ن الولادة إلى النور، الموت هو الطريق:
«Dalla nascita alla luce, la morte è la via»
Così si apre Al-Ubur (العبور al-ubur) di Josef Khallouf, regista, produttore, musicista e artista libanese, in concorso nella categoria ShorTs Express alla 27ª edizione dello ShorTS International Film Festival. Da quasi tre decenni impegnato nella creazione di uno spazio di cultura cinematografica condiviso per appassionati e non, lo ShorTS IFF accoglie in gara il claustrofobico grido d’aiuto di Khallouf che, ancora una volta, si fa portavoce di tutte le anime intrappolate nel passaggio tra la vita e la morte a causa degli orrori bellici che perseguitano migliaia di popolazioni.
Le passage come terrore fluido che calma e libera
Un’inquietante aura oscura avvolge le strettoie di un’installazione coperta da veli bianchi: non sembra esserci via d’uscita, ma i veli sono quasi trasparenti. Poter vedere attraverso non salva da un disorientante labirinto in cui risuona la voce di una ragazza. Una ragazza confusa, spaventata, le cui parole si mescolano con lo stillicidio dell’acqua: un metronomo straniante, da far diventare pazzi. Proprio questo si domanda la giovane. Perché è lì? È sana? È sveglia o è tutto frutto di un immaginifico sogno privo di senso? Sono tutte domande alle quali, immersi nell’inconscio fluido che riempie la stanza, è impossibile rispondere.
Tra Lynch e Tarkovskij nasce un’autorialità necessaria
In anteprima assoluta, Khallouf istituisce un immaginario visivo che sfiora il lynchiano, palesandosi per La Zona di Stalker di Tarkovskij (1979), fino ad arrivare a una camera buia mentale nella quale ognuno di noi può trovarsi rinchiuso non consensualmente. Il titolo racchiude in sé, già in partenza, tutto ciò che c’è da sapere sulla dimensione protagonista indiscussa del cortometraggio: Al-ʿUbūr (العبور), infatti, in arabo significa transizione, passaggio, ma con una sfumatura semantica incentrata sull’attraversamento fisico. Sul piano ideologico però, il termine viene utilizzato in Libano con scopo di commento politico, araldo di speranza in una modernizzazione del Paese e nel superamento di un’apparente infinita maledizione: la guerra. Su queste direttrici si fonda quindi l’intento del regista, già dichiarato nell’opera collettiva Letters (2025) realizzata in collaborazione con 18 filmmakers libanesi, plasmando una denuncia corale attraverso cortometraggi basati su uno scambio di lettere riguardanti il genocidio in corso a Gaza.
Le Passage: nuova vita nella poetica dell’attraversamento
Nel vortice psicotico in cui lo spettatore viene catapultato, due elementi in particolare sono ricorrenti: la luce e i vermi. La prima invade e pervade l’ambiente sotto forma di fascio caleidoscopico, un faro divino che illumina il pulviscolo che danza tra i veli. Oltre al raggio, però, la luce proviene inoltre da una porta, l’unica via d’uscita. Durante tutto il cortometraggio si alterna, sullo sfondo di una linea sonora terrificante e disturbante, la ripresa dell’installazione con immagini in simil-negativo di vermi.
Apparentemente potrebbe raffigurare solo un generico concetto di putrescenza mortuaria, ma il significato è molto più positivo di quanto il significante dia a pensare. Biologicamente questi invertebrati, una volta deceduti, vengono utilizzati come fertilizzante per nuove vite vegetali, facendo del loro trapasso una possibilità di vita nuova. In questo universo retorico si colloca, probabilmente, l’interpretazione del segno da parte del regista, prima di inghiottire l’intero campo visivo in un bagliore celestiale che corrisponde all’uscita di una figura umana dalla porta.
Morte e memoria per rinascere e creare
Il passaggio è avvenuto: la stanza è vuota, nessun nematoda, solo un cadenzato rumore metallico e una luce sfarfallante. La luce si spegne. Buio sull’installazione. Un buio che permane solamente per un paio di secondi, giusto il tempo necessario per realizzare che nonostante il passaggio sia stato effettuato, il limbo resta presente, pronto per essere attraversato dalla prossima anima desiderosa di vita.