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‘Château La Belle’: per non dimenticare, senza perdere speranza e bellezza

Presentato a Sguardi Altrove Film Festival, il cortometraggio di Simona Nobile e Gianmarco Serra, è oggi nella cinquina finalista ai Nastri d’Argento per i corti di animazione. Un’opera intensa, necessaria e poetica. L’intervista di Taxidrivers a Simona Nobile.

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Il tema della malattia mentale, nelle sue varie sfumature, è stato trattato da numerose opere cinematografiche negli anni, fra le prime e più famose è certamente Qualcuno volò sul nido del cuculo (1975) il film di Miloš Forman tratto dal romanzo omonimo di Ken Kesey, che lo scrisse a seguito della propria esperienza di volontariato al Veterans Administration Hospital di Palo Alto, in California.

Il film, oggi uscito in versione restaurata, con l’indimenticabile interpretazione di Jack Nicholson, che gli valse l’Oscar, è considerato un cult del genere perché, per la prima volta, trattò un argomento ostico e delicato, come il disagio presente negli ospedali psichiatrici statali, denunciando il trattamento inumano riservato ai pazienti ospitati in tali strutture.

Ma l’argomento è, di fatto, rimasto sempre tabù, soprattutto per le implicazioni legate ai trattamenti, spesso disumani, praticati nelle strutture – in particolare l’elettroshock e la lobotomia, contro i quali in Italia, negli anni Settanta, si alzò forte e chiara la voce e l’azione di Franco Basaglia – rivolti ai pazienti più gravi o forse ‘scomodi’, molti dei quali rinchiusi nei manicomi per motivi politici o di presunta inutilità sociale, vecchiaia, povertà, o considerati ‘dannosi’ dal giudizio dei detentori di potere decisionale (spesso gli uomini sulle donne) o da familiari senza scrupoli.

Proprio questa tema, difficile, spinoso ma profondamente umano, è centrale nel cortometraggio Château La Belle, già presentato al MedFilm Festival 2025 e, di recente, al Festival Sguardi Altrove 2026: l’opera, scritta e diretta da Simona Nobile e Gianmarco Serra con estrema cura (estetica ed etica), dedizione ed empatia – non dichiarata espressamente ma evidente nel racconto sempre asciutto e mai ridondante, che si svela poco a poco – per le vittime protagoniste della storia, è ispirata a tante vite realmente passate attraverso esperienze manicomiali estreme.

Personaggi femminili per denunciare un sistema disumano 

Ambientato negli anni ’60 in un luogo imprecisato ed isolato delle Alpi, il film racconta la vita di una giovane donna, della quale non si sa quasi nulla, perseguitata da un’ombra misteriosa che la spinge a compiere crimini, a seguito dei quali viene inviata, dopo la morte dei genitori, in una clinica psichiatrica femminile denominata Château La Belle.

Questo luogo, in contrasto col suo nome, si rivela un vero lager, dove le donne vengono sottoposte a elettroshock e lobotomia, ripetutamente violentate per far nascere bambini da vendere al miglior offerente, in un circolo vizioso claustrofobico e apparentemente senza uscita, che si aprirà invece, nel finale, ad un’evoluzione inattesa che lascia adito alla speranza, sia pur conquistata a caro prezzo.

Il cortometraggio è ispirato, come detto, a numerose storie di donne (la scelta di ‘genere’ fa parte di una particolare attenzione e sensibilità di Simona Nobile nelle sue opere), le cui tracce sono state rivelate ai due registi e sceneggiatori da accurate ricerche d’archivio: dunque una storia che contiene in sé parti di molte storie differenti, spesso spaventose per il sentire odierno, ma autentiche come i documenti d’archivio che le riportano alla luce.

