Connect with us

Interviews

‘Love Letters’: Alice Douard e Ella Rumpf sul diritto di essere madre

Le intervistate analizzano il corto circuito tra le conquiste legislative e la realtà di chi deve ancora raccogliere testimonianze per vedersi riconosciuto un affetto

Pubblicato

il

Quante testimonianze servono per dimostrare di essere una famiglia? Quindici. Quindici lettere per convincere lo Stato che l’amore che provi ha un valore legale. In Love Letters, presentato alla XVI edizione del Rendez-Vous, Festival del Nuovo Cinema Francese, la narrazione si sposta dal piano della lotta politica a quello, molto più complesso e silenzioso, dell’intimità quotidiana. Non c’è spazio per lo “spiegone” didascalico sul processo di approvazione della legge; c’è invece il corpo di Nadia (Monia Chokri), la pancia che cresce e il paradosso burocratico che obbliga chi non porta il bambino, in questo caso Céline a dover “provare” il proprio ruolo davanti a un tribunale.

Il confronto con Alice Douard ed Ella Rumpf (Céline) ci ha permesso di scendere nel dettaglio di una narrazione che rifiuta la retorica, mettendo a nudo la fatica di chi deve lottare per vedere riconosciuto un legame che non ha bisogno di prove, se non dell’amore stesso che lo ha generato. Un’opera che parte da una vittoria politica per arrivare a una domanda universale: quando smettiamo di essere “casi sociali” per diventare semplicemente genitori? In questa intervista serrata, emergono i dubbi, la desincronizzazione di una coppia sotto pressione e la potenza di un legame che, alla fine, trova la sua legittimazione solo nella cura e nel silenzio.

Dalla vittoria politica alla relazione vera e poropria

All’inizio mi è piaciuto moltissimo il fatto che ci sia tutta questa componente politica: sentiamo proprio l’estratto dal tribunale in cui viene approvata la legge che permette alle coppie omosessuali di avere una famiglia. Mi è piaciuto perché inizialmente sembra che il film voglia prendere una direzione puramente politica, mentre poi scopriamo che, pur essendolo, non è uno “spiegone”. Non punta a spiegare didascalicamente cosa sia successo a livello politico, ma rappresenta la coppia nella sua quotidianità. Volevo chiederti se fosse questo il tuo obiettivo e come avete lavorato per rappresentare questa dimensione.

Esatto. Volevo iniziare proprio con una vittoria. Il discorso che sentiamo dice chiaramente: “Abbiamo vinto”. In Francia l’iter per questa legge è stato estremamente complicato; tantissime persone sono scese in piazza a manifestare contro il progetto, ci sono stati due anni di scontri durissimi, tra speranze e opposizioni. Io, come molti altri, l’ho vissuto come un periodo di grande violenza. Non avevo alcuna voglia di rimettere in scena quella violenza o di discutere ancora su chi fosse a favore o contro. Volevo semplicemente dire: “È così, abbiamo vinto”. Il film si apre in modo politico ma celebra soprattutto un traguardo. E da lì nasce la domanda: e ora? Cosa succede adesso? Una volta usciti dai fantasmi, dai pregiudizi e dalle atrocità dette in quel periodo, volevo mostrare la semplicità e l’amore all’interno di una famiglia. L’idea della scrittura era proprio questa: partire dal piano politico per approdare a quello intimo e, infine, all’universale.

Esatto, è proprio il messaggio che arriva allo spettatore. È molto interessante anche il fatto che il racconto non parta con la spiegazione dell’inizio della gravidanza, ma ci porti già a uno stadio avanzato: Nadia ha già il pancione. Siamo già nel pieno del percorso.

Proprio così: aprire con una vittoria e poi passare alla descrizione di questa famiglia, mostrando che si tratta di una realtà semplice, guidata esclusivamente dall’amore.

Il paradosso delle quindici lettere

Un altro elemento centrale in Love Letters sono le quindici lettere di testimonianza che devono raccogliere. Mi chiedevo se questo paradosso non contenesse un messaggio sociale oltre che burocratico. Sembra che la società debba “approvare” la loro maternità attraverso queste quindici persone. Era anche un obiettivo simbolico quello di mostrare questa burocrazia così invadente?

