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Conversation

‘La Grazia’ conversazione con Milvia Marigliano

Coco Valori è uno dei personaggi dell'anno. A interpretarla ne 'La Grazia' di Paolo Sorrentino è una sorprendente Milvia Marigliano

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milvia marigliano

Dopo il successo personale riscosso per l’interpretazione di Coco Valori nel film La Grazia di Paolo Sorrentino (su Netflix) per lo stesso ruolo Milvia Marigliano è entrata nella cinquina finale degli 80esimi Nastri D’Argento come miglior attrice protagonista. Del film, del suo personaggio e del rapporto con il regista abbiamo parlato con Milvia Marigliano.

Credit foto di Chiara Marigliano

Milvia Marigliano ne La Grazia di Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino è un regista piuttosto schivo, di quelli che preferiscono coltivare le proprie ossessioni alla scrittura filmica anziché all’esegesi della critica. Avendo condiviso il set de La Grazia mi interessava sapere che idea ti sei fatta di lui come regista.

Prima de La Grazia con Sorrentino avevo girato The Young Pope e ancora in Loro nella scena in cui ero la signora di Verona alla quale Berlusconi telefona per vendere un appartamento. In entrambe le occasioni non c’è stato il tempo per creare un vero rapporto anche perché nelle serie bisogna lavorare il più velocemente possibile. In generale penso che nei miei confronti abbia molto rispetto: me ne accorgo dal fatto che ogni volta che ci vediamo ha sempre bisogno di fare una battuta sarcastica che lascia intendere la stima che ha nei confronti degli attori teatrali. Se parliamo del regista ti posso dire che la sua direzione è già presente nella sceneggiatura. Nel testo c’è la musica del personaggio, quella che serve all’attore per dargli il colore più adatto. Per Coco Valori è andata così. Sul set Sorrentino era molto attento al ritmo della battuta intervenendo laddove l’esito non era come lui aveva in testa. In generale si è fidato di me. Com’è capitato nella scena finale quando mi ha lasciata libera di scegliere il tempo della risposta al Presidente.

Cinema e teatro

La tua esperienza ricorda da vicino quella degli attori di Woody Allen, nel senso che anche a loro capitava di ricevere spiegazioni minime da parte del regista perché ciò che serviva era inserito all’interno della sceneggiatura.

A differenza del teatro in cui si sta insieme per tutta la tournée, nel cinema non funziona così. Per La Grazia sono stata presente solo per le mie pose e per questo non ho avuto modo di osservare come Sorrentino si comportava con gli altri attori. Considerando anche le sue dichiarazioni quando abbiamo presentato il film a Milano ho capito che ama lavorare con interpreti esperti perché con quelli più giovani è costretto a intervenire più di quanto ami fare.

Marco Bellocchio e Paolo Sorrentino hanno rotto una tendenza che ragionava per compartimenti stagno distinguendo tra attori di cinema e attori di teatro. L’idea è che si senta sempre più la necessità di interpretazioni non costruite attraverso il montaggio ma focalizzate sulla capacità dell’attore di restituire il personaggio attraverso la parola.

C’è da dire che molti anni fa Germi, Rossellini, De Sica e Visconti usavano attori teatrali. Anche nei film di Totò c’erano, basti pensare ad Aroldo Tieri, Paolo Stoppa e tanti altri.

Poi però il cinema italiano ha smesso di usarli.

Lo so bene. A molti di noi è capitato di lavorare a Roma e di sentirci come appestati perché provenivamo dal teatro. Adesso per fortuna c’è una nuova generazione di registi che la pensa in modo diverso e che non ha nessuna remora ad usarli. Io ho appena terminato Fame D’aria di Giuseppe Bonito in cui ho lavorato con Paolo Pierobon. Anche Piero Messina con cui ho fatto Nemesis, serie Netflix di prossima uscita, ha detto più volte che lavorare con noi è un’altra cosa, questo a testimonianza di come le cose siano per fortuna cambiate. Tieni conto che La Grazia dovevamo farlo tre anni fa ma fu accantonato perché decise di fare prima Parthenope. Quando si è trattato di girare, aveva chiaro il film che voleva fare. Questo ha fatto sì che il film sia stato girato e poi montato con una celerità che gli ha permesso di essere pronto in tempo record per l’ultimo Festival di Venezia.