Vite di donne ridotte a fantasmi, ineluttabilmente avviate all’incapacità di intendere e di volere, attraverso un meccanismo ‘abilista’ e opportunista che schiacciava, silenziosamente ma con violenza la loro volontà, diversità o non conformità intellettuale e fisica, spesso con l’alibi di una malattia mentale mai realmente diagnosticata, costringendole e forzandole a subire internamento e sofferenze indicibili.

Il cortometraggio Château La Belle al tempo stesso ricercato nell’estetica – poiché anche la bellezza è un mezzo per raccontare storie terribili, per contrasto come il titolo – ma anche chiaro e diretto nel messaggio di impegno sociale e civile che vuole trasmettere, è stato inserito proprio in questi giorni nella cinquina finale dei Nastri d’Argento, nella sezione corti di animazione, il cui esito sarà reso noto il 23 aprile.

Intervistando Simona Nobile: sulla scia della memoria e dell’AI

Simona Nobile, piemontese, di professione sceneggiatrice, regista, formatrice e produttrice creativa, attiva a livello internazionale, ha dialogato con Taxidrivers sull’origine e gli obiettivi del bellissimo cortometraggio di animazione Château La Belle (del quale è qui co-sceneggiatrice e co-regista insieme a Gianmarco Serra). Nel raccontare come ha preso vita questa piccola-grande opera, Simona trasmette le sue idee sul lavoro creativo, sui dilemmi dell’AI, sull’importanza di dare un significato anche sociale e civile a quello che si realizza, si produce e si diffonde.

Come nasce il tuo interesse per il tema del cortometraggio ‘Château La Belle’, realizzato insieme a Gianmarco Serra, e come vi è venuta l’idea?

Premesso che nasco come editor e lavoro come sceneggiatrice, in genere tutte le storie che cerco di scrivere e i progetti che porto avanti, forse per un interesse personale e per una mia sensibilità, trattano di tematiche sociali – e in alcuni casi anche morali – o comunque di temi molto forti, che aprono interrogativi che non contemplano facili risposte. Sicuramente il tema della malattia mentale è un tema a me caro, perché avevo già studiato l’argomento per un altro progetto, e in più è una tematica che ho affrontato personalmente, quando ho accompagnato mia madre anziana (mancata due anni fa) in determinate strutture, e così mi sono avvicinata anche a quella che è la fragilità delle persone, che molto spesso è anche una fragilità psichica.

Voglio aggiungere che, forse per sensibilità personale, perché è un mondo che sento più affine, tutte le mie storie sono storie al femminile, hanno dei forti personaggi femminili. Quando abbiamo iniziato a lavorare con Gianmarco al progetto di Château La Belle – oltre a essere un amico, Gianmarco Serra è anche un professionista con cui ho già collaborato su un noto film di animazione spagnolo, intitolato Sultana’s Dream, Il Sogno della Sultana, candidato agli EFA 2024 e inserito fra i film eleggibili come Miglior Film d’Animazione agli Oscar 2024 per la Spagna – ci siamo subito ritrovati d’accordo perché anche lui è molto attento alle tematiche relative alla salute mentale e ha un interesse per gli ultimi in generale.

Inizialmente avevamo lavorato con un archivio di foto, perché volevamo fare un corto di sole fotografie, poi invece abbiamo virato completamente verso l’animazione, con un progetto che è cresciuto nel corso del tempo: all’inizio doveva essere un lavoro da fare nel nostro (poco) tempo libero, e poi in realtà ci ha preso più di un anno. Come spesso succede, il bambino ha preso una nuova via, che inizialmente non avevamo previsto.

In che modo vi siete documentati sul tema della malattia mentale, avete consultato degli archivi specifici?

