C’è qualcosa di squisitamente ironico nel vedere i soloni del perbenismo cinematografico hollywoodiano fare i conti con la realtà, quella vera, espressa in biglietti sonanti. Per mesi, prima dell’uscita, abbiamo assistito al solito valzer di distinguo, dita puntate e storcimenti di naso attorno all’opportunità di celebrare sul grande schermo la figura tormentata e gigantesca di Michael Jackson. Poi, la parola è passata al pubblico. E il pubblico, come spesso accade quando si liberano i sogni anziché i feticci ideologici, ha risposto nell’unico modo possibile: riempiendo le sale.
Il risultato è un verdetto che profuma di record assoluto. Michael, il colossale biopic diretto da Antoine Fuqua, si appresta a compiere il sorpasso del secolo all’interno delle mura domestiche della sua casa di produzione, la Lionsgate. I dati sono chiari, durante il suo settimo fine settimana di programmazione nei cinema di tutto il mondo, la pellicola ballerà letteralmente sopra le macerie contabili dei vecchi record dello studio, surclassando i colossi storici che finora parevano irraggiungibili: The Hunger Games: La ragazza di fuoco (fermo a 865 milioni di dollari complessivi) e The Twilight Saga: Breaking Dawn – Parte 2 (che deteneva il primato commerciale con 868,5 milioni).
Geometria di un trionfo planetario
Mentre la critica ufficiale si attorcigliava su se stessa, il regista Antoine Fuqua, uno che sa come si governa il ritmo del racconto, ha semplicemente lasciato che l’arte parlasse da sé, supportato dalla sceneggiatura firmata da John Logan e dalla produzione di Graham King, già Re Mida dietro al successo di Bohemian Rhapsody. Ad oggi, la cassaforte di Michael segna cifre da capogiro: ben 346,6 milioni di dollari incassati nel solo mercato domestico nordamericano, a cui si aggiungono oltre 508 milioni rastrellati nei mercati internazionali. Totale provvisorio: oltre 854,6 milioni di dollari.
Il calcolo matematico, che a Hollywood non è un’opinione, prevede il raggiungimento e il superamento della vetta storica entro le prossime ore. Il tutto senza contare un dettaglio non da poco che dovrebbe far riflettere i teorici del fallimento preventivo: il film non è ancora uscito in un mercato chiave e storicamente devoto al culto del Re del Pop come quello giapponese, dove si prevedono ulteriori sfracelli commerciali. Nei panni del protagonista, il debuttante Jaafar Jackson, nipote nella vita reale della popstar, compie l’impresa non solo di reggere il peso di un mito, ma di trasformarlo in un magnete per generazioni diverse, dai nostalgici della prima ora ai giovani cresciuti a pane e streaming.
Il trionfo della sala (alla faccia dello streaming)
L’aspetto politicamente più significativo di questa marcia trionfale è la tenuta del prodotto nel tempo. Nonostante Lionsgate abbia già pianificato il debutto della pellicola sulle piattaforme digitali domestiche per i prossimi giorni, il treno dei guadagni nei cinema non accenna a frenare. È la dimostrazione plastica di un fatto che ripetiamo da tempo: quando lo spettacolo è un evento totale, la sala cinematografica non ha rivali, e nessuna comoda poltrona di casa può sostituire l’esperienza collettiva di una comunità che si emoziona davanti a uno schermo.
Resta da vedere fino a dove si spingerà la corsa di questo film, che ha già stracciato le proiezioni iniziali e ridefinito i parametri del biopic musicale moderno. Ma una cosa è certa: la corona è salda sulla testa di Michael, e i contabili di Lionsgate possono continuare a ringraziare.
Un trionfo commerciale geometrico e inarrestabile che dimostra come l’emozione collettiva della sala sia ancora l’unico vero giudice supremo del mercato cinematografico.