Amores perros, la prima pellicola del grande maestro Alejandro González Iñarritu, è una pellicola brillante, ricca, pregna di vita, di energia, di visceralità. È uno di quegli esordi dove la fame di narrare è più forte rispetto alla fatidica ricerca del successo, dove ogni elemento sembra avere una propria collocazione studiata al dettaglio, millimetricamente nonostante un regista alle prime armi. E agli occhi del pubblico la grandiosità della pellicola è netta.
Capillarmente lo spettatore ha la possibilità di contemplare 3 narrazioni distinte che trovano il loro significato, la propria summa, durante il corso dei 150 minuti di pellicola. E nonostante all’inizio le narrazioni sembrino caotiche, distratte, distaccate tra loro, è grazie all’umanità che permea la pellicola che chi guarda trova una chiave di lettura estremamente interessante del film.
La triade
Per tuffarsi all’interno del vasto universo di Amores perrosè necessario contemplarne la struttura.
La pellicola, così come accade in Babel, sempre diretta da Iñarritu, presenta diverse situazioni, differenti macrosequenze, differenti macrocosmi. In questo caso, il film si apre narrando di Octavio, un ragazzo che vive ancora con la madre, il fratello e la futura cognata. Le giornate a Città del Messico sembrano essere ricche di vita, lontane dalla percezione occidentale della provincia.
È quasi come se in quella città si materializzasse un’atmosfera perennemente energica, quell’energia positiva che in pochi secondi ha la capacità di diventare distruttiva, senza che nessuno se ne accorga. E plasmate dalla stessa energia altre due narrazioni si intrecciano all’interno della pellicola. Da una parte la vita di una modella, Valeria, che affoga le proprie emozioni in una relazione fugace e fedifraga, dall’altra quella di El chivo, un sicario che trascina la propria esistenza lasciandosi andare spiritualmente ed esteticamente.
Il film, in seguito a una fantastica sequenza d’apertura in medias res, inizia a presentare i tre universi narrativi in modo organico, senza forzare la propria voce ed imporre la propria visione. E sin dall’apertura si comprende l’aspetto estensivo della pellicola. Il modo in cui Iñarritu riesce a tenere in gioco le differenti narrazioni rappresenta un aspetto registico e di scrittura (sceneggiatura di Guillermo Arriaga) notevole, da apprezzare e contemplare. La struttura della pellicola riesce ad assecondare il contenuto, a reggerne il confronto e persino a elevare la stessa trama.
Spesso, cinematograficamente parlando, capita che la forma inglobi il contenuto, fagocitandolo, indebolendolo. In questo caso particolare i due elementi corrono di pari passo; è dunque anche la peculiare simbiosi tra forma e contenuto a rendere Amores perros un piccolo, imperdibile, capolavoro.
Il simbolo del cane
A volte il cinema ha la sottile facoltà di alterare percezioni, di far riflettere lo spettatore su qualcosa, di cambiare prospettiva. Amoresperros possiede questa brillante capacità nei confronti dell’animale più fedele all’uomo: il cane. E la fedeltà emerge sensibilmente all’interno della pellicola: ogni macrouniverso della pellicola è interpretato, anche, da personaggi secondari quali i cani.
Ogni cane è uno specchio del proprio padrone: dal cane aggressivo, giovane e forte come quello di Octavio, ad un cane molto più docile, curato e impotente quale quello della coppia, sino ai diversi cani estremamente fedeli che colmano la voragine emotiva che abita nel petto di El chivo. Sono proprio i cani i reali motori narrativi della pellicola, una sorta di estensione narrativa degli universi presentati. Nei loro punti d’incontro, gli stessi cani si incontrano, vengono scambiati, adottati, ricercati.
L’incidente scatenante
Sembra quasi come se regista e sceneggiatore abbiano preso alla lettera la legge del maestro statunitense Syd Field dell’incidente scatenante. In sceneggiatura l’incidente scatenante è quell’evento capace di irrompere nell’ordinarietà fino ad allora presentata allo spettatore, andando ad innestare un cambio rotta all’interno della narrazione. Un punto di non ritorno, insomma.
In questo caso l’espediente narrativo che genera il cambiamento è letteralmente un incidente, dove sono coinvolti direttamente Octavio (protagonista del primo microcosmo narrativo) e Valeria (protagonista del secondo microcosmo narrativo). Sul ciglio della strada è proprio El chivo (protagonista del terzo microcosmo narrativo) ad assistere all’evento. Esiste dunque un momento nel capillare universo narrativo dove i tre microcosmi collidono, si incontrano, si fondono in un unico, drammatico, momento: quello dell’incidente.
Ed ecco che quest’evento, l’evento principale della pellicola, è pronto a innescare le proprie conseguenze all’interno della vita di ogni personaggio. Dalla disperazione di una modella che puntava tutto sull’immagine, al rancore di un ragazzo che sta lasciare tutto per abbandonare il proprio posto natale sino ad un sicario pronto a prendere in mano la propria vita.
Il dramma dell’incidente permea la pellicola, e, dal punto di vista di montaggio, è interessante notare come proprio grazie ad un fantastico medias res la pellicola si apra con l’incidente, per poi tornare a presentare i personaggi uno ad uno, ripercorrendo gli eventi precedenti e successivi all’incidente per ognuno di loro. Il montaggio stesso della pellicola è magnetico, intrigante, affascinante.
“Sai cosa diceva sempre mia nonna? Se vuoi far ridere Dio… raccontagli i tuoi piani”
La simbiosi
Ed ecco che, nel momento in cui tutti i reparti comunicano alla perfezione, nel momento in cui un giovane regista ha fame di narrare e in cui, per un caso fortuito, tutto si ritrova allineato nello spazio, nel tempo, nella produzione, si produce un’opera d’arte a 360 gradi, un piccolo gioello destinato a non scalfirsi con il passaggio del tempo. Forse, dicevano, una delle caratteristiche più importanti nel cinema è quanto un film possa rimanere attuale anche dopo diversi secoli.
Amores perros, disponibile dal 10 luglio 2026 su Mubi, occupa pienamente questa categoria, la categoria del piccolo capolavoro indimenticabile.