Leggendo e documentandoci su tutta una serie di libri, avendo accesso a tutta la documentazione disponibile, abbiamo letto una serie di storie che ci sembravano veramente agghiaccianti, e da lì è partito questo soggetto, per cui in un certo senso è un’animazione, possiamo dire, di genere, perché sembra quasi un horror ma, come diciamo sempre e come effettivamente passa agli spettatori, è un horror realistico, perché obiettivamente quello di cui parliamo è qualcosa che è realmente ispirato a storie vere, è realmente accaduto: noi parliamo del trattamento della lobotomia, una lobotomia che è stata perpetrata nei confronti di tutta una serie di pazienti, soprattutto pazienti femminili, il fatto che in questo nostro secolo siano state lobotomizzate soprattutto donne è una realtà, e quindi sembra una distopia o un horror, ma non lo è.

Abbiamo avuto accesso anche ad archivi di ex-manicomi, di ex-ospedali psichiatrici e in più anche a tutta una documentazione che veniva da Oltralpe. In un certo senso sembrava veramente emblematico, e allo stesso tempo agghiacciante, che questa pratica – la lobotomia – fosse considerata come una grande novità e addirittura fosse ritenuta assolutamente umana e praticabile, quando invece di umano non c’è assolutamente niente. Non a caso lo stesso medico portoghese Egas Moniz, che è sostanzialmente l’inventore della lobotomia, ed ha preso anche il Nobel per questo, non è mai stato messo in discussione da nessuno nel mondo psichiatrico per tale invenzione, né tantomeno per il Nobel stesso.

Teniamo conto del fatto che – abbiamo avuto accesso anche ad archivi francesi – la Francia ha effettuato l’ultima lobotomia a metà degli anni ‘80, quindi nemmeno poi tanti anni fa. Noi in Italia abbiamo avuto Basaglia e comunque c’è stata una messa in discussione, per fortuna, di quello che avveniva in questi luoghi, perché in alcuni casi erano veramente dei lager, cioè erano luoghi dove comunque nessuno osava andare, luoghi assolutamente impenetrabili e dove si poteva quindi esprimere al meglio l’eventuale delirio di onnipotenza di alcuni psichiatri, o comunque di chi poteva disporre di pazienti che, obiettivamente, sono stati soprattutto pazienti donne, abusate a tutti gli effetti.

Perché secondo te, se ti sei fatta un’idea tua, e anche da quanto emerge dai documenti, perché soprattutto le donne venivano colpite da queste misure estreme, internamento sine die, elettroshock e lobotomia…

Perché erano dei soggetti deboli, la motivazione è proprio che la donna era, e in alcune culture e società ancora è, l’anello debole, perché è facile additarla e dire: ‘quella è pazza’, ‘quella va curata’, ‘quella va tolta dalla società’, ‘va instradata in qualche modo’, ‘bisogna farla rientrare in alcuni ranghi’.

E quindi è automatico che la donna, essendo l’anello proprio debole o debolissimo, venisse addirittura consegnata nelle strutture dalle famiglie stesse. E in alcuni casi nemmeno sapevano che cosa succedeva, perché il problema centrale – ed entriamo nel vivo di quanto rinvenuto una volta aperto questo vaso di Pandora – è che molto spesso, non sapendo gestire la malattia mentale, che si può presentare in forme molto variegate, le famiglie stesse dicevano ‘prenditi questa persona’, ‘te la do in carico, perché io non so gestirla’, però il problema è che a quel punto, quando non era una autentica presa in carico, era purtroppo una consegna per annientare. E quindi, ripeto, se lo si dovesse scrivere qualcuno direbbe ‘no ma è impossibile’, eppure è proprio quello che è stato fatto.

Tornando al ‘perché le donne’, io credo che la psichiatria è sempre stata, almeno fino ad alcuni decenni fa, appannaggio del mondo maschile, appannaggio degli uomini, quindi è anche uno strumento di controllo. E la psichiatria, tra l’altro, è una scienza che tratta l’organo più difficile, più indefinibile del corpo, la mente, il cervello, quindi è molto più facile usarla per ‘sperimentare’, in un certo senso.

