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‘Fino all’ultimo respiro’, Alex Zanardi e le sue imprese umane e sportive

L’omaggio di Taxi Drivers ad Alex Zanardi con la recensione del docufilm che ne ripercorre le vicende umane e sportive prima del tragico incidente del 2020

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La notizia che nessuno avrebbe mai voluto ricevere è arrivata il primo maggio di questo incerto 2026, non in una data qualunque: Alex Zanardi, campione dei campioni, emblema di forza e coraggio, ci ha lasciati per sempre. Lui, il leone capace di ribaltare il destino sfidandolo a viso aperto, ha perso la sua ultima battaglia proprio nel giorno in cui si celebra la fatica e il sudore dei lavoratori, nel pieno di quella primavera che tanto simboleggia la speranza e la rinascita.

Non una data qualunque – dicevamo-, così come ci piace immaginare che non si sia trattato nemmeno di un caso. Perché proprio fatica e sudore, speranza e rinascita sono stati gli elementi chiave della sua stessa esistenza, il brodo di coltura dentro cui l’amato Alex è riuscito a trasformarsi da sfortunato asso automobilistico nell’eroe ammirato in tutto il mondo.

Non soltanto il pluripremiato campione paralimpico, ma l’autentica personificazione della, nel suo caso, mai abusata parola “resilienza”. Quella che l’ha portato a ribaltare l’immagine stessa della disabilità e a mostrare come un’apparente limitazione non rappresenti altro che una nuova prospettiva, un diverso punto di vista da cui ripartire verso nuove avventure. Sempre col sorriso sul volto e con quell’ironia capace di riportare la luce laddove prima c’era solo ombra. Senz’altro la sua vittoria più bella, quella che ci ha portato tutti – ma proprio tutti – a voler essere almeno un po’ come lui, con le gambe o senza, poco importa.

Perché Alex Zanardi non è stato semplicemente bigger than life: lui ci ha mostrato come la vita stessa, con un pizzico di coraggio e fiducia in più, riesca sempre a stupirci e a essere più grande di quanto si fosse mai potuto immaginare.

Fino all’ultimo respiro, la parabola di un grande uomo

La parabola umana e sportiva dell’amato campione bolognese è ripercorsa in Fino all’ultimo respiro – Speciale Alex Zanardi (2020), docufilm di 37’ a firma di Stefano Rizzato e Daniele Ferrario, attualmente visibile su Raiplay. Un’opera al contempo sobria e commovente, che si apre al ritmo di un respiro affannoso, quello del nostro protagonista. Non un segno di fragilità, ma un esempio di forza: si tratta dell’energia positiva di Alex mentre si allena in vista di nuove sfide personali e sportive.

Sfilano immagini dell’asfalto che corrono sotto la sua handbike, e poi quelle in cui lo stesso Zanardi, di spalle sulla spiaggia, scruta l’orizzonte lontano. Bastano questi frames iniziali a porci all’interno di un racconto che inevitabilmente unisce una dimensione simbolica a quella reale. È normale, quando si parla di Alex e delle sue tante vite, tutte vissute all’insegna del coraggio.

Io credo che sia importante nella vita far la propria strada. E questa era quella che il mio cuore mi spingeva a scegliere.

Una strada niente affatto agevole, ricca di passione e sacrificio, in cui dramma e successo si sono spesso rincorsi, intrecciati e sfidati. E così, mentre osserviamo il nostro eroe impegnato nelle sue fatiche quotidiane, ne riscopriamo ancora una volta, accompagnati dalla splendida colonna sonora, l’autentico punto di forza, quello che gli permette di cogliere il vero senso della felicità nella gocciolina di sudore che gli scende dalla fronte. Sensazioni che “dopo aver perso le gambe, io francamente credevo di aver perso per sempre…e invece…”.

L’immancabile ottimismo come guida nelle avversità

È con questa capacità di “vedere il bicchiere pieno, non mezzo pieno” che Alex, assieme al suo immancabile sorriso, ha saputo affrontare la propria esistenza, qui ripercorsa attraverso un nastro del tempo che finisce per riavvolgersi.

Scorrono immagini lontane, quelle che accompagnano il giovane Zanardi dai go-kart alla Formula 1 e quindi alla Formula Cart americana, dove si afferma come campione del mondo per ben due volte, nel 1997 e nel 1998. Il suo sembra un inarrestabile percorso verso l’alto, che lo porta ancora una volta in Formula 1 e poi di nuovo in Formula Cart, su su sino a quel maledetto 15 settembre 2001, quando la fortuna pare voltargli le spalle.

L’incidente automobilistico e la lotta contro il destino

Siamo in Germania, circuito di Lausitzring. Durante la gara, l’auto guidata da Alex sbanda e va in testacoda proprio mentre sopraggiunge un’altra vettura. Lo scontro è inevitabile. Il muso della monoposto di Zanardi è letteralmente disintegrato. Le immagini che scorrono sullo schermo sono terrificanti, tutto lascia pensare al peggio. Eppure, dopo alcuni giorni di coma in lotta tra la vita e la morte, l’attaccamento alla vita di Alex vince. Seppur senza più le gambe, il nostro protagonista sopravvive e si proietta verso un nuovo capitolo della sua vita.

