CinemAmbiente 2026: Torino accoglie la sfida per la 29ª volta
La 29ª edizione del CinemAmbiente prova ancora una volta a fare ciò che la politica e l’industria culturale spesso non riescono a fare; affrontare la grande sfida del nostro tempo.
Ed eccoci, pronti per accogliere la 29ª edizione di CinemAmbiente. Ma se c’è una frase che aleggiava continuamente durante la presentazione a Torino.
“Nel XXI secolo la vera star è il pianeta.”
E detta oggi dal Direttore del Museo del cinemaCarlo Chatrian, nel 2026, non suona nemmeno più come una provocazione ambientalista. Suona quasi come una constatazione. Una di quelle verità che la contemporaneità continua a rimandare mentre fuori le estati si allungano, i ghiacciai si accorciano e il concetto stesso di “normalità climatica” viene lentamente archiviato insieme ai DVD, ai Floppy Disk, la convinzione che le spalline con le frange siano ancora alta moda e alla fiducia nelle istituzioni.
Il festival diretto da Gaetano Capizzi fino alla sua scomparsa e oggi portato avanti nel suo spirito originario, continua infatti a muoversi attorno a un’idea molto precisa: il cinema ambientale non deve essere una nicchia pedagogica per spettatori già convertiti. Deve diventare linguaggio popolare, un’esperienza collettiva, persino intrattenimento.
Ed è forse questo il dettaglio più interessante della rassegna torinese: CinemAmbiente non si limita a “mostrare documentari sul clima”. Cerca di costruire una vera grammatica culturale attorno al collasso ecologico contemporaneo.
Michel Gondry arriva a Torino: tra immaginazione e cinema fatto a mano
Tra gli annunci che hanno suscitato interesse sicuramente; uno dei momenti più attesi della manifestazione è la presenza di Michel Gondry, già a Torino per una serie di Masterclass, che il 28 maggio riceverà un premio speciale e presenterà il suo nuovo film Maya, donne-moi un titre, opera dedicata alla figlia.
Inoltre la presenza di Gondry dentro CinemAmbiente 2026 appare quasi perfetta.
Perché il regista francese ha sempre raccontato mondi fragili, artigianali, costruiti attraverso fantasia e imperfezione umana. Cinema fatto di cartone, memoria, sogni e invenzioni manuali in un’epoca dominata dall’immagine industriale e sterilizzata.
Che è poi lo stesso paradosso dentro cui oggi si muove il discorso ambientale:
come continuare a immaginare il futuro senza trasformarlo esclusivamente in un bollettino apocalittico.
La presentazione del festival ha oscillato continuamente proprio tra questi due poli:
allarme e immaginazione.
Da una parte la consapevolezza sempre più pesante del cambiamento climatico. Dall’altra la necessità di trasformare questa consapevolezza in racconto condiviso e non soltanto in paralisi emotiva.
Michel Gondry al Museo nazionale del cinema
Dalla Groenlandia del 1922 fino agli incendi europei: il clima è grande narrazione contemporanea
E sarà proprio la serata inaugurale del 3 giugno racconterà perfettamente questa tensione.
Il festival aprirà infatti con The Great Greenland Film del 1922, accompagnato dalla sonorizzazione live della rock band Inuit Inukksuit. Un’operazione audace e che tradisce immediatamente il sottotesto di questa manifestazione: far comunicare efficacemente passato e presente.
E proprio il ghiaccio sarà uno dei temi centrali dell’intera edizione, o quasi.
Il concorso documentari attraverserà infatti il tema dell’acqua in tutte le sue forme: dagli spazi oceanici artici di Arctic Links fino alla desertificazione raccontata in Desert Passages, con lo scioglimento dei ghiacci come asse simbolico e narrativo ricorrente.
Una scelta che racconta bene il nuovo immaginario ecologico contemporaneo:
il ghiaccio non è più soltanto paesaggio. È il Termometro di come stiamo andando e, spoler; non troppo bene.
