Dopo nove anni, arriva finalmente in anteprima italiana alla 62° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, Bikini Moon. Una proiezione speciale, che ha l’intento di omaggiare Milcho Manchevski, regista a cui viene ritagliata una masterclass all’interno del festival. Già celebre per la sua opera Prima della pioggia, la quale venne candidata agli Oscar come miglior film straniero, oltre che vincere il Leone d’Oro alla 51ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Considerato uno dei più grandi film d’esordio nella storia del cinema raffigura come l’ultimo leone d’oro di Jarmusch: Father Mother Sister Brother, tre episodi intrinseccati tra di loro in tempo reale.
Come possiamo vedere dalla filmografia e biografia, è partito dal suo Paese d’origine, la Macedonia, per poi prendere la doppia cittadinanza negli Stati Uniti. Paese in cui ha concluso i suoi studi. Dove viene successivamente girato Bikini Moon, che vede come protagonista Condola Rashad nelle vesti di Bikini, una carismatica e instabile senzatetto reduce dalla guerra in Iraq. Quest’ultima si imbatte in una giovane coppia di documentaristi, Kate e Trevor, che nutrono il desiderio di rendere la sua vita il soggetto del loro prossimo documentario. E per realizzarlo invitano in parte egoisticamente, Bikini nella loro vita, trasformandosi in un vero e proprio mockumentary in stile cinéma vérité. Dove il vero soggetto del film, ovvero la macchina da presa diviene essa stessa uno strumento di sfruttamento, rendendo impossibile separare forma e contenuto.
Milcho Manchevski
Il film nel film e il paradosso della realtà mediata
Infatti, l’obiettivo di Milcho Manchevski non è quello di fare un semplice mockumentary su chi fa un documentario, bensì vuole svelarne l’ipocrisia, un film che che lui stesso definisce esperimento. Kate e Trevor, non scelgono Bikini perché la vogliono realmente aiutare, infatti quando Kate propone a Trevor di farla vivere con loro lui non è accondiscendente. Sostiene che ella abbia bisogno di vero aiuto, come se il loro non fosse compreso. Difatti, il vero salvataggio sta nel salvare la loro carriera attraverso la storia della donna, mettendo in scena un’autentica auto-accusa cinematografica. Spettacolarizzano il trauma di Bikini, che non si limita alla guerra, bensì alla perdita cautelare della figlia.
Troviamo una scena devastante in Bikini Moon. Durante il montaggio del documentario le vengono mostrate delle riprese di sua figlia. In questo momento lo spettatore si rende conto che il documentario assume su di lei uno statuto ontologico superiore alla sua stessa vita. Bikini esiste e vede sua figlia solo attraverso lo schermo dei suoi sfruttatori. La realtà viene sostituita dunque dal simulacro. Una provocazione che la porterà a confrontarsi con la bambina, la quale scopriamo non essere sua figlia, bensì un’altra. Sarà proprio questo evento a far luce sulla complessità psichica della protagonista.
Bikini Moon
Il personaggio di Bikini Moon e la sua psiche
“Io sono una carpentiera, come Gesù con le tette”
È così che si presenta la prima volta. Nella terminologia junghiana, quando l’Io di un individuo così traumatizzato entra in contatto diretto con un archetipo potente, in questo caso quello del Martire, si verifica un fenomeno chiamato inflazione psichica. Bikini non potendo sopportare la realtà, ovvero di essere una senzatetto impotente che ha perso la figlia, si identifica con la figura cristologica di Gesù. Un meccanismo di difesa archetipico, in cui Bikini si carica della sofferenza del mondo per dare un senso al suo dolore che prova nel suo privato. La sua rappresentazione non si ferma a quella psichica, vediamo su di essa dei tatuaggi che sembrano essere stati fatti con una penna. Come dice Milcho Manchevski stesso voleva:
“È così che mi è venuta l’idea di raccontare questa storia come se fosse un documentario e, allo stesso tempo, di avere come protagonista una persona che lei stessa fa fatica a distinguere tra verità e bugia a causa del suo stato mentale.”
E Condola Rashad riesce benissimo a rappresentare questo personaggio, poiché quando viene filmata, quindi è nel presunto documentario recita esattamente come è nella realtà di Bikini Moon. Una scelta difficile quella del cast, poiché il regista aveva visto più di cento attrici estremamente talentuose.
Bikini Moon
Cosa succede alla verità quando viene vista attraverso un mezzo di comunicazione?
“Oggi si registra così tanto, tutto viene filmato: gli stupidi giochetti degli animali domestici, gli incidenti… filmiamo il nostro pranzo, i nostri incontri romantici. Ci va bene se le multinazionali, il governo o altre persone ci filmano, eppure sappiamo sempre meno gli uni degli altri. Ero curioso di indagare la moralità del regista, non solo del soggetto, ma del regista stesso, in questo ambiente in cui tutto può essere documentato.”
Racconta sempre Milcho Manchevski. Già per Isaac Nabwana, regista di Who Killed Captain Alex?la tecnologia povera diventa uno strumento di liberazione comunitaria. In Bikini Moon la sovrabbondanza di telecamere diventa uno strumento di alienazione e spietatezza. Filmiamo il dolore altrui sui social per il mero obiettivo di consumarlo. La tecnologia, dice Manchevski, mette infatti a nudo la nostra mancanza di cuore. Nelle scene di isteria di Bikini, le persone invece di aiutarla la filmano. La regia attraversa dunque tutti i tipi di formati, dispositivi e sguardi diversi di ogni parte presente.
Questa scelta potrebbe risultare caotica, ma è l’esatto contrario di quello che abbiamo visto con Maresco in Un film fatto per Bene. Maresco infatti si ritrova costretto a fare un film sul caos e sul fallimento reale del set. Manchevski decide invece di pianificare a tavolino il caos, ricostruendo le scene che potrebbero apparire come errori, ingannando lo sguardo dello spettatore. In Bikini Moon infatti la camera sta solo dove una vera troupe di documentaristi avrebbe il permesso o la possibilità fisica di stare in quel momento. Una regola etica che ha come obiettivo l’esatta rappresentazione di cinéma vérité. In questo modo, diventa una dichiarazione di colpevolezza sul vizio voyeuristico del cinema contemporaneo.