È molto più difficile per le famiglie valutare se una certa cura funziona o non funziona e tornare indietro. Io credo che il film centrale sulla ‘mafia’ psichiatrica sia Qualcuno volò sul nido del cuculo…A rivederlo oggi penso sia un film di una modernità incredibile, perché ancora racconta storie di manipolazione, di abusi, di allontanamento dalla società, quella è l’idea centrale.

Tra l’altro nei prossimi mesi, a partire dal mese di maggio, farò delle proiezioni in dialogo con la comunità psichiatrica: la prima presentazione del corto sarà a Novara il 6 di maggio, all’ordine dei medici, su invito di un amico neurologo, presidente del comitato etico della Fondazione Maugeri. Mi fa piacere che si stiano sviluppando queste possibilità di confronto proprio con la comunità psichiatrica, perché è interessante secondo me parlare e confrontarsi, grazie a questo corto che si presta a diverse possibili visioni, di cosa è stato fatto in passato, di cosa si fa oggi e di cosa bisogna assolutamente evitare. Ci sono dei Paesi in cui la lobotomia non è stata ancora ufficialmente messa al bando, dei Paesi anche fuori Europa, e il dibattito sull’elettroshock in psichiatria è tutt’altro che chiuso…Bisogna chiedersi cosa è la società oggi, quali sono i suoi limiti, quali sono le risorse, cosa manca ancora completamente nel nostro modo di vedere la malattia mentale, che comunque è sempre qualcosa di cui si parla molto poco.

 

Invece com’è nato il titolo del cortometraggio, ‘Château La Belle’?

Sì, diciamo che è nato abbastanza velocemente, forse è nato prima il nome dell’opera o, comunque, in concomitanza, perché è un nome che per noi autori evoca, o dovrebbe evocare qualcosa di esotico, di bello. Ma ovviamente c’è una contraddizione con quello che avviene all’interno del luogo, inoltre è un titolo che funziona in tutte le lingue.

Poi è in francese perché, quando abbiamo letto che la Francia è stata tra gli ultimi paesi europei a debellare la pratica della lobotomia, ci sembrava che fosse un rimando a questa ‘scoperta’. E soprattutto è un titolo che dovrebbe evocare qualcosa di suggestivo, di positivo, di emotivo, mentre, ovviamente ciò che vi accade all’interno è l’esatto contrario.

Quindi, come dicevo, lo abbiamo scelto per contrasto, abbiamo insistito abbastanza su questa idea, di non volere indugiare ulteriormente su quella che è la tematica, cioè di non caricare ulteriormente, come farebbe l’horror puro, ma tentare di tenere il più possibile una sorta di distanza e di non giudizio, mantenendo allo stesso tempo l’empatia verso questi personaggi e verso il nostro personaggio principale.

Per me era comunque importante terminare questa storia con una circolarità che fosse un rimando da madre a figlia, e che avesse un minimo messaggio di speranza, perché altrimenti è veramente un colpo al cuore. Quindi cercavamo uno sprazzo, non dico di bellezza, ma uno sprazzo di speranza c’è e credo lo si possa trovare anche nel titolo.

Mi accennavi al fatto che non c’è una storia singola da cui avete tratto la sceneggiatura, ma sono tante le storie da cui siete partiti…

Sì, sono tante, esatto. Sono tante storie dalle quali abbiamo fondamentalmente tratto ispirazione ma la sceneggiatura è realistica. Alcuni vedono questo corto come un documentario di animazione. È stato interessante interrogarci sul posizionamento dell’opera a livello di distribuzione. Molti festival, anche all’interno dell’animazione, fanno addirittura la distinzione tra animazione di finzione e animazione documentaria.

