Michele Riondino, alla 56a edizione del Giffoni Film Festival, ha presentato l’associazione Artisti 7607, una società fondata con l’intento di tutelare la trasparenza dei compensi e il lavoro degli attori. È stata l’occasione per parlare del suo impegno sociale, del suo debutto alla regia con Palazzina Laf e dello stato dell’arte del cinema italiano.
Intervista a Michele Riondino
Oggi sei qui anche come rappresentante di Artisti 7607. Perché è nata questa associazione e, da un punto di vista personale, perché è così importante per te?
Per creare Artisti 7607 c’è stato bisogno di un percorso di consapevolezza e formazione durato un anno, tra riunioni e assemblee. Noi attori abbiamo preso coscienza di un problema: le nostre facce venivano usate per creare ricchezze che non ci tornavano indietro. Abbiamo quindi deciso d’impegnarci per rendere pubblico come tutto questo fosse ingiusto. Ritenevamo fondamentale rompere un monopolio e creare un collettivo in cui gli attori, finalmente consapevoli, potessero gestire i proventi del proprio lavoro. Cifre che non trasformano la vita a me o Elio Germano, tra i cofondatori di Artisti 7607. Cambiano la vita, invece, a chi comincia questo mestiere, a chi fa piccoli ruoli o ha poche pose in un film o una serie. Per loro ricevere quei compensi fa la differenza. In più, Artisti 7607 offre un sistema di welfare e protezione che altri soggetti non garantiscono.
Sei sempre stato molto impegnato nella tua vita personale e politica. Che cosa può fare il cinema per la società?
Il cinema, l’arte, la musica, la poesia, il teatro, la letteratura, non cambieranno mai il mondo. Però ti danno una maniera di vedere le cose: interpretano la realtà e ci mettono davanti agli occhi quello che non saremmo capaci di leggere senza il filtro dell’artista.
Michele Riondino
Nel 2023 hai debuttato alla regia con Palazzina Laf, una storia molto personale legata anche al tuo vissuto familiare. Ti piacerebbe tornare dietro la macchina da presa? Hai altre storie che vorresti raccontare?
Sì, certo, mi piacerebbe molto e ci sto lavorando, con i miei tempi. Non ho fatto Palazzina Laf perché da grande volessi fare il regista, ma, dopo tanti anni davanti all’obiettivo, ho capito che il mezzo della regia è importante per permettermi di raccontare le storie a modo mio. Quando capita la storia giusta – e con Palazzina Laf è successo – credo sia corretto impegnarsi a raccontarla nel modo che so.
Passare dietro la macchina da presa ha in qualche modo cambiato il tuo modo di stare davanti all’obiettivo?
In realtà, non ha cambiato molto il mio modo di recitare, ha mutato, piuttosto, la percezione che i registi e i critici hanno di me. Forse ha influenzato anche la maniera di confrontarmi con un regista. Ho sempre subito il fascino del dietro le quinte, del monitor, del gestire le situazioni, ma ho sempre avuto il pudore di non espormi troppo con i registi, perché detesto l’idea di voler dare consigli. Però, contemporaneamente, maturo le mie convinzioni, la mia idea di scena o di come stare in scena. Palazzina Laf mi ha dato la possibilità di mettermi alla prova materialmente con la cosa che più amo del cinema e dello spettacolo: gli attori. Io amo gli attori perché sono un attore e parlo la loro stessa lingua. La prima necessità che ho avvertito, come regista, è stata proprio quella di confrontarmi con loro, di condividere la scena. Su questo sono stato veramente testardo: ho voluto a tutti i costi una compagnia d’interpreti che avesse una forte familiarità con il teatro e una profonda consapevolezza di cosa significhi essere attori in scena.
Yasmina Reza ha polemizzato per il modo in cui hai messo in scena Art, tanto da bloccare la tua tournée teatrale. Quanto questa è una ferita ancora aperta?
Per me, quella ferita gronda ancora sangue, per diverse ragioni. La prima è che l’autrice del testo, Yasmina Reza, non ha riconosciuto la mia funzione. Ho voluto mettere in scena quel testo non per distruggerlo o per non rispettarlo, ma perché lo ritenevo utile in quel momento storico e personale della mia vita, adatto a contestualizzare l’individuo all’interno di una collettività. Quel testo era di vitale importanza, per me, per come lo facevo. Io ho rispettato i suoi meccanismi, tanto più perché è un’opera che ha all’interno un marchingegno che non può che essere scrupolosamente osservato nella sua messinscena. I cambiamenti apportati sono stati pochissimi. La cosa che fa più male è che un’autrice così importante abbia deciso di bloccare lo spettacolo sulla base di qualcosa che non ha mai visto. Lei non conosce la mia versione teatrale. A me non cambia la vita farlo o no, ma, dietro Art, c’era una compagnia di lavoratori: scenografi, costumisti, produttori, macchinisti, elettricisti, attori che hanno dedicato il loro tempo a questo progetto. Un’intera squadra è stata bloccata dal capriccio di un’autrice che non solo non ha voluto vedere lo spettacolo, ma non ha nemmeno ritenuto necessario rivolgere la parola al regista che aveva deciso di metterlo in scena, per capire le sue ragioni. È una cosa gravissima da parte di una persona che dovrebbe avere la sensibilità di comprendere come funziona il teatro per cui scrive. Dopotutto, parliamo di un testo incentrato su un quadro bianco e non dovrei essere io a spiegare come un quadro bianco possa contenere miliardi di colori.
Qual è lo stato di salute del cinema italiano dal tuo punto di vista?
Secondo me, il cinema italiano gode di un ottimo stato di salute, soprattutto se faccio il paragone con i miei inizi. All’epoca, c’era una forte mancanza d’inventiva e i produttori avevano paura d’investire, impedendo agli sceneggiatori di allargare lo spettro dell’immaginazione. Non c’erano progetti originali come Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti o la caparbietà visionaria di autori come Paolo Strippoli e il suo La valle dei sorrisi. Oggi, questa audacia c’è: abbiamo ottimi registi e tantissimi bravissimi attori. Il vero problema è che in Italia il cinema non viene ancora considerato un’industria. Di conseguenza, gli viene impedito di ottenere quei benefici, anche economici, da parte di istituzioni che ne permetterebbero la sopravvivenza. A questo proposito, voglio girare io una domanda a tutti coloro che ci leggono: perché lo Stato italiano, tramite il Ministero dello Sviluppo e dell’Economia, insiste a concedere enormi risorse all’industria siderurgica, come l’acciaieria ex Ilva di Taranto, solo perché quella viene considerata una “vera” industria? Perché non ci si scandalizza quando si cerca di mantenere in vita una fabbrica che è morta, mentre un’industria culturale come il cinema, che chiede aiuto, viene ignorata solo perché si pensa, erroneamente, che all’interno ci sia un’egemonia della sinistra? Questa è la domanda.
Michele Riondino con Paolo Strippoli sul set di La valle dei sorrisi