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Rubriche

James Gray: we own the past

On the road nel cinema made in USA. Rubrica a cura di Rosario Sparti

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Si può elevare un comune melodramma familiare al livello di una tragedia greca? Senz’altro se è una storia scritta e diretta da James Gray. Nato a New York nel 1969, nipote d’immigrati russi di fede ebraica, Gray trascorre la giovinezza nel periferico quartiere del Queens, noto per la vastità territoriale e la ricca diversificazione di etnie. In quel sobborgo, dove la classe operaia osserva da lontano i grattacieli di Wall Street, cresce coltivando la passione per la pittura e il cinema, in particolare per le pellicole di Martin Scorsese, anche lui originario del Queens. Decide d’intraprendere la carriera cinematografica e così si trasferisce a Los Angeles, iscrivendosi alla School of Cinematic Arts della University of Southern California. Proprio lì attira l’attenzione del produttore Paul Webster, grazie al cortometraggio Cowboys and Angels, che gli commissiona la scrittura di un lungometraggio. Da quella proposta nasce Little Odessa, suo esordio cinematografico, girato a soli 25 anni. La pellicola, ambientata nel quartiere newyorchese di Little Odessa, è il ritratto di un gruppo di famiglia attraversato dalle tensioni causate dal ritorno a casa di uno dei figli, ora divenuto un killer. Subito appare chiaro come il regista sia interessato alla relazione tra bene e male, filtrata dal punto di vista dell’istituzione familiare. Un territorio dove la propria identità viene continuamente messa in discussione, in cui nasce la frustrazione per una condizione alienante, tipica del “diverso”. Difatti tutti i personaggi creati da Gray patiscono questa mancata integrazione nella società, sono percepiti come soggetti instabili e pertanto da tenere ai margini. Il regista guarda non solo a Scorsese, ma anche a numi tutelari della cinefilia come Coppola, Visconti e Fellini.

Little Odessa è una tragedia cupa, immersa in un’atmosfera rigida e invernale, dove gli sconfitti sono già condannati in partenza, schiacciati da un senso d’oppressione reso perfettamente dai lugubri cromatismi della fotografia. Insomma, assistiamo alla celebrazione di un funerale da vivi. Il film attira l’attenzione della critica e vince il Leone d’Argento al festival di Venezia. A distanza di sei anni arriva nelle sale The Yards, che segna l’inizio della collaborazione tra il regista e Joaquin Phoenix, suo attore feticcio. Il film però si rivela un mezzo fallimento, è snobbato da pubblico e critica. Certo, la storia non è tra le più originali e il film paga una lunghezza eccessiva ma Gray conferma tutto il talento messo in evidenza con l’esordio. Ancora un ritorno a casa, Leo esce di prigione, torna dalla mamma con tutte le buone intenzioni, ma entra in un brutto giro tanto da essere coinvolto in un omicidio. Ancora una tragedia familiare, dal passo lento e la messa in scena classica, con protagonisti divisi tra ambizioni private e condizionamento ambientale che finisce per soffocarli. Una vita tesa tra il piacere, simboleggiato dalla merce e il denaro, e il sacrificio, espresso dal valore dell’unità familiare. America e Europa. Capitalismo e affetti personali. Predestinazione e libero arbitrio. Questi sono i conflitti che attraversano tutta l’opera del cineasta americano.  E l’unica soluzione per placare i moti interiori sembra essere la rinuncia a sé, l’inevitabile sconfitta, raccontata con il lirismo dell’opera e il pessimismo della narrativa dostojevskiana.