Parole e immagini

Sorrentino è uno dei pochi registi in cui la parola è importante quanto le immagini. Mentre la prima è qualcosa che ti riguarda da vicino, la cui giustezza hai potuto misurare in prima persona, ti volevo chiedere in che maniera sei stata consapevole della creazione visiva. E in che modo la tua interpretazione è stata influenzata da questa componente.

In maniera diretta non ne abbiamo mai parlato. Però ti posso raccontare che nella sequenza in cui io mi arrabbio e rispondo al Presidente con una parolaccia io immaginavo di essere vicino al mio interlocutore. Mi ricordo di essere stata ripresa dietro un vetro mentre mi asciugavo le mani, con il Presidente che mi guardava dall’esterno. Uscendo ho scoperto con mio grande stupore che Sorrentino ci aveva collocati distanti uno dall’altro, come per metterci dentro una bolla. Ecco, lì, come attrice di teatro, mi sono resa conto di cos’è il cinema perché se fossi stata sul palco e mi fossi arrabbiata con un altro personaggio l’avrei fatto standogli vicino. In più mi sarei immaginata con una postura più scomposta mentre l’arrabbiatura di Coco Valori e del Presidente è prodotta da una tranquillità corporea che non mi sarei mai aspettata. In teatro spesso risolvo i miei personaggi con una camminata, un gesto repentino mentre Sorrentino voleva che avessi la stessa energia anche se dovevo uscire dal bagno con calma.

milvia marigliano

In effetti nel cinema di Sorrentino i personaggi risultano piuttosto statici perché il più delle volte sono la proiezione di qualcos’altro: di un’idea o di una condizione umana. Da questo punto di vista il movimento è assicurato dal dinamismo e dal ritmo assunto dalle parole all’interno dei discorsi.

È la parola che fa la montagna russa, è la parola che dà la musica al personaggio per cui lui si può permettere di far stare fermo un attore senza il rischio di rallentare la progressione del racconto. In questo senso l’attore di teatro è avvantaggiato perché è capace di esprimere la stessa energia pur rimanendo fermo. Mi è capitato di recitare un monologo appesa su una panchina di un parco sospesa nel vuoto. In quel caso l’autore è stato così bravo da far sentire al pubblico il dinamismo di quel momento. In quel contesto così come in quello di un set di Sorrentino un attore teatrale è perfettamente in grado come hai detto tu di mettere in scena il ritmo impresso alla parola scritta.

Milvia Marigliano e la sua Coco Valori

Ne La Grazia sei protagonista di una commedia umana in tre atti: nella prima scena, quella che introduce il tuo personaggio, l’apparente differenza tra Coco Valori e il Presidente è data dal ritmo della battuta, con il tuo molto più incalzante di quello  compassato prodotto da Servillo.

Quello di Servillo era un personaggio completamente riflessivo e lento nei movimenti tanto da essere chiamato cemento armato. Coco Valori è il suo contraltare. A Venezia Sorrentino disse ai giornalisti che il mio personaggio era l’amica che avrebbe sempre voluto avere da ragazzo.   

La Grazia è un film sul peso e sulla leggerezza di cui il tuo personaggio e quello di Servillo siete un po’ la sintesi. L’iniziale diversità si trasforma nella condivisione della stessa esperienza umana come si comprende nell’ultima scena, quella girata a bordo dell’automobile.

Questo perché chi è sarcastico spesso è portatore di una profondità complessa e di un grande tormento. E comunque ho sempre detto che si tratta di due solitudini. Una come Coco Valori che se ne infischia dei protocolli e dà stilettate a tutti è una che in macchina si commuove della sua vita. Se poi veramente ha avuto un flirt con la moglie dell’amico poco importa. Lì ci sono due solitudini che piangono della loro vita, del loro bilancio esistenziale e del tempo andato. Tieni conto che queste donne così ciniche e indipendenti pagano comunque un prezzo perché la libertà costa fatica.

In questi tre atti c’è un cambiamento drammaturgico che poi è quello che si trasmette all’intera storia. All’inizio sei divertente e sarcastica, poi un poco alla volta la narrazione diventa sempre più interiore andando a scavare tra i fantasmi della tua vita. Coco Valori scandisce i toni del viaggio esistenziale del Presidente fino alla scena finale in cui l’iniziale diversità tra i vostri personaggi è destinata a ricomporsi.

