Già acclamato per pellicole come Lo Stato della Follia, Maestro – Il calcio a colori di Tommaso Maestrelli, Fabi Silvestri Gazzè – Un passo alla volta, Francesco Cordio, nell’ambito del Bari International Film & TV Festival, propone, prodotto da Own Air, Ritorno al Tratturo, un nuovo appassionato lavoro di documentario che si distingue per la sua capacità di testimonianza e di servizio. Avvalendosi dell’aiuto di Filippo Tantillo, da molti anni studioso di fama indiscussa del tema delle Aree Interne, e di Elio Germano, che, molto legato alla sua terra d’origine, il Molise, contribuisce, quasi come un novello Virgilio, a tracciare un itinerario di ricerca ed esposizione scandito dai passaggi necessari alla causa. Un racconto che si sviluppa in 55 minuti fatti di ritmo e di immagini, parole e suoni in perfetta sincronia con il tema proposto. Di natura più breve, ma non meno interessante, è stata invece la nostra conversazione:
Francesco Cordio: un’idea, un punto di vista
Mi scuserai, ma mi è necessario partire da una domanda scontata. Come nasce l’idea di un documentario sulle Aree Interne?
Questo è un tema inedito, ma sicuramente molto sentito. perché se contiamo le persone che in Italia vivono nelle Aree Interne arriviamo a una cifra di circa 13 milioni che copre il 60% del territorio nazionale. Molti ci abitano senza saperlo. Filippo Tantillo, con cui abbiamo una conoscenza di circa 40 anni, è colui che negli ultimi anni si è occupato tantissimo di questo argomento. Per un progetto importante ha mappato tutte le Aree Interne d’Italia. Oltretutto, nel suo lavoro di studio e mappatura ha usato moltissimo il mezzo audiovisivo. In questo senso siamo dotati della medesima sensibilità acquisita sul campo. Così abbiamo pensato che sarebbe stato bello farne un racconto. All’inizio l’idea era di farne uno che potesse narrare tre storie di Area Interna localizzate una al Centro, una al Nord e una al Sud. Insomma, una maniera per poter raccontarle tutte. Di fatto ci siamo resi conto che era complicato e che le storie, non dico che si somigliano, però, in fondo, il sentimento con cui le persone abitano questi luoghi non ha differenze geografiche precise.
Il Molise
Così, alla fine abbiamo pensato di fare un focus sul Molise. La produzione dei fratelli Borrelli, Alfredo e Lorenzo, ci ha confortato perché comunque il film, totalmente indipendente anche dal punto di vista economico, non abbiamo contributi né della regione Molise né del Ministero né di sponsor privati, ci ha permesso di lavorare da una parte con libertà dal punto di vista politico del messaggio che abbiamo voluto dare, dall’altra con le difficoltà che può avere un progetto di questo tipo. Ci abbiamo lavorato per circa 3 anni. Il momento preciso di quando abbiamo iniziato non lo ricordo, però direi che doveva essere l’estate del 2023. Lungo il nostro percorso, lungo il nostro tratturo, abbiamo incontrato Elio Germano, che conoscevamo entrambi, a cui abbiamo chiesto di darci una mano.
Elio Germano
Qual è il suo ruolo nel film?
Fa la voce narrante e ci accompagna in video. Ci accompagna da alcuni dei nostri protagonisti. Ma, più che una voce narrante è soprattutto una voce politica del film. Quella che ci aiuta a decrittare, a decifrare quelli che sono i numeri che di solito riempiono le statistiche, che noi riproduciamo in alcune grafiche animate fatte da Gianni Caratelli, un grande tecnico di questo settore. Elio ci aiuta a leggere questi dati e quindi ne fa un po’ un approfondimento politico. Per questo dico che è più una voce politica che narrante. Ci sono dei momenti in cui la sua voce torna e ci è piaciuto lasciare a lui questo spazio perché più che intervistare dei politici o dei sociologi o degli antropologi, per la noia dello spettatore, abbiamo pensato, per la gioia, di lasciare una voce che fosse quella di un attore popolare, di un amico e, soprattutto, rappresentativa di una persona impegnata civilmente.

