Stasera in tv su Rai 3 in prima visione alle 00,20 Alps di Yorgos Lanthimos, l’acclamato regista di The Lobster

Con Alps, Lanthimos conferma (a ritroso) la sua statura di autore e interprete delle dinamiche contemporanee, riuscendo a mettere in scena con una creatività e un’acutezza non comuni alcune emblematiche situazioni critiche, le quali necessitano di un’attenta riflessione

  • Anno: 2011
  • Durata: 93'
  • Distribuzione: Phoenix International Film
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Grecia
  • Regia: Yorgos Lanthimos
  • Data di uscita: 28-December-2016

Stasera in tv su Rai 3 in prima visione alle 00,20 Alps, un film del 2011 diretto da Yorgos Lanthimos. Il film è stato presentato in concorso alla 68ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Premio Osella per la migliore sceneggiatura.

Alps è il nome di un gruppo di quattro persone (un’infermiera, un paramedico, una ginnasta e il suo allenatore) che offrono, dietro pagamento di un’elevata cifra, un supporto particolare alle famiglie che hanno perso i propri cari. In un clima di annullamento totale delle loro personalità, gli Alps rimpiazzano i defunti nelle attività quotidiane, ne ripetono gesti e abitudini e ne rinsaldano i legami con chi li circonda, in modo da non far pesare la loro assenza. Tuttavia essere parte del gruppo comporta il rispetto di rigide regole da seguire e un prezzo molto alto da pagare: se ne accorgerà l’infermiera, per la quale ritornare alla propria vita non sarà un’operazione semplice.

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Eravamo stati fortemente impressionati dalla visionarietà e dalla profondità della riflessione di The Lobster, e ora, andando a ritroso, troviamo questo Alps, film che rivela una ragionata continuità, laddove Yorgos Lanthimos, anche in questa occasione, traccia un doppio binario in cui incanala la trattazione di alcune questioni decisive, che si pongono su un piano sociale-antropologico e su uno etico-estetico.

Il regista greco sa dare forma a interessanti situazioni surreali senza mai superare quel limite che renderebbe le storie raccontate eccessivamente artefatte, mantenendosi sempre sul confine della verosimiglianza, e riuscendo in tal modo a catturare l’attenzione dello spettatore, pur affrontando argomenti che impediscono un immediato processo di immedesimazione. Sostituire persone di recente scomparse per lenire il dolore dei parenti, se non proprio per prevenirlo, è un processo che testimonia provocatoriamente la difficoltà contemporanea di vivere un rapporto normale col dolore, che viene, invece, sistematicamente evitato, in nome di una vita fluida e senza attriti, protetta da un’interfaccia tramite cui ripararsi da quegli eventi indesiderati che pure fanno parte del corso dell’esistenza. Il risultato è uno scenario grottesco, asettico, asfittico, laddove la miserabile messa in scena, lungi dal sortire l’effetto desiderato, non attutisce l’incombenza della morte, bensì la amplifica, come se invece di sottoporsi a un intervento chirurgico necessario lo si evitasse, fidando in un’improbabile e magica guarigione. L’abuso della reincarnazione tradisce la patetica velleità di scavalcare la dimensione del sacro, attraverso una rappresentazione reiterata, anzi Lanthimos, assai intelligentemente, porta alle estreme conseguenze proprio la logica che sottende lo scialbo teatro dell’Io; ovvio che tale goffo tentativo causa una ricaduta maniacale, giacché anziché accettare l’assenza e l’invisibilità della persona amata la si rimpiazza idolatricamente, credendo di riportarla in vita come un feticcio posticcio.  Una dei componenti della squadra delle ‘Alpi’ vive una pericolosa scissione che la conduce a immedesimarsi completamente nella persona sostituita, finanche arrivando a imporre la propria presenza ai genitori della ragazza defunta, i quali, invece, vista l’incapacità della donna di ripetere in maniera adeguata comportamenti, gesti e riti, la scacciano, buttandola di forza fuori dall’appartamento.

C’è qualcosa all’interno dell’ordine simbolico che eccede la possibilità di essere tradotto in rappresentazione, ed è proprio su questo aspetto che la riflessione social-antropologica di Lanthimos diviene una disanima acuta sullo statuto dell’immagine, perché il tentativo sovrumano (nel senso deteriore del termine) di dare corpo a ciò che per sua natura sfugge rivela una drammatica malafede, tipica di quella logica dello spettacolo che vorrebbe imporre una proliferazione indiscriminata dell’immaginario, senza fare i conti con il residuo indivisibile che, proprio in quanto rimosso, ritorna sotto forma di visione inquietante. Bisognerebbe, invece, desaturare gli spazi affollati della postmodernità per dare alloggio a quegli eventi rispetto ai quali i soggetti sono tenuti a rimanere in un ostinato contatto, consci della presenza di uno scarto incolmabile che chiede di essere preservato, in quanto ogni tentativo di eliminarlo risponderebbe a un disegno, magari inconscio, di realizzare un totalitarismo (tecnologico) che davvero costituirebbe il concreto realizzarsi dell’inferno sulla terra.

Con Alps, Lanthimos conferma (a ritroso) la sua statura di autore e interprete delle dinamiche contemporanee, riuscendo a mettere in scena con una creatività e un’acutezza non comuni alcune emblematiche situazioni critiche, le quali necessitano di un’attenta riflessione che permetta di riposizionarle per trovare nuove soluzioni. Un cinema del pensiero e dell’azione il suo, che scalpita sotto il velo di un’acquiescenza disperata, mortificante e apparentemente insuperabile.

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Utlima modifica: 16 Luglio, 2017



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