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Underground

Come si fa – Jak to sie robi

“Piot Tymochowicz, spin doctor polacco di già affermato valore professionale, ha scelto di attaccare provocatoriamente – con gusto ironico da product placement di sé stesso – il sistema di partecipazione democratica, promuovendo attraverso la tv un “vero” provino per aspiranti leader politici, convinto di poter fare di chiunque “la persona giusta per le sorti del Paese”.

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Politica, istruzioni per l’uso. Ovvero di come funzioni il congegno (e come sembri facile adoperarlo e smascherarlo), quella scatola infernale e per nulla magica attraverso la quale si costruisce un leader di successo.

 Piot Tymochowicz, uno spin doctor polacco di già affermato valore professionale, capace di far “girare” a suo cinico e intelligente piacimento il macchinoso giocattolo comunicativo della politica, ha scelto di attaccare provocatoriamente – con gusto ironico da product placement di sé stesso – il sistema di partecipazione democratica, promuovendo attraverso la tv un “vero” provino per aspiranti leader politici, convinto di poter fare di chiunque “la persona giusta per le sorti del Paese”.

 Marcel Lozinski ha seguito per tre anni le tappe del percorso di “addestramento” dei promettenti e malleabili giovani polacchi coinvolti nel progetto, scandendo con rispetto per la cronologia degli eventi, con limpidezza e amara lucidità, tutte le differenti prove, dal reclutamento iniziale, alle fasi di selezione e fino alla scelta del candidato più adatto a competere (recitare?) sulla ribalta elettorale.

 Pur individuando nel giornalista-osservatore partecipante Jacek Hugo il ruolo morale di controcanto indignato e di tenutario della fede democratica, resta affidato principalmente alle immagini il compito di testimoniare delle dinamiche soggiacenti ad un mondo che ormai è regno privilegiato del marketing e della pubblicità.

 Da perfetto epigono del Jacques Seguela che negli anni ’80 fece eleggere Mitterand adoperando strategie comunicative hollywoodiane e spettacolari, Tymochowicz serve ai suoi allievi tutti gli ingredienti necessari per scalare i gradini necessari ad assurgere a ruolo di rappresentante del popolo. Tra retorica, demagogia e populismo, nella preponderante attenzione alla gestualità e alla forma che vince sul contenuto, le maschere sociali acquisiscono progressivamente dimestichezza con l’arte della persuasione, con le tecniche di marketing (dalla scelta del target alla necessità di fabbricarsi una “storia” personale credibile ed esemplare), con il potere di fascino delle immagini.

 Inevitabilmente, la democrazia liberale, “il migliore dei governi possibili”, esce a pezzi da questo atipico Actor Studio. Nel progressivo sgretolamento dei presunti valori, nell’erosione delle cornici capaci di giudicare la consistenza veridica di ogni cosa, ancora una volta è la fiducia nella realtà a venir meno. Citando l’Arthur Miller de I presidenti americani e l’arte di recitare, “questa dieta ininterrotta di emozioni costruite, recitate, e di idee precotte, rischia di costringere in maniera sottile il nostro cervello non solo a confondere la fantasia con il reale, ma anche ad assimilare questo processo nei nostri personali meccanismi sensoriali”.

 Osservando lo smarrimento finale del candidato-attore prescelto, capace, nel corso del film di dirsi prima di destra, poi di sinistra ed infine di centro, ovvero – una volta lontano dal copione di ordinanza – incapace di sorreggersi a quegli ideali sui quali tanto aveva ricamato nei suoi discorsi, frana l’etica e vacilla la distinguibilità dei piani: l’apprendista attore sta già recitando davanti alla macchina da presa, indifferentemente quella del regista o quella del corpo sociale dal quale vorrebbe essere eletto.

 Salvatore Insana

 

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