Cosa può spingere una ragazza della generazione Z, cresciuta in Europa, a cambiare il suo destino? Perché dovrebbe entrare in contatto con dei luoghi di guerra? È davvero solo radicalizzazione politica o stiamo assistendo a un cortocircuito archetipico collettivo? I social media non sono solamente uno strumento passivo, ma, come vediamo, sono in grado di smuovere intere menti cresciute in contesti totalmente diversi. Film come Giovani spose (2025) di Nadia Fall, Rabia di Mareike Engelhardt oppure Layla M. di Mijke de Jong vogliono farci aprire gli occhi su tutto questo.
Andiamo a vedere il fenomeno da vicino. È attraverso i social media e le app di messaggistica che diversi reclutatori esperti creano un’illusione romantica o di scopo, facendo sentire queste ragazze speciali e dunque necessarie per una causa superiore. Ma perché questo meccanismo attecchisce? Molte giovani si sentono alienate e, di conseguenza, non accettate nelle loro città europee; non vedono nel viaggio verso la Siria, oppure nel caso di Layla M. verso la Giordania, una sottomissione. Vedono in esso l’unico modo per diventare finalmente rispettate. Infatti, il matrimonio con un combattente viene presentato come un “premio”: sembra un ruolo d’onore che le porterebbe a vivere in una nuova società ideale. Questo ci fa capire quanto le persone più fragili ed emarginate risultino più facilmente innescabili. Vediamo tendenzialmente episodi di bullismo, spesso collegati a realtà islamofobiche, che portano le ragazze sempre più vicine a questa causa.
Una volta arrivate a destinazione, cosa che non vediamo nell’opera Giovani spose, la realtà si rivela ben diversa. La libertà promessa e la comunità idilliaca immaginata svaniscono. Le ragazze si ritrovano intrappolate in un sistema di controllo totale, un meccanismo estremamente presente nel film Rabia. In quest’opera cinematografica ci troviamo infatti già dentro la casa delle spose; in Giovani spose vediamo il viaggio verso l’arrivo ad essa, mentre in Layla M. vediamo un percorso diverso. Questo perché la protagonista parte con la persona che ha segretamente sposato.

Giovani spose (2025) di Nadia Fall
Doe (Ebada Hassan) e Muna (Safiyya Ingar) sono due adolescenti inglesi che si sentono emarginate dalla società circostante. Insieme decidono di partire segretamente per la Siria, convinte di potersi unire a una nobile causa che darà loro uno status di donne elette. Possiamo definire quest’opera un on the road movie dell’anima. Un coming of age alternativo che mostra il loro processo verso una nuova tipologia di vita. Le seguiamo in Turchia, dove si trovano da sole a dover superare la frontiera, riuscendo a farci immergere nel loro meccanismo. Infatti, le ragazze non potevano ovviamente parlare di quello che andavano a fare e dovevano nasconderlo, ma non si chiedevano perché dovessero nasconderlo. Si crea così un circolo vizioso in cui non possono uscire dalla bolla né confrontarsi con l’esterno.
Le due ragazze proiettano l’una sull’altra la propria ombra, condividendo le loro vite che sembrano non avere più senso. Queste due ombre creano così la follia, facendo sembrare la loro scelta estremamente ragionevole, quasi romantica. La loro persona (maschera sociale) non si rompe traumaticamente, ma si sfuma lentamente mentre si avvicinano sempre di più alla frontiera. Il loro coming of age può definirsi sospeso, poiché non diventano adulte attraverso l’esperienza, bensì attraverso il distacco irreversibile dalle loro radici.
Rabia (2024), diretto da Mareike Engelhardt
In Rabia il coming of age si trova all’interno della madafa, una casa di accoglienza per le future spose di combattenti. Ma come si finisce in un luogo del genere? Lo racconta Jessica (Megan Northam), una giovane francese che parte per la Siria alla ricerca dell’idealismo mistico. Non parte sola: oltre ai numerosi ragazzi provenienti da vari Paesi, c’è anche la sua migliore amica.

Le due vengono attirate dai messaggi su Facebook e, proprio come in Giovani spose, non avevano nulla da perdere. Una volta arrivata in Siria viene rinchiusa, ed è proprio qui che incontra Madame, una direttrice carismatica che studiò alla Sorbona e che la rinominerà Rabia. Il film è un dramma claustrofobico: Jessica subisce un lavaggio del cervello psicologico, passando dall’entusiasmo alla ribellione, fino a un’apatia spaventosa. Un’apatia che nasce dal fatto che, dopo essersi rifiutata di sposarsi, viene sottoposta a torture costanti.
Qui il rito di passaggio può essere visto come una discesa nel ventre della grande madre oscura. Madame rappresenta l’archetipo che nutre e al contempo uccide l’identità di queste povere ragazze. Offre protezione in cambio dell’annullamento del sé. Proprio per questo Jessica vive un’inflazione psichica: crede di essere un’eroina della fede, ma il suo io viene divorato dall’inconscio collettivo della cellula terroristica. La sua trasformazione in Rabia diventa così il fallimento dell’individuazione. Una ragazza che non è mai riuscita, e forse non riuscirà, a trovare la propria identità, se non attraverso la lotta. Un tentativo in cui cerca di riacquisire ciò che le è stato portato via, anzi cancellato.
Layla M. (2016) di Mijke de Jong
Spostandoci ad Amsterdam troviamo Layla (Nora El Koussour), una diciottenne fiera della sua identità marocchina. La protagonista possiede già un’identità ben precisa rispetto a Jessica, la quale, quando arriva in Siria, non aveva ancora sviluppato troppo il suo pensiero. Layla è furiosa per le discriminazioni che vede intorno a sé, che la portano sempre più vicina al fondamentalismo islamico. Inizia a frequentare sempre più assiduamente un giovane radicale di nome Abdel, con cui fuggirà in Giordania dopo essersi sposata. Tuttavia, come succede anche in Rabia, il paradiso promesso si rivela solamente una grande prigione, soprattutto di genere. Qui la ragazza, che nelle strade di Amsterdam era una leader, si ritrova confinata in una stanza, esclusa dalle decisioni e dalla battaglia stessa.