Per altri è un’opera puramente di genere, e infatti sta facendo anche tutto il suo percorso nei festival di genere, però ha anche qualcosa che la fa rientrare nei festival a tematica ‘sociale’, quindi: che opera è questa? Non abbiamo risolto la questione. Questo per dirti come, anche a livello festivaliero, sicuramente si stia tutto molto parcellizzando. E in alcuni casi, ripeto quanto dicevo prima, alla fine il bambino prende una sua via: non eravamo partiti con il dire ‘facciamo un’opera di genere’, anche se obiettivamente io sono una grande amante del genere e lavoro molto con il genere, perché dà la possibilità di affrontare tematiche precluse, in un certo senso, al dramma puro, rispetto al quale o alcuni spettatori potrebbero dire ‘ma no, non è vero, non è possibile’… poi ovviamente la realtà ci sorprende sempre.

Pensi sia importante, oggi come oggi, parlare di questi temi, anche in collegamento con l’AI e dei rischi possibili cui si va incontro?

Sì, perché viviamo in tempi che sembrano distopici, ma in realtà non lo sono. Però, chiaramente, tutte le forme di controllo che conosciamo possono essere riprese in qualche modo dalle dittature, come accaduto nel passato, e potrebbero essere su scala ancora più grande. La stessa intelligenza artificiale, l’AI è il super uomo, è la mente accelerata, è la super mente che in un certo senso, a suo modo, potrebbe deragliare. Quindi esistono forme che forse saranno amplificate o diversificate, ma tutto questo necessita una riflessione, anche filosofica, sul controllo della mente. Ci sarà sempre qualcuno, in qualche società o in qualche Paese, che potrebbe tentare di far rivivere queste pratiche di controllo della mente.

Basta vedere come è trattata la malattia mentale nel cinema: il personaggio che ha un disagio mentale è semplicemente quello strano, no? O anche come è trattato l’Alzheimer. Spesso è evidente che chi ha scritto le sceneggiature non ha una conoscenza approfondita o anche un vissuto legato a certi temi. Perché l’Alzheimer, ad esempio, non è solo l’essere smemorati… C’è un bisogno di essere un po’ più aderenti alla realtà. Voglio dire, è più facile parlare di cancro, no? Perché è qualcosa di tangibile, o di altre malattie più tangibili, ma siccome i disturbi e le malattie mentali hanno una struttura più impattante e meno definibile, sono difficili da far accettare e drammatizzare nella loro complessità.

Non abbiamo richiesto finanziamenti per questo corto, è stato un progetto in cui abbiamo investito il nostro tempo e le nostre risorse. Ci siamo avvalsi di un gruppo di animatori della società di produzione spagnola che, sulla scia del successo del loro film Il sogno della Sultana, aveva ottenuto il fondo NextGenerationEU dell’Unione Europea, per la sperimentazione di nuove tecniche di animazione.

Sección visual de Château La Belle (C) - FilmAffinity

 E nel corto, come avete usato l’AI?

Quando abbiamo realizzato il corto, l’AI produceva ancora immagini piuttosto difettose, mani con sei dita, personaggi con tre gambe, volti spaventosi. Quando si è trattato di scegliere stile e mezzi per la realizzazione della sceneggiatura, abbiamo pensato che anche partire da questa AI fosse perfetto, perché in un certo senso è – e sicuramente lo era tre anni fa – una sorta di intelligenza lobotomizzata, pertanto il mezzo ideale per parlare di lobotomia. Siamo partiti proprio da immagini create con l’AI, le abbiamo scomposte e ricomposte con Photoshop, aggiungendo elementi e dettagli. In un secondo momento abbiamo deciso di introdurre delicate, lente, appena percettibili animazioni. Non ci siamo mai allontanati dall’idea iniziale di usare delle fotografie, anche in onore del regista, sceneggiatore e fotografo francese Chris Marker.