Esatto, è proprio così. Si tratta di un finale anche ironico con lui che guarda Coco con occhi da cagnolone perché figurati se lui ha creduto alle parole dell’amica. Tra loro c’è un’amicizia vera tanto che quando nella scena prima gli dico di non rompermi Paolo mi ha detto di terminare comunque con un sorriso, perché niente può compromettere ciò che li lega. Lei lo ha fatto fidanzare con Aurora, la sua migliore amica, ed è stata una specie di zia per i loro figli. Peraltro Sorrentino oltre a scrivere bene è una persona estremamente simpatica e sempre pronto a fare battute che poi mette in bocca ai suoi personaggi suscitando grande divertimento.

Alcuni momenti

Il Quirinale è una sorta di tempio. In questo contesto la tua parolaccia è un atto d’amore e allo stesso tempo una profanazione del sacro come lo è stata la bestemmia di Sergio Castellitto ne L’ora di religione. Non so se sei d’accordo con questo paragone?

Non so se il regista aveva in mente quel film. Non penso che l’abbia fatto con l’intenzione di segnare quel luogo con una sorta di bestemmia. Coco si comporta così ovunque si trovi perché è libera da ogni preconcetto. Basta pensare a quello che dice a tavola parlando con il Presidente del Consiglio. L’arte a volte non va capita fino in fondo e comunque sono dell’idea che Sorrentino non abbia pensato al film di Bellocchio.

Nella scena girata all’interno della macchina sei per la prima volta senza occhiali. Potrebbe essere una scelta casuale ma ho pensato che questo particolare segnali  il tuo venire allo scoperto. Per parlare all’amico Coco si sbarazza di ogni protezione mettendo a nudo le sue fragilità. 

Ti posso dire che ho sperato che Sorrentino me li facesse togliere ed è questa la bella connessione tra attrice e regista, quella che ha fatto si che mentre lo pensavo lui si sia voltato verso di me dicendomi di togliermeli. Se vogliamo intenderla come dici tu, leggendo quel segno in chiave più approfondita, la spiegazione ci può stare. In realtà secondo me voleva far vedere i miei occhi addolorati e piangenti nella loro interezza perché le mie lacrime erano vere. Non c’è stato alcun trucco.

Milvia Marigliano e gli altri interpreti

Toni Servillo è a tutti gli effetti l’attore feticcio di Sorrentino. Siete entrambi due grandi attori teatrali. Com’è stato lavorare insieme su un set cinematografico?

Io nasco milanese ma ho il sangue napoletano che mi ha permesso di lavorare senza problemi su testi antichi provenienti dalla città partenopea. Toni mi ha vista in diversi spettacoli e conosceva la mia carriera teatrale. Questo è stato un vantaggio perché entrambi sapevamo chi avevamo di fronte. Ciò ci ha permesso di lavorare sulle stesse frequenze in maniera naturale. Non c’è stato bisogno di dirci nulla.

La vostra intimità non sembra mai recitata ma vissuta. Per arrivare a quello avete fatto qualcosa di simile a quello che succederebbe in teatro?

No. Ci siamo visti una volta a Roma per leggere le scene e poi ci siamo ritrovati sul set. I molti ciak realizzati per la scena della cena non dipendevano da noi ma dalla ripresa dei vari particolari presenti nella scenografia. Mi ricordo che abbiamo girato fino alle quattro di notte. Faceva freddissimo perché noi in realtà ci trovavamo all’interno di un piccolo cortile. Nonostante tutto mi ricordo di non aver perso un colpo. Mi sentivo come una macchina da guerra, pronta a esclamare il mio testo fino a che ce ne fosse stato bisogno.

Che cinema ti piace?

Insieme al mio amico del cuore che si occupa di musica andiamo a vedere i film in lingua originale. Voglio sempre sentire la voce originale dell’attore anche se recita nella più scema delle serie coreane come quelle che vedo sull’iPad. A parte Sorrentino, Bellocchio e Matteo Garrone mi piacciono anche alcune commedie di Virzì. Amo Xavier Dolan. Mi piace Ken Loach e Christopher Nolan e poi Chloe Zhao la regista di Hamnet – Nel Nome del Figlio e Bong Joon-ho, regista del pluripremiato Parasite.

La Grazia

  • Anno: 2026
  • Durata: 133
  • Distribuzione: Piper Film
  • Genere: drammatico
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Paolo Sorrentino
  • Data di uscita: 15-January-2026