Dieci anni di cinema, scommesse e giovani talenti. Il Riviera International Film Festival è riuscito, nel tempo, a costruirsi un’identità precisa all’interno del panorama cinematografico italiano: quella di un festival capace di guardare avanti, dando spazio ai registi under 35 e a un cinema indipendente spesso lontano dai circuiti più commerciali. Nato quasi per gioco, il festival è cresciuto anno dopo anno grazie a una visione chiara e a una rete di professionisti che hanno creduto nel progetto fin dall’inizio.
Tra questi c’è anche Massimo Santimone, figura fondamentale nella crescita della manifestazione e nel consolidamento della sua macchina organizzativa. Con il suo lavoro dietro le quinte ha contribuito a trasformare il Riviera International Film Festival in un appuntamento sempre più riconoscibile e internazionale, capace di attirare ospiti, distributori, produttori e giovani autori da tutto il mondo, senza perdere il legame con il territorio e con l’atmosfera accogliente di Sestri Levante.
Oggi il festival non è soltanto una vetrina cinematografica, ma anche uno spazio di incontro, formazione e scoperta, dove film indipendenti, documentari ambientali e nuove voci del cinema contemporaneo trovano finalmente un pubblico. In questa intervista, Santimone racconta la nascita del progetto, l’evoluzione del festival e la sfida, ancora attuale, di continuare a investire sui giovani talenti.
RIFF: Massimo Santimone e quell’aperitivo a Sestri…
Come nasce il Riviera International Film Festival?
Tutto è iniziato quasi per caso, durante un aperitivo. Stefano Gallini-Durante, oggi presidente del festival, e Vito D’Onghia si incontrano e iniziano a parlare della possibilità di creare un festival cinematografico a Sestri Levante. Stefano, produttore che vive a Los Angeles, aveva già ottenuto importanti riconoscimenti internazionali: tra i suoi lavori figurano produzioni premiate alla Mostra del Cinema di Venezia, collaborazioni con attrici come Emilia Clarke e numerosi documentari. Vito, invece, lavora da anni nel campo della produzione audiovisiva, tra documentari e spot pubblicitari.
Da quella conversazione informale prende forma il progetto del Riviera International Film Festival che, nel 2017, diventa realtà grazie al confronto con le istituzioni locali. Fin dall’inizio viene definita con chiarezza anche la linea editoriale della manifestazione: dare spazio esclusivamente a registi under 35. Una scelta precisa, e per molti aspetti coraggiosa, nata dalla volontà di offrire una vetrina italiana a giovani autori che spesso avevano già iniziato a distinguersi nei festival internazionali, ma che in Italia faticavano ancora a trovare il giusto spazio.

Ph. Chiara Rebolino
Il Riviera oggi: tra temi ambientali e ospiti internazionali
Come si è evoluto il festival?
La prima edizione era composta unicamente dai film in concorso e da alcune proiezioni fuori concorso. Nel 2018 è stata introdotta la sezione dedicata ai documentari ambientali, destinata a diventare negli anni uno dei punti di forza della manifestazione. Pur senza poter contare su grandi finanziamenti statali, il festival è cresciuto grazie al sostegno concreto della città di Sestri Levante: dall’amministrazione comunale agli albergatori, fino ai ristoratori che hanno creduto nel progetto sin dai suoi primi passi. Determinante è stata anche la presenza di ospiti prestigiosi e giurati di livello internazionale, come Davide Franzoni, Gianni Quaranta e numerosi attori e professionisti del settore, che negli anni hanno contribuito a rafforzare e consolidare l’identità del festival.
Qual è la particolarità di questo festival?
