E se Kill Bill non fosse mai stato un film sulla vendetta, bensì un lungo viaggio dantesco dentro il dolore?
In uscita speciale nelle sale italiane dal 28 maggio al 3 giugno, Kill Bill: The Whole Bloody Affair non rappresenta soltanto il ritorno del cult sanguinolento di Quentin Tarantino, quanto la sua riemersione come opera concepita originariamente come flusso unico e febbrile, senza interruzioni, tagli o soprattutto compromessi. In questo modo, a ventitré anni dalla sua prima e frammentaria distribuzione, il regista classe 1963 restituisce al pubblico il suo quarto film in una forma che sembra finalmente aderire alla natura pensata lungo il giorno zero: una lunga e isterica montagna russa emotiva dove cinema di genere, tragedia teatrale e fumetto si mischiano fino a diventare un unico organismo pulsante.
Il cinema dell’eccesso di Tarantino
Più che un semplice revenge movie, Kill Bill assume così i contorni di un viaggio dantesco. Un attraversamento dell’inferno costruito per gironi emotivi prima ancora che narrativi, dove ogni scontro rappresenta una tappa psicologica di decomposizione e allo stesso tempo un frammento di rinascita. All’interno del campo di gioco, nessun cosiddetto “boss”, ma solamente anime spezzate che, condividendo temporaneamente lo stesso terreno, si osservano, si studiano, e nel farlo finiscono quasi per mischiarsi, per poi colpirsi solamente in un secondo momento. Rituali dialogici e mitologici prima ancora che combattimenti, coreografie dell’essere prima ancora che del sangue. In questo modo il primo movimento dell’opera si immerge completamente nell’eccesso, tingendosi di rosso e sprofondando nell’abisso, dove della parola umanità non rimangono più nemmeno gli echi lontani.
Lungo tale scia di degrado, colori elettrici, cambi di registro improvvisi, esplosioni visive, derive fumettistiche e deviazioni anime finiscono per darsi continuamente il cambio, componendo un universo folle ed entusiasta, attraversato da un’energia incontrollabile, oltre che dalla matrice quasi adolescenziale. È un cinema che vive di accumulo compulsivo, dove Tarantino assorbe generi e suggestioni per poi rigettarli in una forma personalissima, derivativa allo sfinimento ma sempre nel senso più nobile del termine: amare il cinema fino a consumarlo e ricomporlo.
Come nella discesa dantesca, ogni capitolo costringe Beatrix Kiddo ad attraversare un nuovo strato della propria dannazione. Non esistono pause consolatorie né reali possibilità di fuga: ogni corpo lasciato indietro diventa il riflesso di una ferita mai rimarginata. Tarantino costruisce così un inferno emotivo mutevole, dove gli spazi cambiano continuamente forma – dalla culla domestica ai templi orientali – ma restano tutti accomunati dalla medesima impossibilità di estinguere il dolore.
Caronte: attraversare il dolore
Ma è nel secondo atto che Kill Bill: The Whole Bloody Affair trova forse il suo aspetto più sorprendente, segnando il traghettamento definitivo dell’opera. Terminato il raptus febbrile dell’adrenalina, il film rallenta, svuotandosi progressivamente della propria euforia per lasciare il posto alla malinconia, ai silenzi, ma soprattutto ad un dolore capace di divorare lentamente ogni cosa che tocca. Le morti diminuiscono mentre i dialoghi si allungano, con il conflitto che cessa di essere semplice spettacolo per completare la propria metamorfosi e trasformarsi una volta per tutte in confronto identitario. Non si combatte più soltanto per vendicarsi, ma per riappropriarsi di sé stessi.
In questo senso Bill non è mai un semplice antagonista conclusivo, bensì un fantasma emotivo che aleggia su tutto il racconto. La sua presenza infetta ogni gesto, ogni trauma, ogni scelta della Sposa. E proprio per questo il confronto finale rinuncia alla rumorosità promessa dalle aspettative: Tarantino sostituisce il fragore con la parola, la tensione con la stanchezza, la violenza con un’intimità quasi irreale. Bill non occupa il vertice del racconto come un tradizionale nemico finale, ma il suo centro immobile. Come nelle ultime profondità dell’Inferno dantesco, la meta non coincide con l’esplosione definitiva del caos, bensì con il suo congelamento.
Shakespeare: la spirale del sangue
Più la Sposa si avvicina al proprio obiettivo, più Kill Bill smette di correre e rallenta il proprio battito, col fine ultimo di trasformare la vendetta in consapevolezza terminale. La rinascita passa così non tanto dall’esaltazione dell’omicidio, quanto dall’esaurimento definitivo del cerchio, assumendo l’ottica di una spirale che il film stesso riconosce come infinita. La morte porta altra morte, il dolore genera altro dolore.
In questo modo, la tenera bambina di Vernita Green, destinata implicitamente a raccogliere l’eredità della madre assassinata, consacrerà la vendetta in un ciclo eterno, nella speranza incrollabile di saziare la propria anima. Non un caso che tutto termini in una dimensione domestica, asettica, lontanissima dal caos spettacolare iniziale: la culla del dolore coincide con il luogo del suo apparente compimento. Dentro questo inferno stratificato, Uma Thurman continua a offrire una delle interpretazioni più magnetiche della storia del cinema contemporaneo. La sua Beatrix Kiddo non possiede un vero alter ego dietro cui nascondersi: se Peter Parker può rifugiarsi nella maschera di Spider-Man per evadere dalle proprie fragilità, la Sposa è invece costretta a guardarsi costantemente negli occhi, nel mentre che ogni nemico affrontato diventa uno specchio deformante della propria identità fratturata.
Canto trentatreesimo
Ed è forse proprio per questo che il ritorno di Kill Billoggi assume un valore ulteriore. In un presente anestetizzato da un overbooking continuo di stimoli, immagini, guerre e violenza consumata distrattamente, Tarantino risponde costruendo territori di scontro fatti soprattutto di attesa, silenzi e dialoghi frustranti al punto giusto. Il sangue non è mai puro shock visivo, bensì estensione fisica di un dolore che consuma chiunque provi ad attraversarlo.
In tal senso, Kill Bill: The Whole Bloody Affair non amplia semplicemente il film: ne rivela la natura tragica, portando le due anime del film a dialogare senza interruzioni. Da una parte la rabbia esplosiva e fumettistica, dall’altra la malinconia terminale di un’opera che deve progressivamente smettere di urlare per imparare a sussurrare. Dante incontra Macbeth, il pulp incontra la tragedia. E nel mezzo resta il cinema di Tarantino: derivativo, caotico, teatrale, ma ancora capace di trasformare la vendetta in una riflessione senza tempo sul dolore e sulla difficoltà impossibile di sopravvivere a sé stessi.