Connect with us

Cannes

‘La Vie d’Une Femme’: desideri e contraddizioni di un’antieroina del quotidiano

In concorso al Festival di Cannes 2026, l’ultimo film di Charline Bourgeois Tacquet racconta la vita e gli incontri sentimentali e professionali di una donna dei nostri tempi, affidando il ruolo di protagonista alla straordinaria sobrietà di Léa Drucker. Con un cameo di Erri De Luca

Pubblicato

il

Nel vedere La Vie d’Une Femme, il secondo lungometraggio della vulcanica regista (e attrice) francese Charline Bourgeois‑Tacquet (classe 1986) – divenuta celebre alla Semaine de la Critique di Cannes nel 2021 con il film Les Amours d’Anaïs – ogni donna non potrà che identificarsi nella convulsa esistenza lavorativo-familiare-amicale, sempre piena di imprevisti e adattamenti, della protagonista Gabrielle Conti, non tanto per il lavoro altamente qualificato che svolge (è a capo di un reparto di chirurgia maxillo‑facciale in un ospedale parigino), quanto per la credibilità ed autenticità del suo personaggio nel portare avanti, con inossidabile energia, vari fronti aperti nella vita facendo ‘salti mortali’.

Gabrielle è infatti una chirurga di mezza età,  sposata e senza figli (anche se ha cresciuto quelli del suo compagno) che ha un lavoro di grande responsabilità, del quale è appassionata e schiava al tempo stesso. Ogni giorno deve riaffermarsi come donna e professionista, lottare per la sua autonomia e le sue scelte (anche quella di non aver voluto figli suoi), far quadrare bilanci affettivi, responsabilità professionali, tempi casa-lavoro e improvvisamente, quasi per caso, aprirsi a nuove sorprendenti esperienze emotive e sentimentali.

Il ruolo di Gabrielle è affidato alle sfumature e al talento di un’attrice come Léa Drucker che ha trovato nella maturità la sua massima intensità espressiva, e anche ottimi ruoli da protagonista, basti pensare a Dossier 137 presentato l’anno scorso a Cannes.

Anche se la Drucker, nel volto, nel corpo, nel detto e nel non detto, porta il film sulle sue spalle, anche il resto del cast è molto valido e coinvolgente: Mélanie Thierry, Charles Berling, Erri De Luca e anche Marie‑Christine Barrault, bravissima nel rendere lo smarrimento nel ruolo della madre di Gabrielle affetta da Alzheimer nel suo lento e consapevole perdersi.

Il vento dell’imprevisto arresta la frenesia del quotidiano

La figura di Gabrielle è molto ben tratteggiata nel film: una lavoratrice instancabile, soprannominata ‘Robocop’ dal compagno, perfezionista e severa sul lavoro con sé stessa e con i tirocinanti, attentissima ai suoi pazienti, amorevole  con la madre il cui Alzheimer è sempre più evidente, responsabile all’eccesso, quasi da diventare saccente e implacabile anche con il suo assistente e amico di sempre, Kamyar, cui contesta il diritto a un mese di paternità da lui richiesto alla nascita del suo primo bambino, ponendo così le basi per una rottura professionale.

Questa donna stakanovista e tutta d’un pezzo, improvvisamente diventa oggetto di un’attenzione pressante da parte di una scrittrice omosessuale, Frida (Mélanie Thierry) che chiede di assistere alle operazioni e di trascorrere alcune settimane nel suo reparto per trovare ispirazione e scrivere un romanzo con maggior cognizione di causa.  Sarà proprio Frida a provocare un’inattesa battuta d’arresto nel vortice in cui Gabrielle è completamente immersa.

In maniera del tutto inattesa, il ricevere fiori e inviti da parte di questa giovane donna lusinga e scuote Gabrielle dall’apatia. Bellissima la scena in cui le due donne si trovano ad uno spettacolo di danza contemporanea dove anche il pubblico è itinerante: danzatrici e danzatori si frappongono ed accompagnano gli sguardi e lo sfiorarsi delle due donne.

Un’eroina emancipata, dalle mille sfumature

Suddivisa in brevi capitoli, che corrispondono ad episodi salienti della narrazione, La Vie d’une femme segue, come si diceva, il ritmo frenetico del quotidiano di Gabrielle, tra figli acquisiti ormai adulti che non vogliono ‘lasciare il nido’, un compagno amabile ma un po’ sbiadito (un convincente Charles Berling), le mille incombenze lavorative e non da gestire: saranno i momenti rubati con Frida, intimi o ludici, a segnare una nuova dimensione parallela nella vita di Gabrielle (e del film).

Dopo la negazione, lo stupore ed il timore iniziali, la nostra protagonista deciderà infatti di concedersi una pausa e un’esperienza, che si trasformeranno in passione travolgente, ma la vita (‘che a volte sa essere dura’, come ricorda ad un suo paziente malato di tumore di fronte a una difficile scelta) le ricorderà presto che tutto passa, tutto scorre e fluisce.

Il rovesciamento della prospettiva esistenziale è affidato alla saggezza dello scrittore-montanaro, interpretato dal grande Erri de Luca perfetto nella parte – che racconta in pratica la sua vera storia – che si è ritirato dal mondo, vive isolato in uno chalet di montagna e non riceve volentieri visite ma fa eccezione per Frida e Gabrielle.

“Gabrielle è un’eroina che ha fatto scelte libere ed è esattamente dove voleva essere – racconta la regista – felice ed impegnata nel suo mestiere, con contatti umani profondi, una buona relazione col marito e vive il fatto di non avere figli come una cosa normale e per nulla drammatica. Non si realizza nella maternità o nella vita sentimentale, ma ha un lavoro importante pur senza rinunciare alla sua sensualità. Quindi è un personaggio che dà un’immagine di emancipazione ed è molto sicura di sé ma viene resa fragile da un amore che la indirizza su strade impreviste”.

Lavoro e cura come spazi di potere e fragilità: la lotta poco riconosciuta delle donne

Gabrielle, chirurga e capo reparto, non è una figura eroica nel senso tradizionale, anzi si potrebbe definire un’anti-eroina: competente, stanca, brillante, imperfetta. Il film compie una scelta ‘politica’ precisa: quella di mettere al centro una donna adulta, complessa, una professionista, che non deve giustificare la propria ambizione, né essere punita per essa.

La regista filma l’ospedale come un campo di battaglia emotivo e organizzativo e Gabrielle non è solo una chirurga: è una donna che porta avanti una lotta costante (mai abbastanza riconosciuta nel caso delle donne) all’interno di un sistema intero e il film evidenzia ciò che spesso rimane poco visibile:  le donne che dirigono, curano, organizzano, spesso lo fanno pagando un prezzo altissimo.

Il merito della regia e dell’intero film è quello di accompagnare e raccontare la protagonista  senza giudicarla, con episodi frammentati ma coerenti, che riflettono la vita reale delle donne, abituate ad incastrare infinite parti di vita come in un puzzle, e questo ‘genere’ di cinema rispetta la complessità dell’esperienza femminile, senza semplificarla o renderla retorica, ma proponendo di viverla pienamente e liberamente senza chiedere il permesso.

 

  • Anno: 2026
  • Durata: 98'
  • Genere: Commedia drammatica
  • Nazionalita: Francia, Belgio
  • Regia: Charline Bourgeois Tacquet