Le strade perdute di Lynch invadono l’alta definizione

Una misteriosa voce che annuncia “Dick Laurent è morto” al citofono dell’abitazione di Fred Madison alias Bill Pullman, sassofonista jazz in crisi con la propria compagna Renee, ovvero Patricia Arquette, è ciò che apre le oltre due ore e dieci di visione rappresentate da Lost highway – Strade perdute, diretto nel 1997 da David Lynch e che non può fare a meno di rivelarsi il primo tassello di un’ideale percorso da grande schermo poi proseguito dal cineasta americano tramite Mulholland drive e Inland empire – L’impero della mente, rispettivamente di quattro e nove anni più tardi.

Perché, a partire dalla sequenza in cui il protagonista incontra ad un party uno strano individuo dotato di videocamera (alter ego dello stesso regista?) e cui concede anima e corpo il Robert Blake del popolare telefilm Baretta, non solo comincia ad emergere il tema del “doppio” – forse debitore nei confronti dell’hitchcockiano La donna che visse due volte – caro all’autore di Velluto blu e Cuore selvaggio, ma la struttura narrativa inizia ad assumere sempre meno importanza, come poi ulteriormente dimostrato, appunto, anche all’interno delle due già citate opere successive.

Tendenza comunque manifestata fin dai tempi dell’esordio Eraserhead – La mente che cancella, a differenza del quale, però, in questo caso appare inaccettabile la possibilità di liquidare il tutto come delirio audiovisivo od esperimento su celluloide in continuo viaggio tra l’universo mentale e quello fisico.

Del resto, apparentemente thriller psicanalitico a tinte noir riguardante un musicista che riceve videocassette da qualcuno che spia il suo quotidiano vivere, l’insieme – comprendente nel ricco cast anche Robert Loggia e Gary Busey – gioca sì con i generi tirando in ballo squallidi malavitosi e abbondanza di sesso (con una Arquette spesso immortalata senza veli), ma lo fa in maniera tutt’altro che banale e prevedibile, distaccandosi nettamente dai molti horror d’inizio terzo millennio che, in un modo o nell’altro, vi attingono più o meno esplicitamente.

Lost highway-1

Basta osservare il modo in cui si evolve il plot dopo che Madison, arrestato e condannato alla sedia elettrica, assume i connotati di BalthazarThe judgeGetty e il nome di Pete Dayton, mentre anche la sua dolce metà genera un’altra identità e si gioca fotogramma per fotogramma sulle implicazioni del doppelganger.

Un’evoluzione che provvede a rendere sempre più spaesato lo spettatore, continuamente illuso di poter scovare una spiegazione razionale a ciò che scorre davanti ai suoi occhi, ma, al contempo, emotivamente coinvolto – nonostante i lenti ritmi di narrazione – in parte per lo stimolo fornito dalla curiosità, in parte (in buona parte, a dire il vero) grazie all’ambigua atmosfera generale che non manca di tingersi di sangue e di fare da corredo a momenti di violenza.

A testimonianza dell’assurda capacità di regalare emozioni che la Settima arte può a volte dimostrare senza necessariamente dover poggiare sulla linearità di racconto, ma, anzi, ricorrendo (innovativamente?) alla sua “feroce” – e, se vogliamo, prepotente e presuntuosa – demolizione.

Pur mantenendo qui una circolarità di storia che, paradossalmente, si pone al servizio di quello che è, senza dubbio, un rompicapo privo di soluzione e che spinge, di conseguenza, alla ricerca (sicuramente inutile) di non poche chiavi di lettura.

Con l’idolo del rock Marilyn Manson incluso sia in una brevissima apparizione che all’interno della colonna sonora (è sua la rilettura dell’evergreen I put a spell on you), è RaroVideo a riscoprirlo su supporto blu-ray… oltretutto corredato di booklet a cura di Bruno Di Marino all’interno della confezione e, nella sezione extra, di trailer, nove minuti di making of e quasi cinque di intervista a Lynch.

Francesco Lomuscio

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Utlima modifica: 7 Luglio, 2016



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