“Under the dome”, di Chai Jing: ops…ho dimenticato di censurarti!

Il 28 febbraio 2015 verrà ricordato ancora per qualche anno in Cina. È la data in cui è stato ufficialmente pubblicato su diversi portali il documentario Under the dome, di Chai Jing, una reporter avvenente che ha prodotto il primo lavoro sull’inquinamento, ufficialmente non ammesso alla proiezione, distribuito viralmente per due settimane, e poi urgentemente censurato.

In breve, Chai Jing, volto noto della TV cinese, è vittima di un dramma famigliare: alla sua piccola viene diagnosticato un tumore benigno. L’esperienza la segna al punto da voler valutare cosa può aver condotto una neonata ad ammalarsi nel ventre della madre. La risposta la trova nell’aria, nell’aria che per anni ha respirato in Cina.

Ecco la ragione scatenante Under the dome, un documentario dall’impianto emotivo strutturato come un lungo monologo frontale, corredato di dati, a metà tra una TED Talk quel tanto simile a  An inconvenient truth di qualche anno fa.

Logica vuole che, in un posto come la Cina, un prodotto diffuso sulla rete ovviamente senza permesso ufficiale di proiezione, che denuncia la fallimentare (o inesistente?) politica ecologica della Cina, e sul finire incita pure alla responsabilizzazione dell’intera popolazione, non abbia alcuna ragione di restare online. Anzi, sia piuttosto una bomba ad orologeria di cui sbarazzarsi in breve. Ed in effetti, il solo primo giorno di streaming, il documentario è arrivato ai 150 milioni di clicks. Poi, un cinese su tre l’ha visto.

In Cina c’è ancora oggi una generale e diffusa carenza di informazioni attendibili e non viziate dalla macchina censoria. Per questa ragione, Under the dome è a suo modo un documentario esclusivo, che aveva tutte le carte in regola per viralizzare, malgrado i suoi 100 minuti.

Presenta infatti lucidamente una tematica scottante e attuale attraverso dati, statistiche, paragoni, ricerche oltre confine; ma soprattutto, il confronto con i colpevoli (ci sono grandi capi di lobby potenti, che Chai Jing non ha alcun timore a sfidare) e infine la proposta di soluzioni (o alternative). Questo è un documentario di cui i cinesi avevano bisogno, per dare un volto a questo fenomeno del PM 2.5, una confusa idea in cui ben pochi sapevano mettere ordine prima di Chai Jing: una boccata di aria pulita, insomma. Inoltre, la forma che la regista ha scelto, è chiaramente didattica e divulgativa, al punto che alcune scuole lo hanno assegnato come compito per casa. A conti fatti, è una madre che parla e lo fa davvero come se fosse sul punto di spiegare ai giovani (o forse alla classe media, la classe del cambiamento?) quel che sta succedendo, usando pure i cartoni animati e i grafici a torta.

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Ora, il Governo, nella forma dei suoi rappresentanti, si è trovato in un primo momento con questa patata bollentissima tra le mani, caricata su diversi siti astutamente di sabato. Il vecchio ministro della Protezione Ambientale si era dimesso il giorno prima, il nuovo aveva preso il suo posto con un APEC alle spalle, gli accordi con gli Stati Uniti alle porte, e ora pure quella scomodissima giornalista dalla bocca larga e il suo panettone. La prima reazione è stata complimentarsi e sfoggiare paroloni sul prossimo impegno del Governo nei confronti della faccenda. Poi, a meno di due settimane dal primo play, quando ormai il Paese era già bello cosciente dei magheggi e delle lobby mai raccontate, il Governo ha fatto marcia indietro, con una frenata plateale e, aggiungerei, catastrofica. Under the dome è stato così ritirato dai siti cinesi di streaming video il giorno 6 marzo.

Sotto un certo punto di vista, questo ripensamento delle autorità ha qualcosa di, perdonate il termine, patetico: come se una volta che il documentario è stato oscurato, la gente poi si sia dimenticata di quello che già aveva visto; come se le stesse persone possano poi ignorare il fatto che il Governo, resosi conto della portata del fenomeno, abbia voluto calare il sipario, obiettivamente un po’ in ritardo sulla curva incrementale degli utenti; come se il mettere a tacere la realtà dei fatti esposti, possa fare diminuire la tremenda concentrazione di inquinanti presenti non solo nell’aria, ma anche nell’acqua e nel terreno della Cina tutta.

Si potrebbe andare avanti a lungo parlando del fenomeno di questa censura cinese, e altrettanto rispetto alla forza mobilitante del pubblico come massa. La Cina non è nuova a fenomeni di massiccio spostamento di visibilità: nel luglio scorso Transformers IV ha toccato vette che sembravano già aver raggiunto livelli impressionanti con i precedenti Gravity, Frozen, Thor e Spider Man. E si aggiunge quest’anno l’annuncio ufficiale che il box office cinese ha superato quello americano. Ora sono i leader.

Tuttavia, qui si parla di un prodotto di nicchia: c’è una parte di spettatori che lo guarda per sincero interesse, una parte che ama l’autrice – già famosa in Cina anche per la sua attività letteraria – e una parte che ci finisce solo per avere seguito una dritta del tipo “oh, ma hai visto quel documentario…”. Chiaro, il film è gratuito e in internet, quindi non c’è alcuna garanzia che chi ha spinto play, l’abbia poi guardato per intero. Ma un segnale di avviso molto vivido è stato lanciato: in un certo senso, il Governo ha le sue ragioni nel perseguire la sua politica censoria. La potenza esplosiva di questo mezzo in un Paese completamente coperto e coinvolto dalle tecnologie com’è la Cina, dove c’è fame di libertà e di pensiero, rende qualunque contenuto velocemente disponibile, digeribile ed efficace per questi famelici digiuni di informazione obiettiva.

Se volete valutare con i vostri occhi di che si tratta, se siete curiosi di saperne di più sull’inquinamento in Cina, sappiate che il link di Youtube (che in Cina chiaramente non funziona) non è stato censurato e, anzi, gode di sottotitolazione plurilingue per le platee del resto del mondo. Anche perché, smog e PM 2.5, checché se ne dica, sono ovunque.

Rita Andreetti

Utlima modifica: 27 Marzo, 2015



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