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Biennale del Cinema di Venezia

Venezia 2026: Maggie Gyllenhaal alla guida della Giuria 

Una presidente che si rifiuta di giudicare al timone del Lido

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La Mostra del Cinema di Venezia ha trovato la sua prossima voce guida, una figura definita dalla curiosità. Maggie Gyllenhaal presiederà la giuria principale dell’84ª edizione, portando con sé una carriera che ha sempre esplorato temi delicati, intimi e intellettualmente audaci.

Nelle sue stesse parole, Gyllenhaal non è interessata alla rigidità del giudizio. Piuttosto, definisce il suo ruolo attraverso “curiosità, ammirazione ed entusiasmo”: un’affermazione che suona radicale nel contesto di un concorso storicamente basato sulla valutazione. Suggerisce una presidenza di giuria meno gerarchica e più orientata al dialogo, un approccio che si allinea perfettamente con la consolidata reputazione di Venezia come rifugio per voci cinematografiche singolari.

Ritorno al Lido

Il rapporto di Gyllenhaal con Venezia non è cerimoniale, ma personale. La sua ultima apparizione al Lido risale al 2021 con La figlia perduta, il suo debutto alla regia tratto dal romanzo di Elena Ferrante. Il film, impreziosito dalle interpretazioni di Olivia Colman e Jessie Buckley, si è aggiudicato il premio per la Migliore Sceneggiatura, consacrandola immediatamente come regista di precisione e acutezza emotiva.

Da allora, ha continuato ad ampliare il suo linguaggio registico. Il suo ultimo lavoro, La sposa!, reinterpreta il mito di Frankenstein attraverso una lente femminista, con un cast che include Christian Bale e Penélope Cruz. Se La figlia perduta era uno studio sull’interiorità, La sposa! indica una regista sempre più a suo agio con le grandi dimensioni, senza però sacrificare la nitidezza tematica.

Una storia di donne

La nomina di Gyllenhaal si inserisce inoltre in una tendenza significativa, seppur relativamente recente. Diventa una delle numerose donne di spicco a presiedere la giuria di Venezia nell’ultimo decennio, dopo Cate Blanchett, Julianne Moore e Isabelle Huppert. Questa evoluzione non è meramente simbolica; riflette un più ampio riassetto all’interno dei principali festival, dove autorialità e prospettiva vengono attivamente riconsiderate.

“Sono entusiasta di accettare l’invito a presiedere la Giuria della Biennale Cinema di quest’anno. Venezia ha sempre sostenuto voci autentiche e singolari e sono onorata di contribuire a portare avanti questa tradizione coraggiosa e necessaria.”

Eppure, la presenza di Gyllenhaal si distingue anche in questo contesto. La sua carriera non si è mai orientata verso l’ovvio o l’ornamentale. Al contrario, l’ha costruita su scelte che sfidano sia il pubblico che l’interprete: una sensibilità che potrebbe benissimo plasmare il tono del concorso di quest’anno.

Un’artista in continua evoluzione

Molto prima di passare dietro la macchina da presa, Gyllenhaal si era già affermata come una delle interpreti più audaci del cinema contemporaneo. Il suo successo in Secretary, al fianco di James Spader, ha segnalato la sua disponibilità ad affrontare materiale provocatorio, guadagnandole i primi consensi della critica. Ha proseguito su questa strada con Sherrybaby e in seguito ha ottenuto una nomination all’Oscar per il suo ruolo in Crazy Heart con Jeff Bridges.

Questa evoluzione – da attrice a regista, da interprete ad autrice – è stata segnata da un filo conduttore costante: l’attrazione per la complessità. È proprio questa duplice prospettiva, “intellettuale e viscerale”, come ha osservato il direttore del festival Alberto Barbera, a renderla un’autorevole interprete del cinema contemporaneo.

Cosa aspettarsi da Venezia 2026

L’84ª edizione del festival si svolgerà dal 2 al 12 settembre, con la presentazione ufficiale del programma prevista per il 23 luglio. Come sempre, crescerà l’attesa per i film che definiranno la stagione, ma con Gyllenhaal al timone, il dibattito potrebbe spostarsi tanto su come i film vengono visti quanto su quali film vengono selezionati.

Se la sua dichiarazione è indicativa, la giuria di quest’anno potrebbe privilegiare la scoperta rispetto all’affermazione, dando priorità alle opere che provocano, turbano e lasciano il segno. In un panorama festivaliero spesso guidato da previsioni e prestigio, questa enfasi sulla curiosità appare non solo rinfrescante, ma necessaria.