Anche le proiezioni speciali si muoveranno in questa direzione. Tra gli appuntamenti più significativi ci sarà il documentario dedicato ai sessant’anni del WWF e alla figura di Fulco Pratesi, al Museo Regionale di Scienze Naturali.
E poi ancora il nuovo lavoro del documentarista Webster dedicato ai pompieri europei costretti a reinventare completamente la gestione dei mega incendi climatici, introdotto dal climatologo Luca Mercalli.
Che è forse il dettaglio più inquietante emerso da tutta la conferenza:
non stiamo più parlando di “prevenzione”.
Stiamo parlando di contenimento.
Un festival che prova a uscire dalla bolla cinefila
La sensazione più forte emersa è che CinemAmbiente 2026 stia cercando disperatamente di evitare una trappola molto contemporanea: diventare un festival che parla soltanto a persone già sensibilizzate.
Per questo la manifestazione continua a espandersi fuori dalle sale.
Nascono così i due “villaggi” previsti durante il festival. Il primo, organizzato con l’Università di Torino il 5 giugno, vedrà ventidue gruppi di studenti raccontare le proprie ricerche ambientali attraverso linguaggi divulgativi e interattivi.
Il secondo sarà invece il Villaggio dei Parchi (regionali, locali e non), dove le aree naturali piemontesi presenteranno attività legate al racconto della biodiversità e progetti direttamente ai passanti, trasformando la divulgazione in esperienza pubblica e urbana.
Qui che CinemAmbiente 2026 sembra voler trovare la propria identità definitiva:
non più semplice festival cinematografico, ma piattaforma culturale diffusa, tanto nel racconto tematico quanto nel merito dell’offerta sul territorio.
Lo dimostrano anche le collaborazioni con il Politecnico di Torino, con UniTo, con ilGruppo Abelee con realtà come la Libreria Binaria o il PAV.
Perfino la pista ciclabile del Castello di San Mauro diventerà spazio espositivo grazie alla mostra immersiva della fotografa dedicata al ghiacciaio Presena.
In tutto questo emerge un’altra idea molto chiara:
l’ecologia contemporanea non può più essere raccontata soltanto attraverso dati scientifici.
Ha bisogno di immagini. Di storie. Di mitologie contemporanee.
In tal senso siamo stati entusiasti di accogliere la proposta Junior di CinemAmbiente di quest’anno. Sicuramente più adatta alla dimensione del racconto tanto intermediale quanto intergnerazionale.
Il cinema sostenibile e il grande paradosso dell’industria audiovisiva
Uno dei temi più interessanti riguarda però il cinema stesso.
Perché CinemAmbiente 2026 dedicherà spazio anche alla sostenibilità della filiera audiovisiva stessa, interrogandosi apertamente sull’impatto ecologico dell’industria cinematografica contemporanea.
Ed è un paradosso enorme di cui si parla ancora troppo poco.
Perché mentre il cinema racconta continuamente: il collasso climatico, il consumo delle risorse naturali e l’emergenza ecologica,
l’industria audiovisiva globale continua a produrre set giganteschi, spostamenti internazionali continui, infrastrutture energivore e una quantità quasi grottesca di sprechi produttivi con un impatto ambientale incalcolabile.
In questo senso il festival sembra voler porre una domanda piuttosto scomoda:
può davvero esistere un cinema ambientalista che non interroghi anche sé stesso?
Ed è probabilmente questa la ragione per cui, dopo ventinove anni, il festival torinese continua ad apparire necessario.
Perché in un mondo dove il cambiamento climatico rischia continuamente di trasformarsi in rumore di fondo mediatico, CinemAmbiente 2026 insiste ostinatamente nel trattarlo per quello che è davvero:
non solo un “tema”.
Ma il grande racconto collettivo del nostro tempo e la sfida che ci si pone davanti che ci definirà.