Vicky Krieps è completamente dentro il film e il suo personaggio: ci risucchia e ci porta a comprendere tutto il mistero e le contraddizioni dell'essere madre
Per la edizione XVI di Rendez – Vous, Festival del Nuovo Cinema Francese in Italia, il Nuovo Sacher ha presentato in anteprima italiana, Love me tender. Parte di Un Certain Regard di Cannes 2025, la pellicola è ispirata all’omonimo romanzo di Constance Debré. Diretta da Anna Cazenave Cambet, alla sua seconda regia di un lungometraggio, scava ed esplora nel concetto di maternità radicalizzandolo tra due poli opposti.
Il Film è al cinema dal 23 Aprile con Wanted.
Clémence, la sempre eccelsa Vicky Krieps, è una madre separata di un bambino di otto anni, Paul. Tra lei e l’ex marito Laurent la gestione del figlio sembra procedere serenamente. Fino a quando Clémence gli rivela frequentazioni lesbiche e di voler chiedere il divorzio. Improvvisamente, tra Clémence e Paul inizia ad ergersi un muro sempre più invalicabile. Laurent chiede la custodia esclusiva del figlio e Clémence inizia a rincorrere e ad aggrapparsi con tutte le sue forze alla propria maternità, scoprendone un lato viscerale, biologico, spirituale.
Due pulsioni opposte e convergenti
Clémence, dopo 20 anni di matrimonio ed un figlio, vuole riprendere se stessa e la propria libertà. Vuole vivere come realmente sente, scrivendo, nuotando, frequentando donne. Il nuoto è la disciplina di Clémence: placenta rigenerante, scarico di tensioni, luogo di socializzazione e incontri. La piscina è il suo centro. Il sesso con le donne, la sua scoperta che l’alimenta. Vive in un buco in affitto, ha abbandonato la sua professione di avvocato, ha abbandonato la sua famiglia. Paul c’è, lo tiene con sé a settimane alterne con Laurent che, quando è conscio che la sua ex moglie è pronta a staccarsi definitivamente da lui, si vendica. Gli mette contro il figlio. Con Paul, Clémence ha sempre vissuto in simbiosi, anche nella separazione con il padre.
La perdita progressiva del contatto con il figlio farà precipitare Clémence in un vuoto spirituale e fisico sempre più profondo. In una lotta disperata contro una mancanza irreversibile. Il tempo sottratto. La condivisione dell’amore, cancellata. Ridotta a sprazzi, ad ore, sotto il controllo di assistenti sociali. Paul cresciuto, Paul confuso negli affetti. Paul che soffre.
Love me tender riesce a renderci il senso e il significato di una forzata e ingiusta separazione, delle burocrazie poco empatiche con il preservare la sostanza di un legame di corpo, di origine. Dello stato di confusione emotiva di un bambino in bilico tra due figure di riferimento.
La maternità è insopprimibile
“Paul è nato da me, è una parte di me”.
Clémence non vuole rinunciare a se stessa ma nemmeno a suo figlio. Disperatamente e determinatamente conscia di questa assoluta ambivalenza. Del diritto a questa assoluta e necessaria ambivalenza. Vive sul suo corpo e nel suo spirito la propria autodeterminazione. La riscoperta di quanto la maternità sia parte imprescindibile di se stessa. Anche quando si prospetta la possibilità di una relazione stabile con una donna (ben rappresentata nella maturità da Monia Chokri), Clémence la deve necessariamente sacrificare per Paul, per la sua maternità soffocata che vuole esplodere e realizzare pienamente.
Visivamente, tutta questa tensione, soprattutto spirituale, è tradotta da un contrappunto diafono: la macchina da presa si stacca in alto, dentro un cielo e attraversando paesaggi naturali e urbani resi quasi incorporei da una preziosa fotografia rarefatta. Ci porta a terra nei primissimi piani, nei pedinamenti e nei pensieri di Clémence rivelatori dell’amarezza di una scissione insostenibile: per la società, per i figli, ma soprattutto per una madre che non vuole rinunciare per nulla al mondo alla cura di un essere a cui si è legati oltre qualunque ragionevolezza.
La messa in scena è contemporanea e naïf: negli interni, nel look della sua protagonista, che vaga in canotta a coste larghe e bicicletta dentro un universo che è solo un bassorilievo delle sue emozioni.