Ci tenevo molto a creare un filo conduttore su questo aspetto perché fa parte della mia storia personale: quelle 15 testimonianze io ho dovuto raccoglierle davvero. E quando ne parlo ancora oggi, la gente mi guarda stupita e mi dice: “Ah, davvero hai dovuto fare questo?”. Le persone non sanno. Pensano che dopo la legge sul “matrimonio per tutti” tutto sia diventato automatico e uguale per ogni coppia, ma non è stato affatto così. Era un modo per raccontare qualcosa di cui si è parlato troppo poco. Inoltre, credo che mostri un aspetto molto specifico del percorso di queste due donne che però diventa universale: in fondo, qualsiasi donna incinta finisce per cercare l’approvazione di amici e genitori. Quello che vivono loro è un’ingiustizia burocratica, ma allo stesso tempo è un sentimento che accomuna tutte le madri: quell’ingiunzione sociale a “riuscire” perfettamente nella maternità. Volevo raccontarlo proprio così.

È molto emozionante e condivisibile.

Céline e la sfida della legittimazione

Ora volevo fare una domanda ad Ella Rumpf. Parlando della protagonista, mi ha colpito una scena a tavola: Nadia parla della gravidanza e la sorella commenta: “Ah, per voi è stato facile, noi ci abbiamo provato per due anni.” È lo stereotipo di chi non vede il carico burocratico e le fatiche che ci sono dietro. La protagonista sembra far fatica a essere riconosciuta come madre dagli altri, non essendo lei a portare fisicamente la gravidanza; gli amici stessi le chiedono di fare da babysitter per “prepararsi”. Com’è stato interpretare questo ruolo e affrontare questa dinamica del “dover provare” il proprio diritto a essere madre?

Sono molte domande insieme… Credo che lei stessa non si renda conto inizialmente di quanto sarà dura. Solo attraverso il colloquio con l’avvocata capisce che dovrà raccogliere quelle testimonianze e che non sarà tutto facile solo perché la legge è passata. Questa necessità di dover “provare” un proprio diritto ti mette subito in una posizione di fragilità. Quando devi dimostrare di aver diritto a qualcosa, la questione diventa l’unico argomento nella stanza. Si innesca un processo di messa in discussione profonda: ci si chiede cosa significhi davvero essere madre e come si faccia. Non portando fisicamente il bambino, lei si ritrova a dover riflettere sulla propria responsabilità, quasi a dover assumere la posizione di “madre modello” per legittimarsi. Il percorso si svela poco a poco e la porta a una desincronizzazione con la partner. Il conflitto non è solo dimostrare il legame con il bambino, ma gestire i cammini diversi che Nadia e Céline compiono nel film. C’è un allontanamento improvviso nella coppia che spaventa a morte: “Saremo capaci? Vuoi davvero che ti stia accanto?”. L’equilibrio vacilla e la posta in gioco per Céline è altissima, perché rischierebbe di non essere considerata madre affatto. La paura di perdere tutto ciò che ha sognato è il vero filo rosso del film, ed è su questo combattimento interiore che ho costruito il personaggio di Céline.

Tra cinema e realtà: il peso delle radici

Un’ultima domanda: Alice Douard accennavi al fatto che il rapporto con tua madre avesse delle similitudini con quello nel film. Senza entrare troppo nel personale, quanto c’è di vero in ciò che vediamo? Il rapporto con la madre è centrale e paradossale: in teoria i genitori dovrebbero essere i primi a scrivere una lettera d’amore, invece qui sembra l’impresa più difficile, tra silenzi e mancanze. Com’è stato costruito questo legame?

In realtà, questa è proprio la parte non autobiografica del film. Il personaggio della madre è una costruzione narrativa: avevo voglia di creare un conflitto e volevo filmare il pianoforte, la musica, una figura celebre… sono desideri di cinema, non ricordi personali. Sebbene io abbia una figlia con mia moglie, tutto il resto è costruito in modo romanzesco. Nel personaggio della madre pianista ho messo forse più me stessa: la paura che sento iniziando a fare film, il timore che mia figlia possa pensare che io non sia abbastanza presente o che mi stia allontanando. C’è forse qualcosa di mia madre, ma c’è molto di me e della difficoltà degli artisti nel bilanciare vita pubblica e privata. Detto ciò, è stato difficile chiedere una lettera a mia madre nella realtà! Lo ha fatto, ma è stato strano chiederle: “Puoi scrivere nero su bianco che sarò una buona madre?”. Non è stato affatto banale, l’ho liquidato in fretta perché era una situazione quasi surreale. Allo stesso modo, chiedere una cosa del genere a mio padre non è stata affatto una faccenda banale

Tutto questo percorso, nel film, viene però spazzato via nel momento in cui il bambino arriva. Quando il bimbo è lì, cala il silenzio. Ho voluto che quella scena fosse silenziosa: le due donne insieme, il neonato e la consapevolezza che tutto il resto era solo una proiezione della paura. Ora che il bambino c’è, bisogna occuparsene. E si diventa genitori proprio così: attraverso la cura e il tempo che gli si dedica. Volevo passare dal piano politico a quel momento assolutamente folle e magico che è la nascita di un figlio.