Volto familiare di una televisione che ha segnato un’epoca, Ludovico Fremont è uno di quegli attori che il pubblico italiano ha visto crescere senza mai perderlo davvero di vista. In lui c’è qualcosa che sfugge a una definizione immediata: un equilibrio sottile tra disciplina e istinto, tra riservatezza e presenza scenica. È un volto che non urla, non si impone, ma comunica: occhi nocciola che osservano con calma sincera, senza giudizio, e che sembrano voler capire prima di reagire. Lineamenti puliti, uno sguardo che alterna timidezza e ironia, dentro di lui c’è una sorta di armonia precedente al rumore, un’intelligenza calma che osserva il mondo come un materiale da lavorare con mani delicate, senza fretta. Fremont conserva i tratti che lo hanno reso familiare al grande pubblico, oggi arricchiti da una maturità più sfumata, quasi riflessiva. Non ha mai inseguito il rumore del successo, e forse è proprio per questo che certe immagini sono rimaste così vive nell’immaginario collettivo. Negli anni ha attraversato set, teatro e scrittura con un approccio discreto, costruendo un percorso lontano dalle scorciatoie e vicino a un’idea concreta di mestiere. Oggi, tornando ne I Cesaroni, porta con sé qualcosa di diverso: non la nostalgia di ciò che è stato, ma la consapevolezza di chi ha imparato a restare, evolvere e scegliere. Un ritorno che non cerca di replicare il passato, ma di rimetterlo in circolo con uno sguardo nuovo e una misura più adulta.
Come è iniziato il suo percorso nel mondo della recitazione?
In modo molto semplice, quasi per caso. Vengo da una famiglia di artisti: mia madre era ballerina di danza classica, poi insegnante, mentre mio padre era pittore e, per un periodo, anche attore. Ho avuto la fortuna di lavorare in una delle serie europee più importanti dell’epoca, 2SX1Turbo, girata in tutta Europa. Paradossalmente, però, tutto questo non ha mai influenzato direttamente il mio desiderio di fare l’attore. Non ho mai sentito una vera attrazione per il palcoscenico osservando lui. La svolta è arrivata alle medie, al Collegio Nazareno di Roma, dove ogni anno si teneva una festa chiamata Certamen. Gli studenti potevano esibirsi mostrando le proprie passioni artistiche. Io, grande fan di Michael Jackson e già appassionato di breakdance, decisi di portare una coreografia di Smooth Criminal. Mi preparai in modo maniacale: cappello, calzino, movimenti, tutto. Fu un successo enorme. Mia madre, che non mi aveva mai visto su un palco, rimase colpita: per lei quello spazio mi apparteneva. Da lì nacque l’idea di iscrivermi ai corsi di teatro del Nazareno. All’inizio era solo un gioco, uno sfogo, senza ambizioni. Eppure, qualcosa cominciò a muoversi.
E cosa successe?
Avevo circa sedici anni quando, durante una lezione, vennero a chiamarmi per un provino: cercavano giovani sportivi che sapessero recitare. Il personaggio era un atleta che, sotto pressione, faceva uso di anabolizzanti fino a sentirsi male e annegare, quindi serviva qualcuno che sapesse nuotare bene. Ricordo ancora quell’audizione: avevo l’atteggiamento un po’ strafottente dei sedicenni e rispondevo a monosillabi. Prima della scena mi chiesero di parlare di me e, per rompere il ghiaccio, raccontai una barzelletta che li fece ridere. Poi girammo una scena di forte conflitto con la madre. A quell’età certe emozioni vengono naturali, e riversai lì tutta la rabbia e l’inquietudine che avevo dentro. Due giorni dopo mi chiamarono: ero stato preso. La serie era Lui e Lei 2, diretta da Elisabetta Lodoli, con Vittoria Belvedere, Giuliana De Sio e Karim Proia. Da lì è iniziato tutto. Per molto tempo, però, non l’ho mai considerato un lavoro: era qualcosa che facevo per passione. Solo col tempo è diventato il mio percorso.
Quali emozioni ricorda dei suoi primi set?
Era un mondo che non conoscevo, ma che mi affascinava. All’inizio ero inesperto: mi trovai immerso in un universo fatto di termini, ruoli e rituali completamente nuovi. Ricordo una delle prime gaffe: chiamai “telecamera” quella che in realtà è una cinepresa. Un errore ingenuo, ma per me fu uno choc, perché capii quanto quel mondo avesse regole precise. Il set mi sembrava un alveare: tante persone, tutte indaffarate, ognuna con una funzione chiara. Dopo il liceo arrivò Carabinieri: giravo mentre preparavo la maturità. Studiavo di notte, lavoravo di giorno, mi facevo mandare i compiti via fax. Portai una tesina sul Neorealismo, collegando tutte le materie al cinema. Finito il liceo, mia madre mi mise davanti a una scelta: o un percorso concreto, o basta. Scelsi l’Accademia. Ho frequentato anche il DAMS, ma sentivo che l’Accademia mi avrebbe formato davvero. Sono stati anni fondamentali. Per me l’attore non è mai stato un punto di partenza, ma un punto di arrivo: è un mestiere serio, che richiede dedizione e la capacità di rimettersi sempre in discussione.

