A Fading Man è il primo approccio di Welf Reinhart al lungometraggio, dopo innumerevoli esperienze in spot pubblicitari e corti.
Un film che non passerà inosservato al Riviera International Film Festival.
A Fading Man: una riflessione delicata e potente
A Fading Man è un film dove la regia indaga le vicende umane con la grazia di un poeta e l’eleganza di un maestro. Welf Reinhart dirige i corpi costruendo un rapporto simbolico tra questi ultimi e i volumi che riempiono lo spazio. Davanti alla macchina da presa del regista di A Fading Man, l’uomo appare fragile, vulnerabile. Del resto, l’opera di Reinhart è prima di tutto una storia di vulnerabilità.
In A Fading Man, Kurt Jupin (Harald Krassnitzer) soffre di Alzheimer, ma la figlia non può occuparsene per problemi di lavoro. Così, per uno scherzo della mente labile dell’uomo, questo si troverà a tornare nella vita dell’ex moglie, Hanne Zweig (Dagmar Manzel), da lui ancora considerata sua consorte. Per causa di forza maggiore, la donna sarà costretta a prendersi cura di lui assieme al marito Bernd Zweig (August Zirner).
Il film passa così da un linguaggio meramente formale a uno concreto, fatto di azioni, sguardi, dialoghi essenziali e potenti, e di quotidianità regolari e simmetriche come le inquadrature che le commentano. In questo terreno fertile per l’osservazione, Reinhart riflette criticamente sulle difficoltà legate alla gestione di una persona fragile come Kurt. La riflessione del regista si sviluppa sia a livello burocratico e legale, sia a livello personale.
In A Fading Man la critica a un sistema, perso nelle sue macchinazioni, viene controbilanciata da una profonda riflessione sull’urgente bisogno dell’uomo di essere solidale con i suoi simili. Reinhart ci fa capire che, alla fine, siamo tutti umani, con le stesse fragilità, e dovremmo tutti prenderci cura gli uni degli altri, perché nessuno merita di essere abbandonato.
Una storia di rinascita
A Fading Man è un film che vanta una costruzione narrativa equilibrata e coerente. La sceneggiatura ha tutti gli elementi giusti per funzionare a livello emotivo e strutturale, permettendo così alla messa in scena di portare in vita un racconto toccante e profondo, come se ne vedono pochi al giorno d’oggi.
La narrazione in A Fading Man lascia spazio anche per una vicenda più intima e personale. L’occhio indagatore del regista mette al centro l’interiorità di Hanne. Il racconto sa comunicare quanto l’impatto di Kurt sia devastante, nella vita di Hanne, attraverso un incidente scatenante in medias res.
Seguendo il punto di vista della donna, in A Fading Man siamo catapultati nel vivo del problema, senza né attenuanti, né spiegazioni, colpiti dalla stessa sorpresa che è ben leggibile dei volti stupiti dei protagonisti. Kurt arriva come una nota stonata nella partitura delle piccole ritualità quotidiane, meticolosamente orchestrate dalla regia. Kurt porta con sé una frattura, ma questa frattura è solo un riflesso narrativo di un qualcosa di più profondo, che il film non tarda a mostrarci.
Un simbolismo potente
A Fading Man si apre con l’inquadratura del braccio di Hanne, da poco guarita da una brutta frattura. Anche se guarita, la frattura avrà ripercussioni sulla sua quotidianità, le dice la dottoressa.
Quel dolore passato, ma che comunque ha lasciato un segno tangibile nel presente, è un elemento con una doppia chiave di lettura nel film. Attraverso lo spazio scenico, Welf Reinhart espone le più profonde corde dell’interiorità dei suoi personaggi. Il rapporto coniugale tra Hanne e Kurt non si era concluso in modo idilliaco, e, ospitando in casa l’uomo, Hanne deve rivivere quel grande dolore che per anni ha tenuto celato dentro di sé. Ma il superamento di questa profonda ferita del passato permette la nascita di un sentimento nuovo in lei. L’imbarazzo e il distacco lasciano presto il posto alla consapevolezza che, a causa di questa coabitazione forzata, i rapporti fra lei e Kurt sono cambiati.
Il simbolismo dei gesti
In una scena di A Fading Man, Hanne passeggia con Kurt in uno spazio aperto. Per evitare che Kurt si perda, Hanne lega il proprio cappotto a quello del suo ex marito, così da poter stare più sicura. Il legame simbiotico che si crea rimanda, non a torto, al legame archetipico e simbiotico dell’unione primordiale di madre e figlio attraverso il cordone ombelicale. Questo piano di lettura è necessario perché solo in questa accezione il nuovo sentimento, che Hanne sente di provare per Kurt, si può definire senza remore come amore. Un sentimento che prende corpo attraverso quest’amabile e intelligentissima metafora.
L’amore che lega Hanne e Kurt in A Fading Man è completamente diverso da quello che intercorre fra Hanne e Bernd. Se l’amore che lei sente per quest’ultimo è di tipo romantico-sentimentale, quello per Kurt è un po’ come se fosse l’amore verso il figlio che non ha mai avuto. Dunque Hanne ama Kurt, sì, ma in modo affettuoso, materno.
