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In Sala

‘Millennium Actress’ e il labirinto della memoria cinematografica

Un percorso di individuazione attraverso la figura di Chiyoko Fujiwara, dove il pittore misterioso diventa l'archetipo di un desiderio che spinge l'anima verso la propria auto-realizzazione

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Dopo la sua opera più famosa, nonché prima opera Perfect Blue, Satoshi Kon, torna in sala per i suoi 25 anni di Millennium Actress (2001). Un’opera che distaccandosi dal thriller oscuro ed ossessivo, ci porta con un taglio malinconico in una vera e propria lettera d’amore al cinema. Lettera d’amore dedicata all’attrice Chiyoko Fujiwara, la quale verrà raffigurata attraverso la sua filmografia. Portandoci dalla seconda guerra mondiale, all’epoca samurai, fino alla fantascienza. Kon utilizza l’animazione dove il live action non può arrivare, rendendo invisibile il taglio tra realtà e set cinematografico. Trasformando i ricordi non lineari dell’attrice in una fusione tra ciò che ha interpretato e la sua vita privata. Catapultandoci in un viaggio nel suo inconscio.

L’opera prende parzialmente ispirazione dall’attrice giapponese Setsuko Hara, attrice di Late Spring (1949), Tokyo Story (1953) e Tokyo Twilight (1957). Morta nel 2015, all’età di 95, viene considerata una delle attrici di maggior rilievo giapponesi. Infatti, Millennium Actress, auspica non solo ad essere un film d’animazione drammatico, ma ad essere una biografia quasi documentaristica dell’attrice. Quest’ultima seguita dal suo fan e regista Genya Tachibana e dal suo cameraman, anche essi catapultati fisicamente nei suoi ricordi, diventando parti di essi. Anzi, nel caso di Genya assumono una duplice parte, infatti conosceva Chiyoko, già durante i set cinematografici. Non si tratta del fan di Perfect Blue a cui ci aveva preparati Kon, è anche qui in parte ossessivo, ma rispettoso nei confronti della persona di Chiyoko. Si tratta comunque di due film che condividono come dice il regista diverse sfaccettature:

“Perfect Blue e Millennium Actress sono ambientati in un mondo in cui sogno e realtà si fondono.”

Al cinema dall’11 al 13 maggio. 

La chiave del passato

Millennium Actress inizia con una scena di un film della protagonista, portandoci immediatamente fuori strada, poiché si tratta di Chiyoko che sta decollando con un’astronave. Entriamo nel vivo della narrazione solamente quando Genya riesce finalmente a rintracciare l’oramai anziana attrice nel suo isolamento montano. Il suo obiettivo e di compiere un’intervista professionale che possa ripercorrere la sua vita, sia cinematografica che privata. Il flusso di coscienza riesce a farsi spazio non appena il regista consegna all’attrice una vecchia chiave che ella aveva smarrito. Si tratta di un oggetto che apparteneva ad un pittore rivoluzionario in fuga dalla polizia. Un oggetto che diede a Chiyoko, in cambio della promessa di un futuro incontro.

“Ma tornerò, voglio solo vederlo e restituirgli ciò che gli appartiene!”

Questo evento scaturisce il motore di tutta la narrazione, ogni film accettato, ogni ruolo interpretato diventano un tentativo di rendersi visibile agli occhi di quell’uomo misterioso. Infatti, accetto il suo primo ruolo proprio perché le riprese combaciavano con il luogo in cui doveva trovarsi l’uomo, trasformando ogni suo set in una ricerca. Una ricerca accompagnata da Genya e il suo cameraman, che fedelmente ripercorrono con lei il suo cammino.

L’obiettivo di Millennium Actress 

Questa dimensione di slittamenti non è solo un virtuosismo tecnico, ma riflette una vera e propria architettura psicanalitica. Se in Perfect Blue Kon esplorava il lato oscuro e frammentato dell’l’Ombra, in Millennium Actress assistiamo a una ricerca dell’Animus. Il pittore misterioso, di cui Chiyoko perde col tempo persino il ricordo dei tratti del volto, smette di essere un uomo in carne e ossa per diventare un archetipo. Ossia l’idealizzazione di un desiderio che spinge l’individuo verso l’auto-realizzazione. Genya e il suo cameraman, proiettati nel passato, agiscono come mediatori tra conscio e inconscio. Il regista incarna dunque la figura del custode del mito, colui che protegge l’integrità del ricordo dell’attrice. Facendo sì che la narrazione proceda per associazioni simboliche tipiche del sogno, che ricordano l’ultima opera di Kon: Paprika. Infatti, un terremoto nel presente diviene il crollo di un castello nel passato, sovrapponendo così facendo i traumi storici del Giappone alle ferite private della protagonista.

In questa prospettiva, la corsa infinita di Chiyoko rappresenta il processo di individuazione junghiano, ovvero il percorso per diventare pienamente se stessi attraverso l’integrazione delle proprie esperienze, sia reali che immaginate. A differenza di quanto accade nel cinema di Hayao Miyazaki, dove la crescita dei protagonisti avviene attraverso un confronto diretto con un mondo fantastico esterno e tangibile, in Satoshi Kon il viaggio è interamente interiorizzato. Mentre Miyazaki costruisce mondi ed universi per parlare dell’animo umano, Kon smonta la realtà quotidiana per rivelarne la parte fantastica che giace dentro di noi. In questo caso ricordi e storie che raccontiamo a noi stessi per sopravvivere e mantenere viva la memoria di noi stessi.

Il montaggio come collante della realtà

La maestria di Kon si manifesta nei suoi celebri match cut, che qui raggiungono l’apice della raffinatezza. A differenza del cinema live-action, dove il cambio di scena è spesso una rottura, Kon utilizza il movimento per legare epoche distanti tra di loro. Chiyoko inizia a correre come una ragazzina negli anni ’30 e termina la falcata come una samurai del periodo Edo o una donna dello spazio. Questo cinema chiamato cinema del movimento perpetuo suggerisce che la realtà non è fatta di compartimenti stagni, bensì di un unico flusso influenzato dalla percezione. È lo stesso concetto che Kon esplorerà anni dopo nel 2006 in Paprika. Se in quest’ultimo il confine tra sogno e veglia viene abbattuto da una tecnologia invasiva in Millennium Actress il collante diviene puramente emotivo. La pellicola diventa così una riflessione sulla memoria collettiva, in cui Chiyoko non è solo se stessa, bensì il volto attraverso cui il Giappone ha rielaborato il proprio passato. L’attrice assume così le sembianze di un ponte eterno tra ciò che è stato e ciò che è stato immaginato.

Questo approccio lo distanzia radicalmente da altri registi come Mamoru Oshii, che predilige lunghe inquadrature statiche e riflessive per interrogarsi sull’anima artificiale. Kon è conosciuto come il regista della dinamicità; per lui la verità si trova ma nel montaggio frenetico che unisce i frammenti della vita, per dare allo spettatore la visone di una psiche. Il confronto con la sua filmografia successiva rivela come Millennium Actress sia l’opera più ottimista. Kon ci insegna che, sebbene siamo condannati a non raggiungere mai il pittore, ovvero l’ideale assoluto, la capacità umana di montare insieme i pezzi del nostro passato per creare una storia coerente è ciò che ci rende immortali. Proprio come nel caso di un’attrice che rimane impressa per sempre.

“In fondo, ciò che amavo davvero era inseguirlo”

Millennium Actress

  • Anno: 2001
  • Durata: 86
  • Distribuzione: Anime Factory
  • Genere: drama, animazione
  • Nazionalita: Giappone
  • Regia: Satoshi Kon