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Ischia Film Festival

‘Soul of the Seasons’: lo scorrere del tempo tra i paesaggi italiani

Un viaggio poetico attraverso i paesaggi italiani per esplorare il legame profondo tra tempo e natura

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soul of the seasons

Soul of the Seasons (Lo Spirito delle Stagioni), lungometraggio di Alessandro Cattaneo, è stato proiettato il 27 giugno alla 24ª edizione dell’Ischia Film Festival (dal 27 giugno  al 4 luglio).  La prestigiosa kermesse cinematografica si distingue da sempre nel panorama internazionale per un focus unico e rigoroso: la valorizzazione del “cinema di territorio” e il legame profondo tra le opere e i luoghi scelti come spazi narrativi.

All’interno di questa cornice, Soul of the Seasons si inserisce perfettamente nella sezione documentaristica, celebrando paesaggi italiani capaci di farsi essi stessi personaggi. Il regista, Alessandro Cattaneo, noto per una cifra stilistica che predilige il cinema dell’ascolto e dell’attesa, porta in questo festival la sua personale maturità poetica. La sua firma si riconosce proprio nella capacità di tradurre la geografia e il mutare delle stagioni in veri e propri stati d’animo.

Soul of the Seasons: il prologo come evocazione del visivo

L’esperienza spettatoriale si apre nel buio e nel silenzio assoluto dell’oscurità cinematografica. Sullo schermo nero appare inizialmente il titolo dell’opera in un bianco nitido e minimale, prima di lasciare nuovamente spazio al vuoto visivo.

È in questa totale assenza di immagini che si impone il paesaggio sonoro originario, dominato dal risucchio e dalla risacca delle onde del mare, un suono sordo ed eterno che pulsa nel buio. Sopra questo tappeto acustico inizia un monologo interiore affidato a una voce fuori campo calda e confidenziale, che riflette sulla natura del tempo.

Mentre le parole scorrono, il nero sfuma lentamente in un cielo denso di nuvole in movimento, per poi svelare, alla fine del monologo, il mare aperto in tutta la sua vastità.

La poetica dell’inquadratura fissa

La scelta formale del docufilm si fonda su un rigore estetico radicale, dominato da inquadrature rigorosamente fisse. La macchina da presa rifiuta qualsiasi movimento artificiale, panoramica o zoom, ponendosi come un testimone immobile e silenzioso della realtà.

L’approccio di Cattaneo si traduce nella volontà di lasciar succedere le cose all’interno della cornice visiva, senza forzarle. Non è il regista a inseguire l’azione, ma sono gli oggetti, i mutamenti della luce e i fenomeni atmosferici a imporsi sullo schermo, riappropriandosi del loro potere narrativo e diventando i veri protagonisti del racconto.

Soul of the seasons

L’estetica del vuoto

Il tessuto visivo dell’opera si sviluppa attraverso un continuo contrasto tra l’isolamento e la collettività. Gran parte delle riprese ritrae spazi antropizzati ma completamente svuotati, dove la presenza umana è ridotta a silhouette solitarie, ombre o passanti distanti. Questo senso di vuoto non viene raccontato come una mancanza, bensì come uno spazio di pura contemplazione mistica e interiore. A queste fasi di immobilità si alternano, con strappi improvvisi, frammenti intrisi di una vibrante vitalità collettiva, in cui i momenti caotici delle festività o del lavoro quotidiano irrompono nell’inquadratura per poi riassorbirsi nel silenzio circostante.

L’autunno e il senso di abbandono

Il viaggio attraverso i quattro capitoli stagionali comincia in una località marittima italiana colta subito dopo il termine della stagione estiva. Le inquadrature fisse registrano la desolazione e la bellezza ruvida delle spiagge svuotate, degli stabilimenti balneari ormai sbarrati e delle sedie a sdraio accatastate.

L’inverno e il confine inaccessibile dell’infanzia

Il racconto si sposta in città e borghi italiani avvolti dal gelo invernale. In questo capitolo la quotidianità ruvida del lavoro e delle giornate vuote viene interrotta dalle festività. I fotogrammi si riempiono di luci colorate e calde, che tuttavia accendono nello spettatore adulto un profondo senso di nostalgia.

I bambini che giocano tra le luci natalizie diventano il simbolo di un’infanzia lontana, concepita come una tana calda e sicura in cui non è più possibile fare ritorno. Durante queste feste, l’assenza delle persone care che non ci sono più si fa concreta, trasformando la magia di un tempo in una lucida consapevolezza del tempo che passa.

La primavera e l’illusione del risveglio

Con l’arrivo della primavera, la luce si face più chiara e la macchina da presa registra il ritorno della vita nei campi e nelle piazze. Questo capitolo è dedicato all’entusiasmo della rinascita, un momento in cui la natura e l’uomo sembrano risvegliarsi da un lungo letargo.

Lo stile da puro documentario di conclusione si apre qui a dialoghi estemporanei e frammenti di conversazioni colte per strada, restituendo la spontaneità degli incontri casuali e l’illusione di un nuovo inizio.

L’estate e la plenitudine collettiva

L’estate rappresenta il culmine della vitalità e della saturazione visiva e sonora. Il sole a picco, il rumore del lavoro agricolo o turistico e il caos vibrante delle spiagge affollate e delle feste di paese riempiono l’inquadratura.

È la rappresentazione cinematografica della massima connessione collettiva, una fase in cui l’entusiasmo umano tocca il suo apice, celando tuttavia al suo interno il seme invisibile del suo imminente e inevitabile declino verso l’autunno successivo.

Il ritratto acustico e la dimensione sonora

Dal punto di vista sonoro, l’opera si configura come un finissimo ritratto acustico della realtà. I rumori d’ambiente, come il sibilo del vento, lo scricchiolio dei passi sulla ghiaia, la pioggia e il chiacchiericcio indistinto in lontananza, sono trattati con la stessa dignità delle immagini.

La colonna sonora interviene in modo estremamente discreto ed evocativo, restando quasi sempre in secondo piano per non sporcare la purezza del reale, ma è pronta ad aprirsi a sonorità orchestrali da grande schermo nei momenti in cui la tensione emotiva e la contemplazione mistica richiedono una spinta lirica.

La realtà ruvida e l’eredità di Olmi

Il progetto dialoga apertamente con la lezione cinematografica di Ermanno Olmi, in particolare con lo spirito de L’albero degli zoccoli. Sebbene l’atto stesso di posizionare la macchina da presa implichi una scelta e un punto di vista ben preciso da parte dell’autore, la realtà viene restituita nella sua essenza più schietta e ruvida.

Il film si spoglia di ogni estetismo artificiale per farsi pura testimonianza, catturando la familiarità di quegli scorci quotidiani e di quei dettagli minimi che spesso passano inosservati nella vita di tutti i giorni, finché il cinema non li evoca per svelarne la straordinaria poesia.

L’epilogo e la calma dell’infinito

Il docufilm si chiude compiendo una perfetta struttura circolare che riconnette la fine all’inizio. La sequenza finale riporta lo spettatore di fronte al mare, l’elemento primordiale da cui tutto è cominciato.

Lo specchio d’acqua si presenta completamente fermo, limpido e cristallino. L’inquadratura fissa esprime una sensazione di calma assoluta e di infinito, un fermo immagine temporale in cui lo scorrere incessante delle stagioni trova una sua pacificazione eterna, lasciando nello spettatore la consapevolezza consolante e malinconica del perpetuo ritorno della vita.

 

Soul of the Seasons

  • Anno: 2026
  • Durata: 83'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Alessandro Cattaneo