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Nel mondo di ‘Scream’: dalla paura del buio a quella dell’AI

La saga di 'Scream' racconta le paure recondite di ogni epoca che attraversa

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Cosa significa l'urlo più famoso dell'horror? Addentriamoci nel mondo di 'Scream', senza prenderci troppo sul serio...

È uscito in tutte la sale dal 27 febbraio il settimo capitolo della saga Scream. Non importa chi abbia visto tutti i film e chi no, importa quanto questa maschera sia nota a tutti, quanto sia diventata emblema iconografica del genere horror. Ma qual è il motivo? Proviamo ad addentrarci nel mondo di Scream notando tutto ciò che ha reso la saga slasher ideata da Wes Craven una delle più importanti del cinema, oltre che lo specchio generazionale delle nostre paure.

Scream: l’urlo che squarcia il conformismo elitario

La saga horror slasher di Scream, sin dal 1996, ha terrorizzato generazioni di bambini e giovani adulti, che in quell’epoca hanno vissuto la salita di Bill Clinton, il boom economico, l’espansione produttiva dell’industria cinematografica e soprattutto la crescente disparità sociale. La paura che la superficie non assomigli alla reale forma delle cose è in agguato, nell’aria, e nei film.

Così Ghostface entra nelle case lussuose dei ragazzi e, con la sua maschera così minimal-espressionista, volteggia la lama del suo coltello. Terrorizza senza gesta epiche, senza super poteri, a volte persino senza un piano. Alla sua chiamata di avvertimento, il terrore si insinua nella comunità tranquilla di Woodsboro in California, dando avvio alle sue iterate esecuzioni.

Minimalismo grafico, violenza brutale, e un pizzico di ironia hanno fatto assurgere a genere horror per eccellenza la saga di Wes Craven. Una saga che arriva al suo settimo capitolo, con qualche scivolone, ma senza mai veder vacillare il suo epico splendore dark.

Cosa significa l'urlo più famoso dell'horror? Addentriamoci nel mondo di 'Scream', senza prenderci troppo sul serio...

Un gioco di specchi: il metacinema di Scream

La conoscenza preventiva di cosa terrorizzi i ragazzi e di come funzioni un film horror è alla base della logica interna di Scream, soprattutto dal quarto capitolo in poi, con quella prima sequenza escatologica in cui vediamo moltiplicarsi: un film dentro un film, una tv dentro ad un’altra tv, mentre la scia di vittime aumenta e gli stilemi del genere si consumano tutti uno ad uno.

E allora quando il vero film comincia cosa dobbiamo aspettarci? Niente che non sia già stato visto. Inseguimenti, nascondigli, e il countdown della morte mietitrice, che si abbatte inesorabile su tutti gli amici della protagonista, la sopravvissuta Sidney, alla quale Ghostface dà la caccia. Non è sull’effetto sorpresa che Scream gioca la sua partita, ma sulla capacità, durante la corsa, di scovare i clichè, le ipocrisie, gli stilemi filmici triti e ritriti dell’horror.

Nonostante la qualità dei film della collana vadano lentamente a calare, almeno dal quarto capitolo fino all’ultimo, Scream è rimasto coerente alla sua capacità di essere ventriloquo del cinema horror, parlando della sua veste iconografica e ridendo di essa. Paura e ironia si intrecciano in un grande saggio sul genere horror, come l’eredità che Wes Craven ci lascia e che riparte dietro la regia traballante ma appassionata di Kevin Williamson.

Il settimo capitolo: disillusione e paura

Per venire ad oggi… Il settimo capitolo di Scream, co-prodotto da Spyglass Media Group e Paramount Pictures, è l’unica grande uscita wide del weekend negli Stati Uniti. Il film ha incassato, solo nella giornata di giovedì, 7,5 milioni di dollari, ergendosi a enorme successo commerciale. Ma cosa ha rappresentato realmente dal punto di vista critico? Il film diretto da Williamson ha il difetto di aver reiterato allo stremo gli stilemi della saga, nascondendo solo dietro l’ingresso dell’AI un tentativo di innovazione drammaturgica.

La verità è che Scream ci piace così com’è, proprio per le sue dinamiche horror già conosciute. È tuttavia un vero peccato che non si renda oggi giustizia alla maschera, dandole un significato nuovo e, come il male odierno, più complesso. Il ritorno del passato è alla base degli Scream, anche quando il killer è morto, anche quando la città sembra tornare alla normalità. Ma Scream 7 ci induce a chiedercelo: è davvero necessario che sia così?

Il fine secolo tra crepuscolarismo e disubbidienza

Nonostante tutto, la maschera dell’”Urlo di Munch”, così impersonale e angosciante, ci incanta da decenni, soprattutto nei suoi primi capitoli, con quel mondo anni ’70-’80 in cui l’uomo senza volto è la metafora perfetta delle nostre paure. Ma cos’ha Ghostface di diverso rispetto a maschere simili (Jason, Michael Myers)?

La capacità di mutare, senza cambiare mai la maschera. Prendiamo, ad esempio, i primissimi film. Dagli Anni ’70 agli Anni ’90 i giovani, sotto la spinta di una grande ripresa economica e commerciale, iniziarono a sperimentare, scrivere, stimolare un’inedita immaginazione creativa. La generazione del fine secolo rappresentò il tramonto di un’era e l’alba di un nuovo tempo.

E, così, anche la società si è spaccata in due: Upper e High Side americana, legate a un conservatorismo bianco e repubblicano, e una Middle class rivoluzionaria e democratica. Ci si è iniziati a chiedere: cosa c’è sotto l’apparenza vittoriana dell’alta società? Non c’è una risposta univoca, ma di certo Wes Craven, scegliendo il college come ambiente prediletto dei suoi Scream, si è avvicinato notevolmente al punto della questione, ascoltando sussurri, segreti e paure del mondo dei teenegers. La paura di diventare adulti, la ribellione verso le figure genitoriali, la disubbidienza alle regole scolastiche hanno dimostrato che i tempi erano notevolmente cambiati, rispetto a quell’etichetta etico-religiosa del passato. Tutto questo è stato in Scream.

L’evanescenza del mondo attuale

Dal quarto capitolo in poi, invece, è subentrato un nuovo mondo: i mass media, la spettacolarizzazione del quotidiano, l’ossessione per il true crime. Scream, dunque, si dimostra una saga che non è solo sangue e ironiche trovate di inseguimento, ma un incedere lento e terrificante dentro ai quadri politici e culturali degli anni che attraversa. Dalla paura di restare soli a casa dei primi tre capitoli, alla pericolosa pervasività dell’AI, (da Scream 4 a Scream 7).

La paura si fa sempre meno tattile, il killer evanescente, i nemici si moltiplicano, e la necrotica attrazione per il crime ci anestetizza. Il mondo attuale, tra voglia di apparire, e insensibilità alla paura, genera un’angoscia maggiore di quella che abbiamo mai provato prima. E Scream 7, nell’insufficienza di raccontare il Male, ne è una dimostrazione.

Doriana Gatta