Il conflitto generazionale tra un nonno e un nipote viene portato alla luce in questo primo cortometraggio di Emanuele Prestileo. In concorso all’Ischia Film Festival 2026
Cosa c’è dall’altra parte del mare? Come si può raggiungere un luogo diverso quando si è incatenati in un mondo in cui non ci si sente più di appartenere? Come si fa capire a chi si ama che si è pronti ad andare oltre?
Emanuele Prestileo, un giovane regista emergente, concorre con il suo primo cortometraggio, Enna, alla nuova edizione dell’Ischia Film Festival.
Il corto, distribuito da Premiere Film Distibution, è ambientato nell’ecovillagio di Iaja, situato in un promontorio della costa sarda, e racconta di uno scontro generazionale che si verifica tra un nonno, Borbore, e il nipote Totoi.
Il burbero anziano è a capo del villaggio ed è l’unico, tra tutti gli isolani, in grado di tessere il bisso, una seta marina che permette di creare delle reti da pesca molto particolari che vengono utilizzate durante alcuni riti, tra cui il “s’orbesciu”, che si svolge dalla notte all’alba.
Borbore cerca di insegnare al giovane nipote l’antica arte del bisso, ma Totoi non sembra molto interessato. Lui scruta l’orizzonte, osserva le onde del mare che si infrangono sugli scogli e arrivano a riva, e desidera andare oltre. Non vuole rimanere per sempre a Iaja, non vuole portare avanti la tradizione, vuole sentirsi libero e avere la possibilità di esplorare e conoscere e scoprire ciò che si trova oltre quella sottile linea di confine blu su cui posa lo sguardo ogni sera prima di andare a dormire.
Cosa c’è al di fuori di Iaja? Cosa sembra attrarlo così tanto? È un desiderio di fuga o è semplicemente il bisogno di cominciare a vivere davvero, di provare a essere altro rispetto a ciò a cui sembra essere destinati? È così brutto sentire di volere qualcosa di diverso?
Enna
“Lo spettacolo del mare fa sempre una profonda impressione. Esso è l’immagine di quell’infinito che attira senza posa il pensiero, e nel quale senza posa il pensiero va a perdersi.”
(Madame de Staël)
Ennasi apre con una scena completamente nera, senza immagini, e con due suoni ben distinti che si susseguono: il primo è quello delle onde del mare, il secondo è quello di un battito che ricorda il ticchettio di un orologio, ma che si scopre poi essere il rumore di un polpo battuto ripetutamente contro una roccia, e che rimanda al tempo che scorre.
Arriva la luce e le prime immagini mostrano un’isola, i suoi abitanti, un piccolo orto, delle capanne costruite con residui di plastica, e il giovane Totoi intento a preparare il polpo da appendere e mettere a essiccare al sole, sotto stretta osservazione del nonno.
Il rimando al tema del tempo compare più volte all’interno del cortometraggio, a partire dalla prima scena del corto, come già sopracitato.
In Ennail tempo sembra essere fortemente radicato nel passato, nelle tradizioni di cui si fa portavoce l’anziano Borbore, e sembra scontrarsi con l’idea di futuro e i sogni di Totoi. Nonno e nipote rappresentano la saggezza e la staticità di un passato che vuole insegnare, ma che ha paura di lasciare andare, e la brama di vita della nuova generazione che ha bisogno di osare e di tentare di realizzare i propri desideri in un prossimo futuro.
Ogni cosa a suo tempo
Durante il cortometraggio, il rapporto tra Borbore e Totoi non è mai davvero conflittuale. Nonno e nipote si vogliono bene, scherzano e giocano spesso al gioco del “dieci”, in cui si hanno solo dieci secondi per poter vincere una sfida che decidono al momento.
Tuttavia, come mostra il regista, il bisogno del giovane nipote di volere altro, spaventa molto l’anziano. Per questo, ogni volta che il ragazzo si interroga su cosa ci sia oltre l’orizzonte, Borbore mente o tergiversa, intimandolo a pensare alle cose importanti.
“C’è tempo per tutto, Totoi.”
Crescere è una meravigliosa avventura, Borbore lo sa, ma vuole insegnare al nipote di rimanere prima con i piedi per terra e di non dimenticare le proprie origini. Un po’ è spaventato: non vuole che il nipote vada via e desidera fortemente che diventi il suo successore nella tessitura del bisso, ma pian piano capisce che forse, deve imparare a lasciare andare e contare fino a dieci.