio del valore dell’affettività è espresso dall’amicizia, incarnata nei ruoli di Octavia Spencer e Richard Jenkins che a detta dello stesso regista rappresentano l’equivalente di due componenti di una stessa struttura. Un cast d’eccezione quindi, composto da elementi che hanno assolto tutti quanti il loro compito in modo ineccepibile e hanno lavorato in ottima sintonia sia tra loro che con il regista. Sembra che alcuni elementi del personaggio di Elisa siano addirittura stati creati in collaborazione con l’attrice che ha condiviso alcuni suoi appunti con Del Toro.

L’unico personaggio per il quale non è stata scritta una vera e propria biografia come accade in tutti i lavori del regista e che non ha un nome, è proprio la creatura, a enfatizzare il fatto che questa abbia un significato e un valore diverso per ognuno, che è un’entità divina per gli indigeni della terra in cui viene trovato, qualcosa di sporco e da domare e umiliare per Strickland (Shannon) e un miracolo di riconoscimento per Elisa, che per la prima volta in vita sua viene vista per quello che è. Tale significato diverso può estendersi nello stesso modo allo spettatore.

Elemento di ulteriore pregio e non certo di secondaria importanza è la colonna sonora curata dal compositore francese Alexander Desplat, con il quale il regista messicano ha intessuto una sorta di vera e propria trama parallela che ha accompagnato in modo sempre armonico e opportuno la messa in scena. Il loro intento è stato esplicitamente quello di trovare delle dinamiche che facessero risaltare le emozioni e conferissero fluidità rifacendosi al flusso dell’acqua del titolo, ma contemporaneamente fossero abbastanza contenute da non risultare affettate.

Ancora, i colori e le luci, altro fattore estremamente curato, nel quale nulla è lasciato al caso, che dona un impatto visivo particolarmente potente all’opera unendosi alla colonna sonora e all’ambientazione ricca di citazioni che si rifanno al cinema classico, a costruire un prodotto davvero riuscito ed efficace. L’uso dei colori, così come la musica si muove in sintonia con le emozioni, tutta la prima parte del film è permeata da colori freddi ai quali si aggiunge progressivamente il rosso man mano che i sentimenti dei due nascono e crescono.

Del Toro sceglie il 1962 come tempo nel quale ambientare la sua favola, definendolo un periodo che ha delle affinità con quello contemporaneo, in particolare per il fatto che esista della speranza ma in un mondo ancora pieno di stigma e discriminazione, caratteristiche che lo rendono nostalgico e spaventato nello stesso tempo. Il regista definisce scherzosamente The Shape of Water “il suo film francese” in quanto contemporaneamente innamorato del cinema e dell’amore. E si percepisce tutto questo suo innamoramento, palesemente sincero e appassionato, motore di una rappresentazione che coinvolge e commuove senza risultare mai retorica o melensa.

Forse uno dei migliori lavori di Guillermo Del Toro.