Nel 2007, dopo una lunga pausa, James Gray realizza la pellicola che attira su di lui l’attenzione del grande pubblico: I padroni della notte. Non stupisce nessuno che si tratti per l’ennesima volta di una storia con protagonista una famiglia, in particolare due fratelli: un poliziotto e il proprietario di un locale gestito sottobanco dalla mafia russa. Gray inverte lo schema del film Il Padrino, stavolta il patriarca è un poliziotto, così le due ideologie contrapposte danno vita a un conflitto che il regista esplora da vicino, seguendo i personaggi fino ai gesti finali che rendono meno netti i confini del bene e del male. Gray si concentra sui corpi degli attori e i loro volti, sottraendo intensità all’azione per favorire lo sguardo verso i dinamisti interiori, utilizzando gli stilemi del noir per raccontare una nuova storia di predestinazione, un nuovo racconto di fato già scritto, che stavolta, però, finisce per imbrigliare la forza della narrazione rendendola sin troppo prevedibile. Non è un caso che l’intensità della pellicola risieda principalmente nel magnetismo animale di Eva Mendes e la disperata fame di vita di Joaquin Phoenix. Ma stilisticamente appare nitida la sicurezza e la maturità della mano del regista, sempre più abile a far emergere le psicologie dai dettagli e trasportare lo spettatore in un mondo di ombre dove la luce sembra quasi non esistere. Il suo è un cinema che vive della disillusione e dei colori della New Hollywood, osservando le vite di questi antieroi, di questi eterni perdenti, sembra di rivivere gli anni ’70 cinematografici. Tuttavia Gray stesso è consapevole dei limiti mostrati dalla sua formula, così col film successivo cerca di scombinare le carte.

Nel 2008 arriva in sala Two Lovers, il capolavoro del regista. Traendo spunto dal racconto Le notti bianche, il cineasta americano racconta la storia del giovane e depresso Leonard, fotografo per passione, combattuto tra due donne e due prospettive di vita: la ragazza presentata dalla famiglia, innamorata e tranquilla, o l’eccentrica vicina di casa? Nonostante la lontananza dagli spari del genere noir, il regista non tradisce se stesso, rimanendo fedele alla sua poetica. Anzi, la tragedia di quest’uomo ridicolo, stretto dalla morsa del legame familiare, è ancora più dolorosa e tragica. Tanto più grazie a Phoenix, che scompare dentro il personaggio, regalando una delle prove d’attore più intense degli ultimi trent’anni. Risulta difatti quanto mai doloroso assistere alle peregrinazioni di quest’anima in pena, malata di solitudine e incapace di reagire, trascinata tra le vie di New York in balìa degli eventi. Schiacciato dai demoni interiori, il protagonista insegue la felicità, ma è un’immagine sfocata, di cui ignora i contorni. E quanto più il regista si avvicina intimamente al protagonista, tanto più riusciamo a percepire la violenza affettuosa cui lo cingono i legami familiari e amorosi. Predestinato, con un futuro già scritto, Leonard cerca di distruggere la gabbia in cui è rinchiuso, ma i tratti del melodramma svelano le ombre fataliste del noir su cui poggia la storia. Leonard è aggrappato a una speranza fantastica, inimmaginabile, utopica, che cerca d’evitare il deterministico sguardo del regista, ma nulla può e così si avvia verso l’ineluttabile sconfitta cui sono condannati tutti i personaggi di Gray.

La mutazione è definitivamente compiuta con C’era una volta a New York, melodramma che guarda al lato oscuro del sogno americano. Ewa è un’immigrata polacca che nel 1920, insieme alla sorella, che cerca fortuna trasferendosi negli Stati Uniti. Qui Ewa cade tra le grinfie di Bruno che la inserisce nei suoi spettacoli e la induce a prostituirsi, finché un giorno incontra il mago Orlando, cugino di Bruno. Una storia semplice, con la consueta contrapposizione tra i personaggi maschili che trova il riflesso speculare nel legame tra le due sorelle. Sebbene, nonostante le apparenze, il centro dell’opera sia ancora una volta il personaggio interpretato da Phoenix: un uomo gretto, chiuso nel suo mondo violento, che per amore riesce a cambiare, trasformandosi in un uomo migliore. “È una colpa voler sopravvivere?”, chiede Ewa. Non potrebbe dare risposta migliore il regista mostrando come sotto le illusioni, sotto la magia, sotto il mondo dorato del capitalismo, si celi un universo bieco in cui l’uomo può riscattarsi dalla colpa solo col sacrificio, unica via per la redenzione. Perché l’importante è sopravvivere, a qualunque prezzo. Non va persa la fede, non va persa la speranza. Anche se il destino riserva percorsi differenti, come testimonia l’ultima splendida, straziante inquadratura.

Rosario Sparti

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