Dal 23 al 25 luglio 2026, a Cetona in provincia di Siena, si terrà la 3° edizione delle Giornate del Premio Ruggero Maccari. Ad un anno di distanza dall’inizio dei preparativi, l’evento prenderà finalmente luogo tra Casa Bianchini Balestrieri, Chiesa SS. Annunziata e piazza Garibaldi, cuore pulsante di Cetona, dove si terrà anche la cerimonia di premiazione finale.
A quattro anni dalla sua nascita, la terza edizione del Premio vedrà giornate all’insegna di cinema, sia italiano che internazionale, con masterclass, proiezioni e incontri con ospiti d’eccezione. Il tema scelto per il 2026 è “Verso l’Orizzonte: il cinema in viaggio”, già introdotto come filo conduttore l’anno prima per riportare nelle sale, quali case dei cinefili più appassionati, gli spettatori viandanti.
A manovrare il timone di questo viaggio è la direttrice artistica, Ludovica Fales, la quale ha gentilmente ritagliato parte del suo tempo ai nostri microfoni per parlare di ciò che riserveranno le giornate e il significato più profondo dietro a esse.
Il filo conduttore di questa terza edizione è Verso l’orizzonte: il cinema in viaggio. Attraverso film molto diversi tra loro, dal racconto dell’esilio di Persepolis alla ricerca identitaria di Finalmente l’alba, il viaggio diventa una metafora di trasformazione, crescita e cambiamento. Come è nata la scelta di questo tema e perché ritiene che sia così significativo per raccontare il cinema di oggi?
Il nostro premio si organizza sempre attorno a un tema che è proposto ai nostri autori e autrici ed è lo stesso che noi sviluppiamo nella ricerca dei film da programmare. Per noi, il cinema è già di per sé una mappa geopolitica, sentimentale, estetica che non solo sposta i personaggi ma anche noi come spettatori e spettatrici e ci cambia nel momento in cui siamo all’interno del viaggio di un film, ma che ha anche bisogno di un porto sicuro, che è Cetona.
Per noi c’è un dualismo tra un cinema che si sposta verso una dimensione di trasformazione, ci consente di pensare a mondi altri nel senso esistenziale, geografico e filosofico, e allo stesso tempo è un borgo, ovvero Cetona, che è capace di accogliere il progetto del festival e si pone come sguardo critico, analitico per far evolvere il cinema del futuro.
Il nostro festival si organizza intorno alla sceneggiatura, spina dorsale creativa della storia e di conseguenza, esiste questa tensione tra l’architettura delle storie e un progetto di spostamento e accoglienza, che ha senso sul piano del contemporaneo e sulle sue tensioni geopolitiche ma anche sulla storicizzazione del cinema come Finalmente l’Alba di Saverio Costanzo, oppure mondi molto diversi che vanno dalla Sicilia marginale, piena di conflitti ma allo stesso tempo di umanità di Misericordia di Emma Dante alla la Toscana on-the-road di Margini, fino all’Iran e la Parigi di fine anni ‘70 di Persepolis di Marjane Satrapi. Sono quindi mondi tenuti insieme da un asse relazionale con una certa idea di pensiero critico. Infine, termineremo con Saverio Costanzo a Roma nel cuore di CineCittà, che ci riconnette in qualche modo a Ruggero Maccari negli anni del successo del cinema italiano e ci farà rivivere quell’atmosfera, a partire da uno sguardo contemporaneo, come se fosse un viaggio dal posto più vicino a quello più lontano.
L’anno scorso, mentre l’evento andava preparandosi, aveva paragonato l’Odissea di Omero al tema che avevate scelto. Ad un anno di distanza, pensando anche alla rivisitazione recente di Christopher Nolan, come relaziona oggi l’Odissea al Festival?
Se vogliamo parlare delle relazioni tra l’Odissea come metafora del viaggio e il nostro festival, io mi riconosco molto in questa idea di non vedere il viaggio come qualcosa di lineare e risolto, ma come un vero lavorio sul presente e sul passato, attraversando delle tappe necessarie per comprendere dove bisogna lavorare. I film che abbiamo scelto in qualche modo nutrono tutti di una prospettiva di crisi, perché appunto in Persepolis c’è in qualche modo la migrazione, l’esilio. In Misericordia c’è l’idea dell’amore, anche fuori dalla famiglia tradizionale, e l’amore per ciò che è considerato diverso e marginale.