Come mai proprio Elio Germano?
In questo caso la fortuna ha voluto che lui abbia delle origini molisane, il padre è di Duronia, la madre non lo so, però credo sia molisana anche lei. La sua famiglia è di origini molisane e lui ha un rapporto viscerale con questa terra. Ci torna sempre. Appena può va a Duronia, che è questo paesino dove ha portato anche noi e dove ci ha presentato delle persone. Ci ha fatto incontrare luoghi, individui, storie e sentimenti. Un’occasione per conoscere anche il loro animo.
L’intento
Tecnicamente, a livello registico, che accorgimenti hai usato?
Non è stato tanto un documentario di osservazione e non ci siamo lasciati scorrere davanti le cose. Anche questa lentezza che alcuni possono immaginare raccontata in una cosa che evoca il tratturo, il ritorno eccetera. Il nostro non è un ritorno al passato, non è un andare verso la lentezza. Pertanto non avevo intenzione di avere quel tipo di linguaggio tipico del documentario di osservazione. In 55 minuti, per condensare delle storie, è stata importante anche la parte del montaggio, in questo senso mi piace citare la montatrice Gemma Barbieri, che ci ha aiutato anche con le musiche, e gli autori della parte musicale, Luca Bussoletti e Francesco Arpino. Il montaggio ha contribuito a tenere vivo il racconto e credo che sia fugata la possibilità di addormentarsi, che è una cosa che io, ormai a 55 anni, mi permetto spesso.
Le occasioni
Ma quant’era il girato originale?
Ma guarda, non saprei dirti perché siamo andati più volte e poi le storie pian piano si sono scelte da sole, ci sono anche altre piccole storie che non sono entrate nel film. Il lavoro, come ti dicevo, è stato di circa tre anni e siamo tornati più volte a girare. Proprio perché non c’era un budget di produzione che ci confinasse in delle date precise. Abbiamo girato quando era possibile, quando c’erano le disponibilità di tutti. Quando c’era qualcosa che accadeva. Per esempio c’è questa manifestazione che si chiama Cammina Molise che è una cosa che esiste ormai da 30 anni. Tra l’altro fu ideata dal papà di Elio Germano insieme ad altri molisani che vivevano a Roma e che un giorno hanno detto ma perché non torniamo al paese in bicicletta? Molti dissero di no, la bicicletta io non ce l’ho. E così hanno preso e sono tornati a piedi. In questo modo è nato il Cammina Molise. Ogni anno c’è questa manifestazione di 3-4 giorni che che esplora paesi, borghi abbandonati o che cammina lungo dei sentieri di campagna o di montagna e che va anche a trovare delle realtà locali, appunto, nelle Aree Interne. È questa la sua caratteristica di fondo.

Cecilia Mangini
Il Bif&st è la prima presentazione pubblica?
Il Bif&st è l’anteprima mondiale del film. Per me c’è un rapporto particolare con il Bif&st perché lo scorso anno ero qui con due lavori: uno su Tommaso Maestrelli e Fabi Silvestri Gazzè – Un passo alla volta. che abbiamo presentato al Petruzzelli l’anno scorso ma, per me un lavoro ancora più importante, anche quello era un lavoro indipendente, è risultato lo Stato della Follia nel 2013, con la vecchia Direzione, che vinse una menzione speciale. Era un documentario di inchiesta sugli ospedali psichiatrici giudiziari. C’era Cecilia Mangini a presentarlo. Mi fece un regalo grandissimo perché lei l’aveva visto a casa, al computer. Gliel’avevo inviato e poi le avevo detto guarda ci sarà a Bari la proiezione e me la sono ritrovata qui perché lei faceva queste sorprese. Ha preso il treno ed è venuta a Bari per conto suo. senza dire niente a nessuno, ed è andata in sala e ha fatto un discorso di presentazione che adesso se ci penso mi vengono i brividi. Disse proprio Francesco lo sento molto vicino alla mia generazione perché ha fatto un lavoro come lo avremmo fatto noi, cioè lei, ì Lino Del Fra, tutta quella generazione e Pasolini. Perché lei poi aveva lavorato tanto con tutti questi. Mi colpì moltissimo, quindi sono legato e affezionato a questo Festival anche grazie a Cecilia Mangini.
