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‘Colony’: un’altra lezione di cinema by Yeon Sang-ho

Il regista di 'Train to Busan' è pronto a farci tremare con un nuovo thriller fantascientifico movie fantascientifico prodotto da Netflix.

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Colony

C’è un’ostinazione quasi terapeutica nel modo in cui il cinema sudcoreano continua a impartire lezioni di genere a un Occidente cinematograficamente sempre più asfittico e ripiegato su se stesso. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, arriva direttamente dal Festival di Cannes, dove viene presentato nella sezione Midnight Screening il nuovo attesissimo progetto di Yeon Sang-ho. Si intitola Colony, un thriller di fantascienza e azione che promette di scuotere le platee. Il film, che vede come protagonista l’attrice Jeon Do-yeon, è un’esclusiva globale targata Netflix, piattaforma che si assicura così l’ennesimo colpo da maestro sul mercato asiatico ed internazionale.

Mentre l’industria nostrana si arrovella ancora attorno a drammi da tinello e commedie fotocopia, Yeon Sang-ho; uno che con Train to Busan ha letteralmente ridefinito i confini del survival horror su rotaia (figlio dello Snowpiercer di Bon-Jooniana memoria), decide di alzare ulteriormente l’asticella. Non più zombie metropolitani, ma una minaccia legata a una misteriosa sostanza liquida che mette a rischio la sopravvivenza stessa della specie. La storia ruota attorno a un gruppo di sopravvissuti, guidati dal personaggio di una madre disposta a tutto per salvare la propria figlia, intrappolati in una fabbrica che diventa l’ultimo baluardo contro la fine del mondo.

La fabbrica delle paure globali

Il meccanismo narrativo di Colony è apparentemente semplice, ma geometricamente Romeriano nella sua spietatezza. Una sostanza sconosciuta si diffonde sul pianeta, e l’unica speranza di salvezza si concentra dentro le mura di un impianto industriale. Qui si consuma lo scontro, non solo contro l’ignoto biologico, ma contro la natura umana stessa, che nelle situazioni di confinamento estremo dà sempre il peggio di sé. Yeon Sang-ho dimostra ancora una volta di saper maneggiare il genere non come un fine, ma come un mezzo per radiografare le fobie del nostro tempo.

Ad affiancare la straordinaria Jeon Do-yeon; già Palma d’Oro a Cannes nel 2007 per Secret Sunshine, troviamo un cast di prim’ordine che comprende Park Hae-soo (volto notissimo al pubblico globale per il fenomeno Squid Game), Lim Ji-yeon e Shin Hyun-been. Il film è prodotto da Next Entertainment World (NEW), colosso coreano che ha già firmato successi del calibro di Miracle in Cell No. 7. La sceneggiatura è firmata dallo stesso regista insieme a Choi Gyu-seok, autore con cui il cineasta ha già firmato la celebre serie distopica Hellbound.

Il colpaccio di Netflix

L’aspetto politicamente e industrialmente più interessante dell’intera operazione è il tempismo commerciale. Netflix ha blindato i diritti di distribuzione mondiale della pellicola, ad eccezione della Corea del Sud e di Taiwan, dove il film beneficerà di una massiccia release cinematografica nelle sale. Una strategia duale che smentisce, nei fatti, la narrazione bellicosa della contrapposizione netta tra grande schermo e streaming domestico. Quando il prodotto è forte, i canali si integrano anziché escludersi.

Resta da capire se la pellicola saprà mantenere le altissime aspettative generate dalla bacheca dei precedenti lavori del regista. Ma la selezione a Cannes, nella sezione storicamente più sfacciata e adrenalinica del festival, è già un biglietto da visita che lascia poco spazio ai dubbi. Il cinema coreano non bussa alla porta dell’industria globale: la abbatte, per l’ennesima volta, a colpi di grande cinema.

Un disaster movie geometrico e spietato che trasforma il cinema di genere nello specchio claustrofobico delle nostre nevrosi collettive.