L’incredibile storia di Paolo Riva, cortometraggio tragicomico diretto da Andrea Rampini, arriva dalla seconda edizione del Written by Script & Film Festival, dove ha conquistato i premi per la Miglior Sceneggiatura e la Miglior Sceneggiatura-Giuria Studenti. L’iniziativa si è svolta il 4 e 5 luglio 2026.
Rampini racconta con uno sguardo intriso di mestizia la storia di Paolo Riva, un cantante attempato incapace di abbandonare i sogni di gloria della propria giovinezza e di accettare una realtà ormai fatta di esibizioni durante feste di paese e in locali fatiscenti. L’attore Enrico Muraro dà vita a un protagonista sfaccettato e ambiguo, schiacciato dalle proprie fragilità e insicurezze, che trova nella menzogna un rifugio per sfuggire al peso dei fallimenti.
Un precario equilibrio tra sogno e oblio
Tutto ebbe inizio con il Festival di Sanremo. Nel lontano 1984 Paolo Riva partecipò alla celebre manifestazione musicale con la canzone Spumante e cioccolatini. A distanza di decenni continua a vivere ancorato a quel breve momento di gloria. Dopo un’esibizione in una sagra di paese, il cantante si intrattiene con alcuni amici trasformando il proprio passato in un racconto mitizzato, fatto di concerti alla corte di Gorbačëv, amori con personaggi illustri e tournée americane mai realmente esistite. Tutti lo ascoltano divertiti, ridendo sotto i baffi a sua insaputa. In questo clima caotico il ruolo più complesso spetta a Tino, manager e amico, costretto a sostenere il delirio di grandezza di Paolo e, allo stesso tempo, a proteggerlo dall’inevitabile confronto con la realtà.
L’incredibile storia di Paolo Riva costruisce così il ritratto di un uomo sospeso tra il bisogno di essere ricordato e l’incapacità di accettare il proprio declino. Andrea Rampini evita di giudicare il suo protagonista, scegliendo invece di osservarne le contraddizioni attraverso un registro tragicomico in cui il grottesco diventa lo strumento per raccontare solitudine, vanità e paura dell’oblio.
La regia accompagna questa ambiguità attraverso una messa in scena fortemente caratterizzata. Il regista si avvicina spesso ai volti dei personaggi, quasi volesse scandagliarne le fragilità più nascoste, deformandone i lineamenti attraverso l’uso del fish eye e di inquadrature sempre più claustrofobiche. La fotografia, dominata da ambientazioni notturne e spazi scarsamente illuminati, richiama atmosfere noir in contrasto con il tono comico del racconto. È proprio questa tensione visiva a restituire con efficacia la condizione interiore di Paolo Riva: un uomo intrappolato tra il palcoscenico dei propri ricordi e il silenzio del presente.
Quando l’illusione si infrange
Il punto di svolta arriva con l’intervista in una piccola emittente televisiva locale. Sebbene la scena si svolga in pieno giorno, Rampini immerge lo studio nell’oscurità, lasciando illuminato soltanto lo spazio riservato all’intervista: una scelta che trasforma il set in una sorta di palcoscenico processuale, dove Paolo Riva è costretto a confrontarsi con l’immagine che gli altri hanno di lui. Il conduttore ignora ogni tentativo di autocelebrazione e insiste invece sul declino della sua carriera, smontando una dopo l’altra le fantasie con cui il protagonista ha costruito il proprio mito. È il primo momento in cui la realtà riesce davvero a incrinare la maschera di Paolo: lo scatto d’ira, gli insulti e la fuga dallo studio rappresentano il crollo definitivo della finzione.
La successiva esibizione in uno dei soliti locali notturni completa questo percorso di disillusione. Di fronte a un pubblico composto da coppie ultracinquantenni che ballano meccanicamente, del tutto indifferenti a chi stia cantando, Paolo comprende finalmente il peso della propria irrilevanza. Per la prima volta non fugge per alimentare un’altra bugia, ma perché costretto a fare i conti con il vuoto lasciato dal fallimento. Gli occhi lucidi raccontano molto più delle parole: alla sua età, oltre al successo, gli è sfuggita anche la possibilità di continuare a vivere nel ricordo di esso.
L’estetica della distorsione
L’impiego di lenti grandangolari diventa la traduzione visiva della natura menzognera di Paolo Riva, un uomo che manipola costantemente la realtà per adattarla al proprio mito personale. Andrea Rampini costruisce la regia attorno a questa idea, facendo della distorsione un elemento narrativo prima ancora che formale. La cinepresa mantiene un rapporto di costante prossimità con i personaggi, attraversando lo spazio scenico con una macchina a mano inquieta e priva di qualsiasi compostezza.
I movimenti, spesso nervosi e irregolari, restituiscono una sensazione di instabilità che accompagna il progressivo sgretolarsi dell’equilibrio psicologico del protagonista. Più Paolo perde il controllo della propria finzione, più la macchina da presa sembra assecondarne il caos interiore, salvo ritrovare un’apparente immobilità nei primi piani conclusivi, dove ogni deformazione lascia spazio a un volto ormai impossibilitato a nascondersi dietro le proprie bugie.
La profondità di campo viene spesso ridotta al minimo, relegando lo sfondo a una massa indistinta e sfocata. È una scelta che concentra lo sguardo esclusivamente sui personaggi, autentico fulcro del racconto, relegando l’ambiente circostante a semplice proiezione del loro stato emotivo. La realtà perde così consistenza autonoma e diventa un elemento subordinato alle loro fragilità, ai loro desideri e alle loro contraddizioni.
La leggenda di Paolo Riva
Il ritorno nello studio televisivo segna l’apice del paradosso tragicomico. Paolo pretende di esibirsi in diretta e, pur di riappropriarsi di un palcoscenico che sente ancora suo, arriva a minacciare la troupe con una pistola. È un gesto estremo, tanto assurdo quanto coerente con un personaggio incapace di distinguere definitivamente il bisogno di essere visto dalla realtà che lo circonda.
L’approdo in carcere potrebbe rappresentare la conclusione più amara, ma Andrea Rampini sceglie un epilogo di segno opposto. Quando il compagno di cella lo riconosce pronunciando un semplice «Non ci credo, Paolo Riva», sul volto del protagonista compare finalmente un sorriso autentico. In questa beffa dal retrogusto malinconico si condensa l’intera poetica del film: la leggenda di Paolo Riva nasce proprio quando ogni possibilità di gloria si è ormai dissolta, lasciando spazio soltanto al bisogno, profondamente umano, di continuare a esistere nello sguardo degli altri.