Cosa accade al mondo (degli uomini) quando è osservato attraverso gli occhi di una gallina? Che ne è di quelle storie di violenza e sopraffazione quando a esserne testimone è uno sguardo totalmente svincolato da esso? Questo pare chiedersi Hen – Storia di una gallina del regista ungherese György Pálfi (Taxidermia, Final Cut), al cinema dal 28 maggio. Un coming of age anomalo che si smarca dalla prospettiva antropocentrica per guardare, con sguardo nuovo e imparziale, le brutture del mondo. Uno strano ibrido tra documentario, favola (nera) e thriller che, grazie alla forza di un cinema sempre aperto alla sperimentazione, ci restituisce la realtà da un punto di vista differente e a suo modo irresistibile.
Gallina in fuga
Nata e cresciuta in un allevamento intensivo, la vita di Hen, gallina dalle piume nere, cambia proprio quando viene scartata per il suo aspetto. È l’inizio di un’avventura, fatta di fughe repentine, evasioni rocambolesche e lotte per la vita, che la porterà nel cortile del greco Ioannis (Yannis Kokiasmenos), finendo suo malgrado invischiata nella vita della taverna del vecchio ristoratore e nei traffici illeciti del fidanzato di sua figlia.
Una certa tendenza
C’è una tendenza sotterranea che attraversa il cinema e che, negli ultimi anni, è diventata sempre più evidente. Una tendenza che parte dall’Au hasard Balthazar di Bresson e arriva fino ai giorni nostri: dal suo discendente diretto, l’EO di Jerzy Skolimowski, al premio Oscar Flow, passando per titoli come Gunda di Victor Kossakovsky e Cow di Andrea Arnold. Tutti film, questi, dove, in modi differenti, la narrazione si smarca da una prospettiva strettamente antropocentrica adottando uno sguardo “altro”, un punto di vista nuovo attraverso cui guardare le cose umane in modo differente, più chiaro e immediato.
È questo sicuramente anche il caso di Hen – Storia di una gallina, un film che parte come un documentario sugli allevamenti intensivi ma che presto si smarca dal dato oggettivo andandosi ad attaccare al corpo e allo sguardo della sua insolita protagonista. È a lei che si affida la regia di Pálfi (autore interessato a sperimentare con i differenti punti di vista sin dall’esordio Hukkle), pedinandola in un viaggio verso la libertà destinato a scontrarsi con una realtà predatoria che non conosce confini di specie.
La (a)moralità dello sguardo
Un coming of age ad altezza di pennuto dove il dato umano irrompe quasi casualmente, restando sullo sfondo ma dicendo molto sul Male di cui è portatore. Lo sguardo amorale e imparziale di Hen, infatti, getta, di riflesso, una luce chiarificatrice e drammatica sulle scelte, queste sì, morali, degli uomini che le stanno attorno, individui fatti a immagine e somiglianza di un mondo dove l’altro (gli animali da allevamento ma anche i migranti stipati nei camion) non è che l’ingranaggio di un sistema basato sullo sfruttamento. “È di rugiada/è un mondo di rugiada/eppure, eppure”, recitano i versi dell’haiku di Kobayashi Issa all’inizio del film. Ed è proprio da quell’“eppure” che pare prendere le mosse Hen – Storia di una gallina. Da quelle storture che forse solo uno sguardo tanto differente dal nostro può cogliere in tutta la loro essenza.
Cercando di antropomorfizzare al minimo la sua protagonista, affidandosi interamente al linguaggio cinematografico (soggettive, montaggio, uso delle musiche) per descriverne evoluzione, desideri ed emozioni, il regista dimostra come togliendo (o quasi) l’essere umano dall’equazione (e dall’inquadratura) il cinema continui indisturbato a fare la sua magia. Fino a un finale dove la natura si riappropria definitivamente della scena e la prospettiva di un mondo senza di noi diventa qualcosa di più di un semplice esercizio di stile.