La vera particolarità del Riviera International Film Festival è sempre stata l’attenzione rivolta ai giovani autori. Fin dalla sua nascita, infatti, il festival non ha mai cercato di imitare grandi manifestazioni come la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia o il Festival di Cannes. L’obiettivo era piuttosto quello di costruire uno spazio autonomo e riconoscibile, dedicato al cinema emergente e indipendente. Una scelta che, negli anni, si è rivelata vincente: molti dei registi passati dal festival hanno poi ottenuto importanti riconoscimenti internazionali, confermando la capacità della manifestazione di intercettare nuovi talenti prima della loro consacrazione. Anche la sezione dedicata ai documentari ha conosciuto una crescita significativa. Partita inizialmente con appena cinque titoli in programma, si è rapidamente ampliata fino ad arrivare a dieci documentari, grazie all’interesse crescente del pubblico e al sostegno di sponsor particolarmente sensibili ai temi della sostenibilità e della sensibilizzazione ambientale.
Con il passare degli anni, il programma del festival si è ulteriormente arricchito con l’introduzione della sezione dedicata ai cortometraggi, considerati un passaggio fondamentale nel percorso di formazione di molti giovani registi. Parallelamente sono nate anche iniziative dedicate alla formazione e al networking professionale, come le sezioni “RIFF OFF”, pensate per creare occasioni di incontro tra giovani autori, produttori, distributori e professionisti del settore. Un lavoro concreto che ha già prodotto risultati importanti: uno dei progetti sviluppati all’interno del festival è infatti riuscito ad arrivare proprio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Ph. Chiara Rebolino
Lo sguardo alle nuove generazioni
Quanto è importante investire sui giovani? E perché dieci anni fa questa scelta non era così scontata?
L’attenzione verso i giovani autori nasce anche dall’ispirazione al modello del Sundance Film Festival creato da Robert Redford. Proprio il Sundance ha dimostrato come il cinema indipendente potesse diventare uno spazio vitale per nuovi talenti e nuove idee, contribuendo al lancio di registi come Quentin Tarantino, Paul Thomas Anderson e Kevin Smith. Ancora oggi la missione del festival resta la stessa: permettere al pubblico di scoprire film che difficilmente arriverebbero nelle sale italiane. Negli anni, sempre più critici, distributori e professionisti del settore hanno iniziato a frequentare la manifestazione, contribuendo a dare visibilità ai progetti selezionati e, in alcuni casi, anche a garantirne una distribuzione. Parallelamente continua l’attenzione verso il documentario, soprattutto verso quelle opere capaci di raccontare il rapporto tra uomo e natura attraverso storie umane forti e autentiche.
Qual è la missione che vi prefiggete?
La missione principale è semplice: riempire le sale e offrire al pubblico la possibilità di vedere film che altrimenti difficilmente troverebbero spazio sul grande schermo. Dopo dieci anni di lavoro, il festival sta riuscendo a dare a queste opere non solo visibilità, ma anche concrete opportunità di distribuzione, sia cinematografica sia sulle piattaforme streaming. A Sestri Levante arrivano critici importanti, che attraverso recensioni e articoli contribuiscono a rafforzare il percorso dei film selezionati, ma arrivano anche distributori e professionisti dell’industria. Pur restando una realtà piccola, lontana dai grandi mercati internazionali di Festival di Cannes o della Berlinale, il festival riesce comunque ad aprire porte concrete ai giovani autori.
L’artigianalità della visione: come “nasce” un film da festival
Come avviene la selezione delle opere?
La selezione dei film nasce da un lungo lavoro di ricerca personale: non esiste infatti un bando pubblico. I film vengono scoperti attraverso festival internazionali, distributori e circuiti indipendenti, con l’obiettivo di individuare opere realizzate da registi under 35. Ogni anno vengono visionati oltre cento film, ma soltanto una decina riesce a entrare in concorso. Un lavoro quasi artigianale, portato avanti con curiosità e attenzione, alla ricerca di storie capaci di distinguersi davvero.

Ph. Lucrezia Corciolani
Che cosa la colpisce di un film?