In Margini, c’è questa idea di una Toscana non raccontata, fuori dall’idea patinata della ‘Chiantishire’ come denominata dagli inglesi, e dall’altra parte c’è una Roma della Dolce Vita che però mostra il suo lato dark e irrisolto.
Quindi c’è questo racconto dell’eccedenza del viaggio inteso come qualcosa di non risolto, che per noi era molto importante. Quindi mi riconosco nell’idea dell’Odissea come un viaggio che fa veramente il lavoro della coscienza.
In un’industria cinematografica in cui l’attenzione si concentra spesso sui registi e sugli attori, il Premio Ruggero Maccari sceglie di mettere al centro gli sceneggiatori esordienti, offrendo loro uno spazio di confronto con professionisti affermati. Quanto è importante, oggi, investire sulla scrittura e quali qualità cerca nei giovani autori che partecipano al Premio?
La scelta dei registi, sceneggiatori e sceneggiatrici emergenti per noi era assolutamente obbligatoria perché il nostro è un mondo che non dà abbastanza spazio ai giovani, è privo di innovazione e di conseguenza, è incapace di rinnovarsi. Quindi, sempre nell’ottica del viaggio che deve compiere quel lavoro di scavo, è anche importante pescare delle idee completamente nuove e che non sono state mai formulate. Quindi puntiamo all’idea di sostenere le persone giovani ma non in modo assistenzialista, ma proprio promuovere le voci contemporanee e credere nell’innovazione dei giovani.
Quindi cosa cerchiamo negli autori e nelle autrici che premiamo? Cerchiamo per l’appunto questo senso di osare, ma anche di avere un un senso profondo dell’architettura di una storia, un senso del visivo, di portarci in mondi in cui non siamo mai stati e state, e allo stesso tempo anche pensare alla propria storia in termini cinematografici. Quindi ci siamo posti più volte la questione: ma se un film, un episodio o un progetto dal punto di vista letterario è molto attraente ma non è interessante dal punto di vista cinematografico, come ci troviamo? Lo premieremmo a parità di interesse?
Sicuramente premieremo un testo che ha maggiore capacità di vedersi all’interno di una cornice cinematografica, quindi riferimenti visivi, elementi che già ci trasportano da un soggetto a una sceneggiatura e quindi che ci consentono di immaginare visivamente luoghi, spazi, persone e azioni. Inoltre, ci interessano voci che siano testimoni di una generazione che raccontino la propria idea di passaggio generazionale. Passaggio che è testimoniato dal fatto che nel gruppo di programmazione di quest’anno ci sono 3 ragazzi e ragazze, Veronica Penzerini, Francesca Tozzi e Giulio Fabroni, che sono stati premiati il primo anno di festival.
E nella giuria popolare la coordinatrice è Isabella Delemona, che è a sua volta sceneggiatrice, regista, autrice e fa da coordinatrice della giuria popolare. Quindi abbiamo non solo selezionato loro come vincitori, ma abbiamo voluto che diventassero parte del premio.
Da quest’anno c’è anche una novità: avevamo lanciato una call per la selezione di cortometraggi di giovani registi tramite bando, e abbiamo selezionato 3 donne e un uomo, proprio perché il premio non guarda solo ai maestri e alle maestre del passato e del presente, ma si attiva concretamente sul futuro della sceneggiatura e della regia. Perciò non premiamo solo in denaro ma ora abbiamo intenzione di portare avanti questa direzione dei cortometraggi che verranno esibiti e mostrati insieme ai lungometraggi.
L’anno scorso avevamo anche lanciato l’iniziativa AperiPitch, che speriamo di portare avanti negli anni prossimi, e che vede anche la possibilità per il Premio Maccari di essere un hub di sviluppo per progetti che sono all’inizio, classi di cinema che quest’anno vedranno ospiti quali la direttrice della fotografia Clarissa Cappellani, Saverio Costanzo, il regista Niccolò Falsetti, e la scrittrice iraniana Pegah Moshir Pour. Quindi tentiamo sempre di spaziare nelle figure professionali che invitiamo affinché i finalisti possano godere di questi 2 giorni di scuola di cinema in cui avranno modo di incontrare figure del cinema dal vivo.
Quest’anno il Premio Maccari alla Carriera verrà assegnato a Saverio Costanzo, autore che ha saputo costruire un percorso personale mantenendo uno sguardo internazionale senza perdere la propria identità. Quali aspetti del suo cinema e del suo modo di raccontare le storie avete voluto celebrare con questo riconoscimento e quale messaggio può lasciare alle nuove generazioni di sceneggiatori?