I genitori ovviamente sono all’oscuro, anzi sono completamente contrari a ciò che sta facendo. Possiamo dunque dire che Layla incarna la lotta contro l’animus, ovvero la componente maschile della psiche femminile. Inizialmente, infatti, riesce a proiettare il suo desiderio di forza e giustizia. Crede veramente che sposare la causa significhi sposare anche la propria potenza. Ma in questo caso il suo coming of age avviene attraverso il ritiro della proiezione: quando capisce che Abdel non è il suo eroe ma un uomo limitato da un dogma oppressivo, la sua psiche collassa. Si tratta di un film che vuole mostrarci anche la riacquisizione della lucidità.
La vulnerabilità come terreno di conquista
È fondamentale ribadire che il passaggio dall’adolescenza alla radicalizzazione non è un fenomeno religioso, bensì un fallimento relazionale ma al contempo sociale. Tutte le ragazze dei film citati non vengono stregate da un dogma, ma vengono agganciate in un momento di fragilità identitaria. Infatti, i reclutatori online non si comportano come teologi, bensì come predatori emotivi. Riescono a colmare i vuoti lasciati dal bullismo, dall’isolamento o da una società che fa sentire costantemente le ragazze straniere nella propria casa. L’innesco avviene quando queste ragazze smettono effettivamente di cercare un dialogo con la realtà circostante, banalmente con i genitori. La realtà viene ormai percepita come ostile o indifferente nei loro confronti, portandole poi a nutrire un bisogno narcisistico di importanza. Ed è proprio in questo contesto che la causa diventa il pretesto per essere finalmente viste, ma al contempo valorizzate da qualcuno che permette loro un ruolo apparentemente eroico. Un motivo per vivere.

Il Coming of Age che si distacca dalle radici
In un percorso di crescita sano, come ad esempio in Lady Bird, la protagonista non distrugge il ponte con la sua storia, bensì riesce ad attraversarlo imparando a vederlo con amore e autonomia. Nel caso delle spose della jihad, il coming of age subisce una deviazione apparentemente irreversibile. Il viaggio verso la frontiera non rappresenta solo l’atto di ribellione in sé, ma veri e propri atti di autolesionismo identitario. Recidendo ogni legame costruito con il passato in modo tanto violento quanto segreto, distruggono anche il ponte che potrebbe consentire loro di tornare indietro. Una scena molto forte la troviamo in Giovani spose, dove una delle due amiche rompe il telefono dell’altra per impedirle di parlare con sua madre prima di superare la frontiera.
Le ragazze diventano adulte all’interno di una bolla dove non esiste il confronto, in quanto negato, bensì la sola illusione della conferma. Si tratta di una crescita al buio, letteralmente, se pensiamo alle torture al buio che deve subire Jessica in Rabia. Le ragazze pensano di fiorire, ma stanno solo costruendo le mura della propria prigione, scambiando l’autonomia con una nuova, più rigida forma di dipendenza.
L’utopia che si trasforma in prigione
Uno dei cuori pulsanti di queste tre narrazioni è la discrepanza tra la ricerca del sacro e la brutalità del reale. Infatti, tutte e tre le opere ci mostrano ragazze che cercano la loro città o, soprattutto, uno spazio ideale, un luogo dove la loro vita possa avere finalmente un senso. La tragedia risiede nel fatto che questa ricerca di purezza le conduce direttamente nelle mani di fanatici in grado di trasformare la loro aspirazione spirituale in una schiavitù materiale.

In Rabia, la tragedia si consuma nel silenzio delle torture; in Layla M., nel crollo del mito del guerriero; in Giovani spose, nell’incertezza straziante di un confine che promette vita e invece consegna all’ignoto. Da una ricerca di per sé nobile, poiché pur sempre umana, si trasforma in un tradimento. Un tradimento che parte da un sistema che non vuole spose o eroine, bensì pedine silenziose e sottomesse. La vera sconfitta non è dunque unicamente politica, bensì umana. Risiede nel fatto che la scoperta che sembrava essere l’unico premio per il loro sacrificio diviene l’annullamento totale di quella dignità che erano partite a cercare.
Se il coming of age sano è, per definizione, un’apertura al mondo e una scoperta della propria voce, quello di queste ragazze è un movimento inverso. È una chiusura, un’implosione identitaria che baratta la libertà di sbagliare con la rassicurante sicurezza dell’obbedienza. Ed è proprio il cinema, con la sua capacità di farci abitare per pochi istanti i panni dell’altra, a interrogarci su cosa manchi ai nostri riti di passaggio moderni.