Ciò che mi colpisce maggiormente è l’energia che un film riesce a trasmettere. Quest’anno il programma comprende commedie che affrontano temi profondi attraverso il sorriso, film drammatici, opere vicine al linguaggio action e lavori più intimi e personali. I giovani registi conservano ancora la forza di raccontare ciò che conoscono davvero: esperienze vissute, emozioni autentiche, relazioni e ferite personali. Con il tempo, spesso gli autori finiscono per allontanarsi dal proprio vissuto; molti dei registi selezionati dal festival, invece, continuano a raccontare il loro mondo reale, mantenendo uno sguardo sincero e diretto sulla realtà.
L’ungherese Péter Magyar protagonista dell’ultima edizione del festival
Venendo invece al tema dei finanziamenti e degli sponsor: come siete riusciti a costruire una macchina organizzativa così solida?
Il primo anno il festival è andato avanti quasi esclusivamente grazie alle forze degli organizzatori e al sostegno di pochi sponsor. Dal secondo anno, però, sono arrivati partner più importanti, attratti dall’autenticità del progetto e dalla chiarezza della sua identità. L’obiettivo è sempre stato quello di costruire qualcosa di significativo, e questa visione, nel tempo, è riuscita a emergere con forza. I finanziamenti pubblici seguono tempi e dinamiche differenti rispetto a quelli privati, ed è naturale che le istituzioni mostrino inizialmente maggiore cautela verso un progetto nuovo.
Tuttavia, anno dopo anno, il festival è riuscito a conquistare anche la loro fiducia. Tra gli eventi più significativi dell’ultima edizione c’è stata la presenza di Péter Magyar, figura molto nota in Ungheria, che ha portato al festival un’attenzione mediatica capace di andare oltre il cinema. Ma l’aspetto che gli organizzatori considerano davvero centrale è un altro: chi arriva al festival spesso desidera tornare. Registi, produttori, ospiti e pubblico trovano un ambiente accogliente e familiare, ed è proprio questa atmosfera a rappresentare uno dei punti di forza della manifestazione.

Ph. Laura Bianchi
Il documentario in Italia
In Italia, a differenza di altri Paesi europei, il documentario fatica ancora a trovare uno spazio davvero forte. Per voi questa sezione rappresenta un completamento del programma o ha ancora un ruolo centrale?
Per il festival la sezione documentari resta fondamentale. Il documentario, infatti, permette di raccontare realtà che spesso rimangono invisibili e di avvicinare il pubblico a temi ambientali e sociali poco conosciuti: dall’impatto dell’industria alimentare a quello della moda, fino alle responsabilità individuali nei confronti dell’ambiente. Ogni anno vengono selezionate opere capaci di raccontare il rapporto tra uomo e natura attraverso storie originali e profondamente umane. Accanto ai documentari più scientifici, ciò che interessa maggiormente è proprio la dimensione emotiva e personale dei racconti.
Tra i titoli presentati quest’anno c’è Second Wind, documentario che segue alcuni soldati ucraini mutilati dalla guerra durante la scalata del Kilimangiaro. Uomini che, dopo aver vissuto il trauma del conflitto, cercano attraverso questa esperienza estrema di ritrovare forza, equilibrio e un nuovo senso della vita. Un racconto che mostra come la natura possa diventare anche uno spazio di rinascita e riconciliazione interiore. Spesso il rapporto tra uomo e ambiente viene raccontato soltanto in termini distruttivi; questi documentari, invece, dimostrano come possa esistere anche una forma di armonia.
Ancora tante idee per il RIFF di domani
Come immagina il festival tra cinque anni?
Guardando al futuro, l’obiettivo è ampliare ulteriormente il festival: più sale, nuove sezioni e ancora più spazio dedicato ai giovani autori. Tra le idee per i prossimi anni c’è anche la creazione di un’area dedicata al cinema di genere, dall’horror alla fantascienza, linguaggi sempre più capaci di raccontare il presente attraverso forme narrative innovative e contemporanee.
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