Abbiamo sperimentato anche con la voce narrante (nella versione spagnola è la voce originale della pluripremiata regista Isabel Herguera) affinché anche il sapore del suono ci riportasse un po’ alla lobotomia. Abbiamo deciso di non correggere gli errori dell’AI, e infatti, come dicevo, ci sono imperfezioni, volti di personaggi raggelanti, e altre decine di errori: l’idea era mostrare come l’AI generava immagini uno o due anni fa. Il corto nasce con una vocazione vintage, in pochi anni sarà una testimonianza della preistoria dell’AI. Ci siamo affidati al modello base di chatgpt che non ammetteva di creare cadaveri o sangue. Pertanto dovevamo aggirare dicendo “persona che dorme in terra”, “tappeto macchiato di inchiostro”, per ottenere gli elementi che poi avrebbero costituito lo storyboard della storia. Ci tengo poi a dire che i film di riferimento per noi sono stati: La Jetée, un cortometraggio di fantascienza di Chris Marker, del 1962, per lo stile; Improvvisamente l’estate scorsa, scritto da Tennessee Williams (che aveva una sorella lobotomizzata) e da lui sceneggiato insieme a Gore Vidal, e Shock Corridor di Samuel Fuller.

Tu insegni all’Università e realizzi master class e incontri con i giovani: che cosa dici loro oggi relativamente, in particolare, all’uso dell’intelligenza artificiale nel lavoro, un tema sensibile del momento: come utilizzarla, con quali limiti etici, con nessun limite…sicuramente ne avrai parlato…

Allora la risposta sull’intelligenza artificiale secondo me è densa e variegata. Intanto non se ne può ‘purtroppo’ più prescindere. Anche se la oscuriamo c’è sempre qualcuno che, in qualche modo, la utilizza più velocemente di noi. Io credo che vada usata come strumento, non come sostituto del nostro sapere e della nostra creatività. Per esempio, è indubbio, da un punto di vista della scrittura, che l’interazione con l’intelligenza artificiale può essere utile durante la ricerca di base: “ho questa idea, verificami questo, dammi queste informazioni”. Però non credo che possa mai sostituire la sensibilità e soprattutto la capacità di scrittura che è propria di ciascuno. Perché utilizzandola, all’inizio sembra tutto funzionare. Poi se vai oltre e chiedi di approfondire, l’AI arriva a un punto in cui si incarta e dà una serie di risposte che appaiono compiacenti e non più all’altezza.

Certo, mentre noi ci stiamo interrogando sul tema, si stanno facendo film interamente generati dall’intelligenza artificiale, e non solo corti, ma lungometraggi, ci sono società americane che ormai hanno completamente trasformato il loro modello di business, reinvestendo tutto su questa tecnologia. Secondo me, nel giro di 2-3 anni, vedremo anche nei festival dei film completamente in AI, mentre oggi i festival sono ancora un po’ borderline nell’accettare o no questi materiali, come già avvenuto nell’accettare i film prodotti dalle piattaforme.

Alcuni autori stanno già puntando sull’intelligenza artificiale: Darren Aronofsky, ad esempio, lo ha già fatto, ha aperto la sua società. Invece, per fare un altro esempio, Guillermo del Toro è completamente schierato dall’altro lato, sulla manualità; quindi secondo me si arriverà a un punto in cui i grandi nomi si posizioneranno chiaramente. Bisogna capire però tutto il resto della cinematografia cosa farà. Un bell’interrogativo per il futuro.

Com’è andata la tua esperienza al festival ‘Sguardi Altrove’? Come hai trovato la partecipazione del pubblico?

 Sì, è stata un’esperienza molto positiva, a Sguardi Altrove mi sono trovata benissimo e devo dire che anche la proiezione, per essere inserita in una sezione di cortometraggi alle sei del pomeriggio di un lunedì, ha avuto veramente una buona partecipazione. Anche il dibattito post proiezione è stato molto interessante. E non è sempre scontato. Inoltre, penso sia stata bella l’idea di non fare tutto il festival in un’unica location, ma di coinvolgerne diverse, realizzando un festival diffuso in vari spazi della città. Mi sembra vincente questo aspetto di coinvolgere più luoghi e, quindi, di conseguenza, anche pubblici diversi.

