Una zanzara nell’orecchio; un’immagine che chiarifica tutto ancora prima di essere pensata. L’adozione internazionale è uno di quei temi che il cinema ama trattare con la cautela di chi trasporta nitroglicerina in bicicletta.
Il rischio è sempre lo stesso: trasformare una questione complessa, dolorosa e piena di contraddizioni in una cartolina per anime belle. Da una parte i salvatori, dall’altra i salvati. Titoli di coda, abbracci, una punta di razzismo (solo alle volte, non sempre) musica in crescendo e tutti a casa.
A Mosquito in the Ear, opera prima di Nicola Rinciari tratta dalla graphic novel italiana Una zanzara nell’orecchio di Andrea Ferraris, sembra invece partire da un presupposto meno rassicurante: e se il lieto fine interessasse soltanto agli adulti?
Una famiglia che esiste solo sulla carta
Il film segue una coppia americana che arriva in India per incontrare Sarvari, la bambina che sta per diventare ufficialmente loro figlia.
Sulla carta tutto funziona.
Nella realtà molto meno.
Perché Sarvari non sta aspettando nessuno. Non sogna una nuova famiglia. Non vede l’adozione come un premio. Non vuole partire.
È una premessa semplice ma sufficiente a far saltare in aria buona parte delle convenzioni con cui il cinema occidentale racconta questo tipo di storie.
Il trailer mostra infatti uno scontro quasi invisibile, ma per questo ancora più interessante: quello tra il desiderio degli adulti e la volontà di una bambina che nessuno sembra aver interpellato davvero.
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Il cinema indipendente contro la sindrome del “va tutto bene”
Guardando le prime immagini viene da pensare che Rinciari abbia evitato la scorciatoia più comoda.
Quella del sentimentalismo.
Che poi è il vizio più diffuso quando si raccontano i rapporti familiari. Basta una colonna sonora ben piazzata, qualche lacrima strategica e qualsiasi conflitto diventa immediatamente commovente.
A Mosquito in the Ear sembra invece preferire il terreno accidentato dell’ambiguità.
Chi ha ragione?
I genitori che vogliono costruire una famiglia?
O una bambina che considera quell’adozione una perdita prima ancora che un’opportunità?
La risposta, fortunatamente, non sembra arrivare confezionata insieme al biglietto d’ingresso.
Da una graphic novel italiana alle sale americane
Presentato al Santa Barbara International Film Festival, il film vede nel cast Jake Lacy, Nazanin Boniadi e la giovane Ruhi Pal.
Dopo il passaggio nei festival, la distribuzione statunitense rappresenta un passaggio significativo per un progetto che nasce lontano dai grandi circuiti industriali ma che affronta un tema universale: l’appartenenza.
Perché in fondo il film sembra ruotare attorno a una domanda tanto semplice quanto scomoda.
Quando diciamo di voler dare una casa a qualcuno, siamo sicuri di avergli chiesto se vuole lasciare quella che aveva prima?
Una piccola storia che punta in alto
È presto per capire se A Mosquito in the Ear riuscirà a mantenere tutte le promesse suggerite dal trailer.
Ma una cosa appare già evidente.
In un panorama dove molte storie sull’infanzia sembrano progettate per rassicurare il pubblico anziché metterlo in discussione, il film di Nicola Rinciari sceglie una strada più rischiosa.
Non raccontare l’adozione come una soluzione.
Raccontarla come una domanda.
Ed è quasi sempre lì che il cinema diventa interessante.