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‘Pranzo di ferragosto’ di Gianni di Gregorio

Un film in cui finalmente si parla di un tema difficile: quello della solitudine

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pranzo di ferragosto

Lo abbiamo già detto a proposito di Youth di Sorrentino, Pranzo di ferragosto (2008) ha avuto il merito di infrangere una buona volta il tabù della vecchiaia al cinema: era impensabile tempo fa mettere al centro della scena quattro anziane ultraottantenni, con le loro rughe, le macchie sulla pelle, viso e corpo che hanno ceduto ai segni profondi dell’età. Ora, però, il problema è diventato reale, familiare, sociale, e di una tale emergenza il cinema ha ben pensato di parlare, prima che la politica, almeno in Italia, se ne faccia carico.

Si vive più a lungo, ma in realtà, si è vecchi più a lungo, con la terza e la quarta età che fanno da padrone nel ciclo esistenziale, e i figli che seguono i genitori sempre meno giovani. Come il quasi sessantenne Gianni (Gianni Di Gregorio) che in Pranzo di ferragosto accudisce la madre, la ascolta, ne asseconda i desideri, legge per lei I tre moschettieri prima di rimboccarle le coperte, con la stessa pazienza che si riserva ai bambini.  Lui usa l’alibi dell’assistenza per non lavorare, mentre non ne cerca nessuno per continuare a bere una quantità di vino impressionante. Il film dura solo settanta minuti: ottima scelta, perché già così alla fine ci si sente quasi ubriachi. Ottima scelta anche perché mantiene dall’inizio alla fine la naturalezza che si era prefissato.

Pranzo di ferragosto cosa racconta

Il protagonista e regista Di Gregorio ha raccontato volentieri quanto sia autobiografico lo spunto della vicenda. Qualche anno prima, l’amministratore del suo condominio gli chiese se poteva affidargli la madre per un po’, visto che lui viveva già con la sua; rifiutò, ma la richiesta gli fece immaginare cosa avrebbe potuto accadere se avesse accettato. In Pranzo di ferragosto le anziane signore da accudire diventano quattro: sua madre, cioè quella di Gianni nella finzione, quella del suo dottore di fiducia, la madre  e la zia dell’amministratore.

Perché fossero personaggi più spontanei, Di Gregorio non le ha scelte tra le attrici professioniste; e loro devono essersi divertite molto, a giudicare dalla foto scattata durante la mostra di Venezia del 2008, che le vede in una posa da dive, così come sembrano a loro agio sul set, l’appartamento romano di Gianni, che in due giorni frenetici diventa una casa di riposo. La sceneggiatura non è stata rigida, anzi, solo una sorta di struttura, dentro la quale erano libere di interagire, nel bene e nel male, mentre venivano osservate, guidate e riprese, con uno sguardo oscillante tra l’empatia e la cattiveria.

pranzo di ferragosto

Le nonnine sono davvero loro stesse con i loro identici nomi. Valeria (Valeria de Franciscis, scomparsa  a 98 anni!), madre di Gianni e padrona di casa, con il piglio aristocratico, il linguaggio d’altri tempi,  che ritiene ancora fondamentale imbellettarsi per le ospiti; la zia Maria (Maria Cali) che sa trasformare la ricetta della pasta al forno in un affare di stato, tra tutte la più spassosa, con il suo accento marcatamente siciliano; Grazia (Grazia Cesarini Sforza), remissiva solo in apparenza, è quella che impone a Giovanni un flusso di parole ininterrotte di notte e non lo fa dormire; Marina (Marina Cacciotti), la più anarchica, ostinata e dispettosa,  inneggia alla libertà, e non vuole saperne di stare alle regole della coabitazione forzata.

Tra un bicchiere di vino ed una sigaretta, un’altra sigaretta e un altro bicchiere di vino, Gianni si trova a dover mettere insieme il pranzo di ferragosto nella capitale deserta e rallentata, e intanto le quattro improvvisate amiche scoprono il piacere della condivisione. Fatta di piccoli piaceri come sedersi insieme davanti al televisore, anziché contenderselo come all’inizio della convivenza, parlare dei propri passati, con uno sguardo al futuro reso possibile dalla vicinanza.

pranzo di ferragosto

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Un film girato con leggerezza ma intenso

Pranzo di Ferragosto, un film girato in economia, in leggerezza, ma non per questo meno intenso, ha avuto i finanziamenti del Ministero dei Beni Culturali. Meritati, perché finalmente si parla di un tema che non si vuole affrontare, quello della solitudine che logora ingiustamente l’ultima fase della vita. E che non vuole essere risolto, perché è molto più comodo scaricarlo alle famiglie. Ma i figli dei grandi anziani, non solo si trovano  a loro volta in un’età più che matura, senza il beneficio della pensione che si allontana, ma spesso, anagraficamente, sono anche già nonni. Un’intera generazione di sessantenni oggi lavora, fa quel che può per accudire i nipoti e dovrebbe occuparsi dei propri genitori.

E così l’anziano rimane sempre più isolato, con la prospettiva della lunga degenza in una struttura, ma solo se può permetterselo. L’unica soluzione intelligente è quella ipotizzata con ironia e improvvisazione da Pranzo di Ferragosto, o quella di Stéphane Robelin nel suo film E se vivessimo tutti insieme? Cinque amici di lunghissima data, due coppie e un single,  realizzano di colpo che stanno invecchiando per davvero, e decidono di abitare nella stessa casa. Non è tutto semplicissimo, ma tra ripicche e riavvicinamenti, i problemi dell’età si alleggeriscono, quando non c’è la solitudine ad aggravarli.

Esistono davvero, nel mondo, le senior cohousing, realtà abitative che vanno incontro ai problemi pratici e psicologici delle persone anziane. Chissà quando diventeranno una realtà, qui da noi! E se mai lo diventeranno. Il sospetto è quello di dover assistere tra non molto ad un’aspettativa di vita meno lunga, se le condizioni di stress continuano a moltiplicarsi in questo modo. Perché non è un paese per vecchi, il nostro, ma ahinoi, non è un paese per nessun’altra  fascia d’età.

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Pranzo di ferragosto

  • Anno: 2008
  • Durata: 75'
  • Distribuzione: Fandango
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Gianni Di Gregorio