 Senti, vuoi darci qualche anticipazione sul tuo prossimo lavoro, mi dicevi che uscirà presto un film da te sceneggiato …

Sì, il titolo è Il Cileno. Ho scritto il soggetto e la sceneggiatura con il regista, Sergio Castro San Martín: si tratta di una coproduzione tra Italia, Cile e Svizzera. I produttori (Alessandro Amato e Luigi Chimienti) sono gli stessi di Maternal, il primo film di Maura Delpero. Quella de Il Cileno è una sceneggiatura originale, che prende spunto da fatti realmente accaduti e anche in questo caso mi sono lungamente documentata per garantire alla scrittura aderenza alla realtà e autenticità. Si tratta di un progetto a cui sono molto affezionata e che ho abbracciato con grande entusiasmo, perché è una storia che mi ha dato la possibilità di sperimentare con il genere e riguarda gli anni Settanta, che è il mio periodo preferito all’interno della cinematografia. Parlo di identità, lotta, ideali. Ho amato profondamente costruire ed entrare nel mondo di questi personaggi: speriamo che al pubblico arrivi questa passione. Il film uscirà presto nelle sale distribuito da Fandango.

BIO

Simona Nobile è sceneggiatrice, regista e produttrice creativa, attiva a livello internazionale. Alterna l’attività di scrittura, incentrata su forti tematiche sociali e di integrazione, alla consulenza allo sviluppo/produzione. È inoltre tutor di Sceneggiatura a livello internazionale e Docente al Master in “Serie TV, Format: Sceneggiatura, Produzione, Marketing” dell’Università La Sapienza e del Centro Sperimentale di Cinematografia.

È stata componente del Commissione per i Contributi Selettivi della Direzione Cinema del MIC, responsabile dei finanziamenti nazionali allo sviluppo, alla produzione e coproduzione, nonché componente della Commissione del Fondo Coproduzioni minoritarie del MIC. Al suo attivo ha un’ampia attività di selezione per fondi di sviluppo e coproduzione europei quali MEDIA/Europa Creativa, Eurimages e fondi regionali italiani a sostegno dello sviluppo e produzione/coproduzione. Effettua/ha effettuato consulenza per enti di formazione internazionali quali EWA Network, EAVE, Torino Film Lab, Groupe Ouest, European Genre Forum, Circle Women Doc Accelerator, ecc.

Sceneggiatrice delle serie: “Cinque Minuti Prima” (8×25′ – Panama Film/RAI/RaiPlay, 2022 – disponibile su Rai Play:https://www.raiplay.it/programmi/5minutiprima; “Greater Adria” (6×50′- Drugi plan/Lumière), in preproduzione; “La Strage di Via Caravaggio” (3×50’ – Tile Storyteller), in sviluppo.

Sceneggiatrice dei lungometraggi di finzione “Il Cileno”, (coproduzione Disparte/ Equeco/Cinedokke, distribuzione Fandango, 2026); “Italy First”, Dugong Films; “Tina” (Indyca/Libra Films). Regista del cortometraggio di animazione “Château La Belle” (con Gianmarco Serra), IT/ES, Produzione Sultana Films, 2025.

I suoi crediti come produttrice creativa/responsabile allo sviluppo/script editor includono tra gli altri: il pluripremiato film di animazione “Sultana’s Dream” (Sultana Films, 2024); il documentario HBO “Agnelli” (2017); la serie TV “La Fuggitiva” (8×50′, Compagnia Leone Cinematografica/RAI 1, 2021); il film “Romeo & Juliet

(Amber Ent. /Echolake/Svarovski Ent., 2013); le miniserie “Il Generale della Rovere” (RAI 1, 2011) e “L’Aviatore” (Mediaset, 2008).

 

 

  • Anno: 2025
  • Durata: 15'
  • Genere: Cortometraggio di Animazione
  • Nazionalita: Italia, Spagna
  • Regia: Simona Nobile, Gianmarco Serra