Saverio Costanzo è un autore compiuto nel panorama italiano intanto perché ha saputo spaziare tra i generi senza alcun timore: è partito da un film impegnato che mescolava finzione e documentario come Private, sulla questione palestinese di 10-15 anni fa, poi ha continuato con dei film di finzione estremamente forti, fino a frequentare la serialità attraverso L’amica geniale e a interessarsi a film sperimentali realizzando Finalmente l’alba, che è un grandissimo colossal sulla storia del cinema. Quindi è un autore che, con grande compiutezza, grande capacità, di affreschi e personaggi molto profondi, di immagini estremamente forti e magnetiche, è riuscito ad attraversare numerosi generi.
Pochi sono stati gli autori italiani che hanno avuto questo coraggio di passare da progetti più sperimentali a mainstream e questo elemento va premiato, perché tutti i progetti sono stati creati con grandissima competenza, forza narrativa e magnetismo visivo. E questo è un primo elemento.
La seconda questione è che lui ha sempre raccontato dei personaggi che sono in bilico tra bisogno di isolamento e bisogno di connessione, un elemento estremamente contemporaneo. Portando Finalmente L’Alba, al festival siamo rimasti impressionati dalla sua bellezza, la sua precisione dei dettagli e la sua profondità della ricostruzione che ci racconta come il cinema sia una sorta di fabbrica di illusioni e baccanale moderno. Ma è anche un rito di iniziazione che trasforma, perché la storia in qualche modo è di un personaggio che entra innocente e poi ne da essa durante il film, e non può che essere più coerente con il nostro tema.
Quindi questa idea del cinema come un’arte completa, che mette insieme pittura, scenografia, costumi, produzione, suono, immagini e prova attoriale, ci pone davanti l’idea che il cinema non sia qualcosa di accessorio, ma la grande arte del mondo in cui viviamo. Saverio Costanzo rappresenta esattamente questo tipo di autore capace di avere quella forza e di usare il mezzo in tutta la sua potenza.
Il Premio Ruggero Maccari continua a crescere, coinvolgendo sempre più autori, professionisti e pubblico. Se dovesse immaginare questa manifestazione tra cinque o dieci anni, quale ruolo vorrebbe che avesse nel panorama cinematografico italiano e quale eredità spera possa lasciare ai giovani che oggi iniziano a scrivere per il cinema?
Diciamo che la riflessione che si sta tentando di portare avanti con il premio è proprio quella di rilanciare l’idea di cinema come collaborazione, che era uno degli elementi più forti dell’ethos di Ruggero Macari. Nel primo biennio, ci eravamo concentrati sull’invito di alcune persone che hanno portato dei ricordi rispetto al modo di lavorare di Maccari, di questo suo modo di scrivere a 4-6 mani e di passare ore e ore insieme all’interno di uno studio di sceneggiatura dove si creava in modo collettivo. Ecco, bisogna uscire dall’idea dell’autore come singolo ex machina del cinema: facendo anche la regista so benissimo quanto il cinema sia un viaggio profondamente collettivo, quindi dare dignità agli sceneggiatori e alle sceneggiatrici e mettere a confronto più figure del mondo del cinema vuol dire comprendere in maniera profonda i meccanismi della collaborazione, della creazione collettiva.
E per questo l’anno prossimo ci vorremmo proprio concentrare su quest’idea dell’opera collettiva. Se dovessi vedere il nostro ruolo in futuro, vorremmo proprio essere il festival, dove si racconta la danza collettiva del cinema. L’idea di come la sceneggiatura sia il luogo dove si incontrano letteratura, musica, arti visive, tutti elementi per una sceneggiatura di successo, quindi divenire un film. Questa è un po’ la nostra missione, essere il festival, il premio che apre un discorso sul cinema come luogo collettivo e, di conseguenza, difendere tale collettività e non isolare il singolo autore o la singola autrice, che costituiscono un intero settore culturale profondamente minacciato anche dai continui tagli e dai cambi di sistema, continui stop and start dei finanziamenti.
Sappiamo benissimo come purtroppo molti hanno lasciato il proprio lavoro durante il Covid perché non c’era modo di andare avanti e in seguito la successiva speranza di ripresa era ripartita in parte, ma è stata poi tradita dall’ultima legge cinema. Il rispetto per la collettività della comunità cinematografica parte dal riconoscere tutti i ruoli e non pensare che tutto il cinema si concentri nelle mani di una persona sola, che è semplicemente irrealistico.