Il filo della narrazione muta: non più la potenza delle macchine, il rombo dei motori, ma la fragilità del dolore. Le immagini di uno Zanardi sofferente, tuttavia, non inducono mai al pessimismo, ma a una vera e propria progressione positiva: dal letto d’ospedale alla sedia a rotelle, dalla sedia a rotelle alle protesi per camminare.

Io prima dell’incidente mi ero ritrovato a chiedermi come avrei reagito in una situazione come quella che poi mi è toccata. E la risposta che mi ero dato era molto diversa dalla reazione che ho invece prodotto nel momento in cui è accaduto per davvero.

Quel che accade ci viene chiarito dalla voce narrante: “È la reazione di un gigante con qualcosa che dentro è scattato. Nei suoi occhi si leggono la luce e la semplicità di sempre, ma anche una volontà nuova, la voglia di non piegarsi davanti al destino”.

L’inizio di una nuova vita e la scoperta dell’handbike

Non è la fine, ma l’inizio di un nuovo percorso, di una nuova sfida da condurre all’insegna della passione; con quella solita, intelligente ironia che lo porta a confessare come il punto di contatto tra il funzionamento di un ginocchio protesico e la sospensione di un’auto da corsa sia stato il suo piano d’appoggio per incuriosirsi a quello che avrebbe dovuto fare per forza.

Dunque, la capacità di interessarsi a ciò a cui non si può sfuggire come molla per rilanciarsi nel pieno della vita. È esattamente quel che vediamo accadere ad Alex: tornano di nuovo i rombi dei motori, tornano le auto e tornano nuove vittorie. Ma la vera svolta, quella che proietterà l’uomo Alex Zanardi nel mito, è affidata ad altre ruote, più lente, meno performanti, ma in un certo senso più potenti. Sono quelle dell’handbike che il pilota bolognese scopre casualmente nel 2007 grazie al campione paralimpico Vittorio Podestà.

I clamorosi successi nell’handbike

Il racconto procede linearmente: la maratona di New York 2007, l’amicizia e la stretta collaborazione con lo stesso Podestà, sempre più su, sino alla partecipazione ai Giochi Paralampici di Londra 2012, dove Alex ottiene due medaglie d’oro e una d’argento che lo spingono verso la leggenda. Iconica sarà l’immagine di lui che alza la sua handbike verso il cielo con un braccio, a mo’ di festeggiamento. E iconico sarà il suo passaggio nella stessa manifestazione, perché la sua presenza e il suo apporto contribuiranno decisamente a porre il movimento paralimpico all’attenzione dei mass media e del pubblico.

Si tratta di un successo che spingerà Alex verso nuovi, prestigiosi traguardi, come la partecipazione all’Iron Man e soprattutto alle Paralimpiadi di Rio 2016, dove altri due ori e un argento lo consacreranno definitivamente nel mito. Fluiscono incessantemente i filmati dei suoi trionfi umani, prima ancora che sportivi, attraverso il suggestivo montaggio che valorizza sia l’uomo che l’atleta. Sono immagini che si mescolano a quelle dei duri allenamenti e alle testimonianze degli atleti paralimpici Luca Mazzone, Francesca Porcellato e Vittorio Podestà, e del Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli.

L’eroe dal destino avverso

Tutto ciò ci conduce verso la fine, laddove la struttura circolare del racconto ci riporta alla scena iniziale: quella del nostro protagonista che solo, sulla spiaggia, scruta l’orizzonte.

Fino all’ultimo respiro si conclude qui, con l’immagine di Alex che, di spalle, osserva un cielo su cui si staglia lontana una nuvola scura. Inevitabile cogliervi un segno, il presagio di tutto quello che accadrà dopo: il maledetto incidente in handbike del 2020 e il lungo calvario che ne seguirà. Si tratterà dell’ennesima e, purtroppo, definitiva manifestazione di un destino avverso che ha deciso di accanirsi contro questo grande eroe. Da quel momento, un silenzio durato sei anni, un lasso di tempo durante il quale si è coltivata la speranza che, per l’ennesima volta, l’amato Zanardi potesse mostrare di essere più forte di ogni avversità. Ma non è stato così.

Alex è uscito di scena quasi con discrezione, alimentando un diffuso stato d’animo di dolore e amarezza. Perché Alex Zanardi non era soltanto un uomo intelligente, una persona perbene: lui, la sua forza e il suo coraggio sono stati un esempio e un insegnamento capaci di suscitare un sentimento collettivo d’amore e ammirazione.

Per questo resterà immortale. E per questo, caro Alex, il tuo non sarà certo un addio, ma piuttosto un dolcissimo “a per sempre”.

 

Su Alex Zanardi leggi anche la nostra recensione del docufilm La grande staffetta

Fino all'ultimo respiro

  • Anno: 2020
  • Durata: 37'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Stefano Rizzato, Daniele Ferrario