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Clint Eastwood si ritira: l’ultimo cowboy esce di scena senza bis

Dopo oltre settant’anni di carriera, Clint Eastwood lascia il cinema. La conferma arriva dal figlio Kyle: un addio silenzioso, coerente con la figura di uno degli ultimi grandi autori di Hollywood.

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Eastwood

Ci sono addii che arrivano con le fanfare e le standing ovation costruite a tavolino e le lacrime in formato famiglia. E poi ci sono quelli di Clint Eastwood. Silenziosi. Quasi scontrosi. Talmente sobri da sembrare una giornata qualunque.

Secondo quanto rivelato dal figlio Kyle Eastwood, il regista e attore americano avrebbe deciso di ritirarsi definitivamente dalle scene. Nessun comunicato ufficiale, nessuna conferenza stampa, nessuna passerella d’addio. Solo una frase lasciata cadere durante un’intervista: “Ora è in pensione”. E, trattandosi di Eastwood, probabilmente non poteva andare diversamente.

Un uomo che ha attraversato il cinema come pochi altri

Settant’anni di carriera sono un numero che rischia di diventare statistica. Ma nel caso di Eastwood basta snocciolare qualche titolo per capire la portata del personaggio.

Prima il volto scolpito nella polvere della trilogia del dollaro di Sergio Leone. Poi l’ispettore Callaghan, il poliziotto che sparava prima di compilare i moduli. Infine il passaggio più raro e difficile: quello da star a grande autore.

Perché se Hollywood è piena di attori che hanno provato a dirigere, pochissimi sono riusciti a costruire una seconda carriera capace di oscurare la prima. Eastwood ci è riuscito con una naturalezza quasi irritante, firmando opere come Gli spietati, Mystic River, Million Dollar Baby, Gran Torino e Lettere da Iwo Jima. Quattro Oscar, decine di riconoscimenti e soprattutto una filmografia che raramente ha inseguito le mode.

Il privilegio di non fare il film di troppo

E se davvero Eastwood si ritira a 96 anni di onoratissima carriera allora non si può fare a meno di essere soddisfatti anche del finale. Chiudere con quel capolavoro che è stato Giurato numero due può strappare un sorriso malinconico; di chi sperava di vedere ancora qualcosa, ma che conclusione incredibile.

Perché il cinema contemporaneo è pieno di leggende che continuano a lavorare nel disperato tentativo di inseguire sé stesse, rincorrendo film che sembrano note a piè di pagina di opere ben più importanti. Carriere trasformate in lunghe appendici nostalgiche. Eastwood, invece, pare aver chiuso con un film sorprendentemente lucido, elegante e moralmente ambiguo. Un legal thriller che molti avevano accolto come una delle sue opere più solide degli ultimi anni e che oggi assume inevitabilmente il sapore del testamento artistico.

Non capita spesso di poter scegliere il proprio ultimo capitolo. Ancora meno di riuscire a scriverlo bene.

Eastwood

Eastwood sul set di: Giurato numero due

Un cinema che non esiste quasi più

Ma, al netto di tutto, forse ciò che mancherà davvero non è soltanto Clint Eastwood.

Mancherà quel modo di fare cinema che lui rappresentava e che oggi appare come una specie da registrare al WWF. Film adulti, asciutti, spesso costruiti attorno a dilemmi morali invece che a macrosistemi sociali fallimentari. Storie che non avevano bisogno di lasciare la porta aperta a tre sequel e una serie spin-off.

Eastwood apparteneva a una generazione di registi che considerava il cinema una forma di racconto e non una proprietà intellettuale. Una specie ormai sempre più rara, osservabile quasi esclusivamente nei festival, nelle retrospettive o nei cataloghi delle piattaforme.

Grazie, Clint

È inevitabile essere dispiaciuti.

Ma è difficile esserlo troppo.

Perché se davvero questa è la fine del viaggio, Eastwood lascia il set dopo aver fatto esattamente ciò che ogni autore sogna: andarsene prima che il pubblico inizi a chiederglielo.

A 96 anni, dopo oltre settant’anni di cinema, non c’è molto altro da dimostrare.

L’ultimo cowboy non cavalca verso il tramonto. Semplicemente esce dall’inquadratura.

E, per una volta, il buio che segue i titoli di coda assomiglia più alla gratitudine che alla malinconia.