Il Futuro Prossimo
Già da allora eri stato definito documentarista d’impegno.
Infatti a parte qualche volta delle cose nella cultura, la musica, o lo sport, ne ho fatte un paio sullo sport, però principalmente la mia passione è il racconto civile, politico, sociale.
E per quanto riguarda la distribuzione in sala o la partecipazione ad altri festival?
Il film abbiamo deciso di farlo girare il più possibile. Sarà distribuito in maniera indipendente, così come è stato prodotto in maniera indipendente, dalla stessa società Own Air, e, dopo questo festival, sarà presentato il 29 aprile a Roma e da quel momento sarà disponibile per tutte le richieste che avremo. Non lo iscriviamo ai Festival. Se qualcuno lo richiedesse lo portiamo, però abbiamo deciso di non sottoporci a questa cosa. Anche perché piace a me, a Filippo, anche ad Elio, che il film vada anche nei luoghi che raccontiamo. Ci stanno già chiedendo da tutta Italia, anche dall’estero in realtà, di portare il film nelle Aree Interne, quindi in provincia di Cuneo, in Francia, arrivano già delle richieste.
Capitolo Finale
C’è già in essere un’idea successiva.
Sì, mi piacerebbe fare un film sui cammini, sui camminatori. Vivo la maggior parte dell’anno in Umbria. In un posto tra Baschi, Orvieto e Todi dove c’è un cammino che si chiama il cammino dei Borghi Silenti. In questi anni ho conosciuto tantissime persone che hanno fatto cammini, che fanno il cammino. Che è un cammino non spirituale, ma un cammino laico, diciamo, ed è un anello, sono 90 chilometri. Io sono esattamente a metà di questo percorso. Quindi ne incontro tantissimi. Chiacchierando con loro ho capito che mi piacerebbe raccontare le motivazioni che spingono a fare un cammino. Che spesso non sono solo relegate al punto di vista sportivo, ma a volte hanno anche un fondamento spirituale, anche se non cristiano e sacro. Mettersi alla prova, mettersi in discussione. C’è chi lo fa da solo, chi lo fa con un cane, chi lo fa in coppia e poi magari litiga. Ci sono comunque delle cose che secondo me sono interessanti. Probabilmente lo farò l’anno prossimo, però non lo so con certezza. Non vorrei tanto raccontare il cammino dei Borghi Silenti in sé per sé, ma il camminatore. Cioè perché uno fa il cammino. Poi che è lì è un caso. Anche perché mi è comodo che abito lì, quindi posso accendere la telecamera quando voglio, però mi interessano non tanto i luoghi, ma lo spirito con cui si affrontano queste cose.
Appendice
In appendice, una mia curiosità. In passato ti sei cimentato anche nel genere di documentario legato all’arte, ci sarà un seguito? Nel 2010 hai pubblicato un libro sull’opera di tuo padre, Nino Cordio.
Ho fatto un film su mio padre anche pochi anni fa. Si chiama Misteriosamente Inventato. Ne ho fatti un paio, in realtà. Il mio primo in assoluto era un documentario su mio padre ma era con testimonianze, non so, un servizio della RAI di Franco Simongini, poi un critico d’arte che faceva un suo intervento, qualche immagine di repertorio. Invece tre anni fa ho fatto un film con un attore che dura 40 minuti. È un attore di teatro che interpreta mio padre e alcune scene della sua vita, alcuni quadri della sua vita, quindi la sua infanzia, la sua adolescenza, il periodo dell’insegnamento, la sua vita a Parigi e poi la sua professione d’artista tra Roma e l’Umbria. Per il futuro vedremo.