Days of Wonder, il primo lungometraggio documentario della regista finlandese Karin Pennanen, in concorso internazionale a UnArchive.
Days of Wonder | Una soglia da varcare
Nello stesso complesso abitativo in cui la regista Karin Pennanen è cresciuta, c’era una porta che per lunghi anni nessuno ha aperto: quella dell’appartamento B, appartenuto allo zio Markku. Artista, musicista, mago occasionale per intrattenere i nipoti e, soprattutto, custode di un segreto che coincideva con tutta la sua vita. Days of Wonder nasce dal momento in cui, dopo la morte di Markku, la regista entra per la prima volta in quello spazio e, di conseguenza, nella vita incognita dello zio.
Markku aveva scelto l’estraneità, abbandonato l’Accademia di Belle Arti, ritirato le sue opere all’ultimo momento prima di una importante mostra. Un artista che produceva instancabilmente ma rifiutava l’esposizione. Pennanen scopre così lo zio quasi nello stesso istante in cui lo scopre lo spettatore. Anche lei ha intrapreso la strada dell’arte, ha studiato cinema ai confini del mondo e, per questa ragione, il padre l’ha ammonita di non fare la stessa fine dello zio. Invece di allontanarsene, Pennanen si è avvicinata a Markku e lo ha scoperto più simile a lei di quanto immaginasse. Come quando lo zio le rispondeva con feedback appassionati e dettagliati ai cortometraggi che lei stessa gli spediva.
L’archivio di un singolo
L’appartamento di Markku, da lui stesso progettato, era diviso in due sezioni distinte. Quella della musica da un lato e quella dell’arte visiva dall’altro, come se anche nello spazio domestico avesse bisogno di catalogare, tenere ordinate le proprie stanze interiori. Colmo di dipinti e ritratti di famiglia, di scatoloni pieni di ritagli di giornale rimontati in collage, di registrazioni sonore e telefoniche. E poi i numerosi filmati in cui Markku si rivolge direttamente alla camera, sperimenta con le tecniche di ripresa. Un gesto che rivela il desiderio di un interlocutore, di uno spettatore immaginario. È anche questo ad aver convinto la regista a fare il film, come se Markku, rivolgendosi all’obiettivo, avesse già previsto che qualcuno un giorno avrebbe guardato dall’altra parte. Al centro dell’appartamento c’è infine un telo bianco da proiezione che Pennanen legge questa volta non come soglia ma come possibilità di incontro tra i due.
In quell’archivio privato emergono anche le crepe dell’isolamento, come raccontano le telefonate con una donna di cui era innamorato, le chiamate con la nipote stessa, e la scoperta, attraverso le testimonianze degli amici d’infanzia, che Markku era vittima di bullismo. Forse quel ritiro dal mondo aveva radici molto più antiche del carattere solitario con cui la famiglia lo ha a lungo etichettato.
Days of Wonder si inserisce in una cifra ricorrente di questa edizione del festival, in cui diversi film in concorso ricorrono ai materiali d’archivio per illuminare zone e figure d’ombra nella storia familiare. Ma il caso di Markku è diverso: si tratta di un deposito costruito da un singolo uomo per sé stesso, senza alcuna intenzione di essere trovato. La regista lo trasforma in film sapendo di compiere un atto insieme affettuoso e appropriativo.
Promessa mantenuta
C’è una piccola storia dentro la grande storia. Da bambina, Karin Pennanen registrava canzoni inventate e le consegnava allo zio, che prometteva di farne degli accompagnamenti musicali. Poi Markku è sparito dall’appartamento, dalle festività e dalla vita in famiglia e quell’impegno sembrava destinato a restare sospeso per sempre. Tra i nastri ritrovati, lei trova quegli accompagnamenti: la promessa era stata onorata, in silenzio, per anni. Lo svuotamento della casa diventa così anche un processo di restituzione, riempiendo di quelle creazioni rimaste nell’ombra il film stesso. Un’impresa durata quattro lunghi anni.
Days of Wonder procede per scoperte graduali. La sensazione è quella di non entrare mai del tutto nell’appartamento B, di sporgersi rimanendo alla porta, in quella zona di mezzo tra il familiare e lo sconosciuto. Probabilmente la sola posizione possibile per fare un film su qualcuno che si è amato senza averlo mai veramente conosciuto.