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Short Film italiani

‘Cristina’: il corpo come architettura della memoria

Nel corto sperimentale di Giulio Golfieri in concorso a ShorTS Maremetraggio, la vecchiaia cessa di essere tema per diventare materia visiva. Presentato allo ShorTS International Film Festival Maremetraggio

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Cristina, Shorts Interantional Film Festival Maremetraggio

In concorso alla sezione Shorts Horror Picture Show dello ShorTS International Film Festival Maremetraggio, Cristina è un corto scritto e diretto da Giulio Golfieri, interpretato da Cristina Malcisi e Luisa Rossi e prodotto da RATS Cineproduzioni.

Cristina, la storia

Cristina è uno di quei cortometraggi che lavorano ai margini del racconto, dove la narrazione non sparisce del tutto ma smette di essere il punto. Lo stesso autore lo definisce opera sperimentale, eppure c’è un filo che tiene una storia: la quotidianità di un’anziana vampira di nome Cristina alle prese con la malattia e con la progressiva disfunzione del corpo.

Un’immagine di apertura

Il film si compone di inquadrature di rara precisione: Cristina seduta a un tavolo sotto la luce nuda di una lampada, i capelli bianchi sciolti che le coprono quasi il viso, le mani che reggono una piccola fotografia. Sul tavolo, altre istantanee sparse. L’atmosfera è quella di una veglia privata, di un interrogatorio con se stessa. La luce è dura, chiaroscurale, non abbellisce nulla, rivela tutto. E ciò che rivela non è decadenza, ma stratificazione: una vita che si legge nei gesti, nella postura, nelle mani che tengono le foto come si tengono le prove di qualcosa che è stato reale.

Quelle fotografie (piccole polaroid in bianco e nero, datate, con facce di anziani, un gatto) sono il primo elemento perturbante del film. Non perché evochino morte, ma perché costringono a guardare da vicino le mani che le reggono: pelle increspata, vene in rilievo, giunture segnate. Mani che hanno una storia incisa addosso come una scrittura. Nel dettaglio,  la tesi del film: il corpo degli anziani non è un corpo che si consuma, è un corpo che si fa testo.

Cristina, Shorts Interantional Film Festival Maremetraggio

Il corpo che non si guarda

La produzione audiovisiva ha un rapporto difficile, quasi evasivo, con il corpo degli anziani. Lo schiva, lo nasconde, o lo convoca solo come memento mori da fiction: la malattia come dramma familiare, la morte come punto d’arrivo di una storia con personaggi più giovani intorno… Golfieri sceglie invece di sostare, di osservare senza mediazioni sentimentali. E in quella sosta trova qualcosa di inatteso.

Il corpo di Cristina non è un corpo in disfacimento: è un corpo che si è trasformato. Ha perso le geometrie lisce e tonde dell’attrazione giovanile per guadagnare nei colori e nelle pieghe della pelle i chiaroscuri di un elaborato ornamento architettonico. C’è qualcosa di monumentale in quella carne segnata, qualcosa che appartiene più alla scultura o alla pietra che all’immagine consumabile del corpo desiderabile. Si cede potenza sessuale, si guadagna in complessità formale. Si diventa qualcosa di più simile a un palazzo antico, meno immediatamente seducente, ma capace di colpire i sensi in modo più obliquo, più duraturo.

Eppure il film non si chiude nella malinconia. Tra le immagini della quotidianità anziana emergono tracce di un’altra vita: lampi di eros coniugale, il ricordo fisico di una coppia che si è amata. Non nostalgia sentimentale, ma memoria incarnata: il corpo porta in sé la storia di ciò che è stato, come le pareti di una casa portano i segni di chi ci ha vissuto.

Uno dei fotogrammi più lucidi del film ritrae Cristina in piedi davanti a uno specchio, semi-nuda: il corpo mostrato con una franchezza che in altri contesti potrebbe sembrare provocazione, ma qui è semplicemente sguardo. Il riflesso sdoppia l’immagine, la moltiplica, come se il film volesse dire che un corpo così non può essere contenuto in un’unica prospettiva.

L’horror come categoria dello sguardo

Non è casuale che il film trovi casa nella sezione horror del festival. L’orrore che Golfieri mette in scena non è quello delle maschere o del sangue, ma quello ben più perturbante della materia che cambia, del corpo che non obbedisce più alle intenzioni. Un body horror depurato dalla spettacolarizzazione, che lavora per accumulo di dettagli quotidiani fino a produrre un senso di straniamento profondo.

La bocca di Cristina che perde i canini, strumento della sua sopravvivenza, i capelli scomposti, lo sguardo che non chiede pietà. È una figura che rimanda, in qualche modo, all’iconografia della strega, della vecchia che la cultura popolare ha sempre associato al mostruoso. Golfieri non glissa su questa associazione: la attraversa, la guarda in faccia, e in questo modo la disinnesca. La strega qui non è il mostro: è semplicemente una donna che ha vissuto abbastanza da non temere più lo sguardo altrui.

La grammatica visiva tra micro e macro

Il film alterna due registri visivi che sembrano opposti e invece dialogano: le riprese ravvicinate, quasi documentaristiche, del corpo e degli ambienti domestici, e sequenze estratte da altro repertorio, immagini di strutture biologiche in bianco e nero . Il titolo del film appare su una di queste: una spirale di materia organica, spinosa e perfetta, sospesa nel nero, senza gravità. È un’immagine che dice tutto senza spiegare niente: la vita è questa struttura, elaborata e misteriosa, che persiste nel buio.

Anche i denti di leone ripresi in macro appartengono a questa grammatica: la fragilità come forma di bellezza, la dispersione come atto naturale e necessario. Il corpo di Cristina, in questo sistema di immagini, diventa parte di qualcosa di più grande: non un caso clinico, non un soggetto da compatire, ma un organismo che obbedisce alle stesse leggi di tutto il resto.

Cristina, Shorts Interantional Film Festival Maremetraggio

Una questione di sguardo

Ciò che distingue Cristina da un esercizio formale è esattamente questo: il rispetto con cui Golfieri guarda il suo soggetto. Non c’è pietà condiscendente, non c’è la distanza asettica del documentario clinico. C’è una vicinanza che sa di lunga frequentazione, lo sguardo di chi ha imparato a trovare bellezza dove l’abitudine non la cerca. L’ultima immagine che resta (Cristina distesa sul letto, nuda, circondata da volute di fumo che salgono come in un rito, la lampada sola nel buio)  ha la qualità di una pietà laica. Non una morte, non ancora. Un corpo che riposa nella consapevolezza di ciò che è stato, e di ciò che ancora è.

In un panorama in cui il cinema italiano fatica a uscire dai propri schemi generazionali e tematici, Cristina è una piccola anomalia necessaria: un film che prende sul serio la vecchiaia non come tema sociale da trattare, ma come materia estetica da esplorare. E che lo fa con rigore, con coraggio, e con una sensibilità visiva che raramente si trova nel formato breve.

 

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Cristina

  • Anno: 2025
  • Durata: 12'
  • Distribuzione: RATS Cine Produzioni
  • Genere: horror, sperimentale
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Giulio Golfieri