A Fading Man è quindi un film che parla anche della riscoperta di sé stessi. Hanne scopre un nuovo lato di sé grazie a Kurt, e questa scoperta è ciò che sblocca la sua produzione artistica dalla stasi in cui si trovava, mostrando un tangibile e oggettivo correlativo della profonda guarigione della sua anima.
Una regia impietosa
Welf Reinhart è un regista che mostra ogni stato emotivo proprio degli esseri umani con la stessa intensità. A Reinhart non sfugge niente. A Fading Man mostra chiaramente anche i limiti che i sentimenti di una persona possono avere, quanto l’identificazione fra il sé e l’altro sia così labile ed effimera da essere sempre a un passo dalla mera proiezione egoistica dei propri bisogni.
La regia in A Fading Man sa mostrare le conseguenze di questa prorompente chiusura. Risemantizzando il rapporto fra il corpo minuscolo e lo spazio ampio della prima parte del film, il regista ci consente di adoperare una nuova chiave di lettura. Nella prima parte del film l’analisi di questa scelta si rafforza grazie a un brano della colonna sonora. L’eloquente scelta della canzone Der Traum ist aus (in italiano, Il sogno è finito) esplicita quello sguardo tragico sotteso a tutto il film, ma soprattutto in questa prima sezione.
Attraverso questo rapporto impari fra spazio e corpo, il regista trasmette perfettamente in A Fading Man l’idea dell’intrinseca fragilità umana.
Poi, però, la scelta registica del campo lungo cede il posto a una lettura che procede per contrasti. Non dobbiamo più cercare il senso negli indizi che la sceneggiatura dissemina nel racconto. La nuova ricerca di senso è nel modo in cui il regista sceglie di leggere diversamente il rapporto fra due corpi stessi.
La narrazione visiva del distacco
I primi piani scompaiono, il volto diviene insondabile, e la regia permette di riconoscere solo due silhouette su uno sfondo. Reinhart sceglie di astrarre una lettura emotiva, lasciando posto solo al senso logico. La macchina da presa si sofferma su un fatto mentale della ricostruzione di uno status quo, in cui, dell’emozione, non c’è più traccia.
In generale, questo accade per due ragioni: il regista ha scelto di non enfatizzare l’emozione; oppure, com’è più probabile per A Fading Man, l’emozione si è dissolta nel passato, e la macchina da presa ne registra freddamente la fine.
Un grande attore, e una grande interpretazione
Un plauso va senz’altro all’efficacissima interpretazione di Kurt Jupin da parte di Harald Krassnitzer. Il malato di Alzheimer è condannato a vivere nei frammenti del suo passato, costantemente minacciato dalle incursioni di un mondo reale che non riconosce più.
In A Fading Man, Krassnitzer ci regala un ritratto disarmante dell’umanità progressivamente sopraffatta dalla malattia. L’interprete affronta con sentimento gli attimi di un presente passato, i gesti a tratti infantili con cui comunica, i frammenti della sua coscienza che riemergono. Tutto questo complesso mosaico viene portato in scena dall’interprete con attenzione e rispetto.
Una messa in scena fatta di estremi qualitativi
A Fading Man ha una fotografia a dir poco eccellente. Le cromie, i contrasti e la saturazione sono dosate alla perfezione per tradurre, a livello visivo, il contenuto emotivo dell’opera.
La musica, invece, è l’elemento che risulta più anonimo e meno incisivo nella pellicola. Le modulazioni vocali degli attori stessi, quando in scena non ci sono altri suoni extradiegetici, costituiscono un commento sonoro più che convincente. La colonna sonora vera e propria, invece, non è tecnicamente sbagliata, ma certamente può essere definita ridondante. L’emozione della scena viene raddoppiata senza che vi sia lo sforzo di costruire un vero e proprio commento sonoro. La musica si limita a fornire una semplice cassa di risonanza per l’immagine, a cui è affidata la maggior parte del lavoro.
Sembra una cosa da poco, ma per film di alto calibro come A Fading Man, ogni dettaglio conta. Sono proprio dettagli di questo tipo che permettono di raggiungere l’eccellenza. La fotografia, d’altro canto, riesce dove la musica non si sforza appieno, costruendo un contrappunto visivo che impreziosisce ancora di più la già solida macchina scenica.
A Fading Man: un primo tentativo ben riuscito
Tralasciando qualche incertezza nella composizione di alcune inquadrature (ben poca cosa rispetto all’opera nel suo complesso), questo primo lungometraggio di Reinhart può essere considerato, senza alcun dubbio, riuscito .
Il regista si mostra sicuro dietro la macchina da presa, e sa come comunicare il suo messaggio senza scivolare in una predica e senza forzare i tempi del suo racconto. Welf Reinhart ha reso A Fading Man un’opera coraggiosa ed estremamente matura. Reinhart è in grado di parlare di un tema senza farsene fagocitare, ma usandolo come spunto per una riflessione articolata su più livelli.
L’Alzheimer c’è, in A Fading Man, è molto presente, è un tema la cui urgenza arriva forte e chiara. La tematica è affrontata in modo rispettoso dal regista e dai suoi interpreti, per venire poi inserita in un’orditura narrativa dal respiro ampio, che permette di dare al film un realismo e una pregevolezza esecutiva tali da renderlo un film d’autore di ottimo livello.