Ph. Fabrizio De Blasio
Poi è arrivata la serie I Cesaroni. Come ha vissuto quel successo improvviso?
Arrivavo dall’Accademia e da esperienze molto teatrali, anche con Luca Ronconi. I miei insegnanti immaginavano per me un percorso soprattutto teatrale, e in parte lo desideravo anch’io. Allo stesso tempo, però, sentivo il bisogno di essere indipendente. Feci il provino senza aspettative. Quando la serie esplose, con milioni di spettatori, mi ritrovai improvvisamente riconosciuto per strada. Il successo è una bestia potente ed effimera: va gestito, fa parte del lavoro. Non l’ho mai vissuto male, grazie alla mia famiglia. La cosa che mi ha sempre colpito di questa serie è che, anche negli anni in cui non andava più in onda, la domanda era sempre la stessa: “Ma i Cesaroni tornano?”. Questo fa capire quanto sia rimasta nel cuore del pubblico.
E oggi, tornare a I Cesaroni?
È come tornare a casa. I Cesaroni sono una stella che porto con orgoglio: qualcosa che il pubblico ha amato profondamente. Non posso dire molto sul mio personaggio, per via degli accordi, ma per me questo ritorno ha un valore speciale.
Che cosa può raccontare del nuovo Walter?
È un personaggio che nel tempo si è evoluto in modo significativo e oggi mostra una maturità diversa, frutto del suo percorso. Quando lasciai la serie, fu per cogliere opportunità all’estero. Walter oggi porta con sé un percorso di rinascita, ma resta fedele alla sua identità: è ancora alla ricerca di un equilibrio affettivo e professionale. Quando ho letto la nuova scrittura ne sono stato felice. Sono tornati gli sceneggiatori delle prime stagioni e lavorare di nuovo con Claudio è stato straordinario. Il saluto ad Antonello Fassari, in particolare, è uno dei ricordi più forti della mia vita professionale.
Lei ha recitato sia al cinema che a teatro. Cosa cambia?
Cambiano spazio e tempo. In teatro tutto avviene in diretta: corpo e mente devono essere in ascolto continuo. Non esistono stop, si va avanti. Ho anche un rituale: arrivo sempre con anticipo, mi preparo fisicamente, entro nello spazio vuoto, ritrovo il ritmo. Anche il trucco fa parte della costruzione del personaggio. Il teatro è un luogo vivo, profondo, irripetibile.

P.h. Fabrizio De Blasio
Poi la regia, con The Answer – La risposta sei tu.
La regia mi ha sempre affascinato. Per un attore è quasi naturale avvicinarsi a quel mondo. Ma questo film è nato per necessità, non per affermarmi come regista. Era una produzione indipendente, pensata soprattutto per le scuole. Il tema era l’impatto ambientale della coltivazione del tabacco e, più in generale, il rapporto tra agricoltura e sostenibilità. Ho accettato con umiltà, coinvolgendo persone di fiducia. Per me era fondamentale che tutti fossero retribuiti: il lavoro artistico è, a tutti gli effetti, lavoro. Da questa esperienza ho tratto soprattutto una consapevolezza: quando dirigi, capisci che le scelte non dipendono soltanto dal talento, ma anche dalla coerenza con una visione. È una verità semplice, ma decisiva.
Sta scrivendo un libro…
Sì, il titolo c’è, ma non posso ancora dirlo. Racconta in parte la mia storia, ma può parlare a molti. Ho scritto anche un libro di poesie. Entrambi i progetti sono molto personali, quindi sto cercando il momento giusto per pubblicarli.
Quanto sono stati importanti i suoi genitori?
Fondamentali. Mi hanno dato strumenti e valori. Poi sta a noi capire come usarli. Da quando sono diventato padre, ne comprendo ancora di più la difficoltà e l’importanza.
Cosa direbbe al Ludovico degli inizi?
Di restare autentico. Di avere fiducia e di non avere paura. Il percorso è fatto di piccoli passi, e ognuno è necessario. E forse gli direi di parlare meno e ascoltare di più. L’ascolto è fondamentale, nel lavoro e nella vita. Ho imparato anche che l’ironia è una grande risorsa: saper ridere delle difficoltà aiuta a ridimensionarle. Se devo indicare un maestro assoluto, è Charlie Chaplin. Rimane per me un riferimento insuperabile.
Se questa intervista ti è piaciuta leggi anche l’intervista ad Aurora Giovinazzo