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Approfodimenti

25 anni di ‘Hannibal’: l’opera più incompresa di Ridley Scott

Venticinque anni fa 'Hannibal' di Ridley Scott, faceva capolino nelle sale, scuotendo l’opinione pubblica e finendo al centro di un dibattito incrociato tra cinema, cronaca nera e politica. Un’opera complessa quanto l’amato capostipite ma da questi lucidamente slegata per tematiche e richiami storici

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'Hannibal', l'opera più incompresa di Ridley Scott usciva 25 anni fa, portandosi dietro una scia di polemiche e scontentando la critica

A febbraio 2001 il fenomeno Hannibal esplode nei cinema di tutto il mondo. Un progetto fortemente voluto dal produttore Dino De Laurentiis e già parecchio chiacchierato per via di alcune sequenze forti. Alla regia c’è un Ridley Scott fresco di trionfo dal suo Il Gladiatore e un cast inappuntabile tra superstar americane e talenti nostrani. Schiacciato dall’inevitabile confronto con Il silenzio degli innocenti, il film di Scott è a conti fatti un’opera a sé stante, che persegue una filosofia precisa, capace di renderlo attuale anche oggi dopo 25 anni.

Disponibile attualmente su Prime Video.

25 anni di Hannibal: un’opera incompresa per un cinema d’altri tempi

Quando Hannibal arriva finalmente nelle sale nel febbraio 2001, la stagione natalizia ha visto trionfare ai botteghini prodotti diversissimi tra loro come Cast Away, What Women Want, Unbreakable, Il Grinch, mentre nella Top Ten degli incassi dell’anno appena concluso troviamo Ti presento i miei e La tempesta perfetta. Un mix di sapori impensabile per il panorama cinematografico degli ultimi quindici anni, dove almeno la metà di questi titoli sarebbero stati dei sequel.

Non a caso l’uscita del nuovo capitolo delle avventure di Hannibal the Cannibal coincise con l’inverno in cui era palpabile una interessante e bilanciata eterogeneità dell’offerta tra i titoli di maggior richiamo. Dal dicembre successivo, con l’avvio delle saghe di Harry Potter e Il signore degli anelli, sarebbe iniziata l’era dei grandi franchise, saghe multimiliardarie che avrebbero troneggiato in cima alle classifiche del box office, omologando e settorializzando i gusti del pubblico.

Tornando a Hannibal, il film di Ridley Scott merita, forse più di altri, un accurato lavoro di riscoperta, e per farlo è fondamentale azzerare ogni paragone con l’ingombrante predecessore. Scott e De Laurentiis fin da subito virarono verso una nuova formula che rese Hannibal Lecter divo assoluto del film, il perno di una storia attorno al quale si sarebbero intrecciate vicende e personaggi.

Clarice Starling (qui un’algida e sottovalutata Julianne Moore) si sarebbe imposta prevalentemente nella prima e nell’ultima parte di film, lasciando libero Anthony Hopkins di sfoderare tutto il repertorio “lecteriano” in quello che è indiscutibilmente il suo ruolo più memorabile. Scott decise di dare al film un’impronta chiara e riconoscibile, non temendo minimamente il confronto né col pluripremiato prequel né con la matrice originale (il non esaltante best-seller di Thomas Harris).

Lecter come non lo avete mai visto

Hannibal è un’opera (come lo era Il silenzio degli innocenti) capace di brillare di luce propria per tutte le due ore e dieci di durata. Il comparto visivo assume un ruolo determinante in questa pellicola, per via di una soffocante oscurità che permea un po’ tutte le ambientazioni, siano esse lo scantinato dell’FBI dell’agente Starling o la spettrale Firenze dove il dottore si rifugia. Si ha a tratti la sensazione di assistere a un poemetto visivo, grazie a una fotografia gotica, con dei blu e neri intensissimi, efficaci nell’accompagnare lo spettatore verso il macabro viaggio nella “controllata follia” del protagonista.

È una pellicola che ha varie anime, che si riflettono nella personalità dei protagonisti. Lecter non è più imbrigliato dietro le sbarre di una prigione ma è libero di soddisfare tutti i suoi desideri. Scott dietro le quinte e Hopkins davanti fanno di tutto per rimarcarne l’ingegno, l’abilità camaleontica, l’impareggiabile carisma e l’irresistibile ascendente su tutti coloro con i quali il film entra in contatto.

Clarice non è più la donna insicura e desiderosa di affermazione del primo film. È una leonessa ferita, una combattente ancora inesauribile, ma frustrata all’idea di poter soccombere sotto quel mondo maschilista che aveva così faticosamente scavalcato. L’anima di Mason Verger è invece spezzata, dilaniata come il suo volto, bramosa di vendetta e senza la minima traccia di rimorso.

'Hannibal', l'opera più incompresa di Ridley Scott usciva 25 anni fa, portandosi dietro una scia di polemiche e scontentando la critica

Hopkins e Giannini in una scena del film

Hannibal e l’Italia

L’Italia gioca un ruolo fondamentale in Hannibal. La mente dietro al progetto è quel Dino De Laurentiis che aveva reso celebre il cinema italiano nel mondo. L’orgoglio italiano tuttavia è marcato nella parte centrale, la più efficace dell’intera pellicola, grazie a una messa in scena di Firenze unica nel suo genere. Scott, avendo già tessuto le lodi di Roma ne Il Gladiatore, volle ritrarre la città di Dante come un personaggio a parte, cupo e sprettrale.

È una città imprigionata nell’eterno conflitto tra tenebra e luce. La Firenze di Hannibal pulsa, respira e passeggia insieme al dottore. Si arricchisce poi di personaggi danteschi, figure bizzarre e pericolose, anime che gridano continuamente il loro malcontento, con continui riferimenti simbolici a Giuda e alla congiura dei Pazzi. La bellezza va di pari passo col lato demoniaco e ogni figura ha la sua colpa da espirare, come nel più classico dei gironi danteschi.

La rappresentazione terrena di questa allegoria visiva è incarnata dal grigio ispettore di Giancarlo Giannini. In bilico tra avidità e amore per la moglie, Pazzi è un uomo ansioso di rivalsa, che finisce per sottovalutare l’arguzia di Lecter. I duetti tra Giannini e Hopkins valgono da soli l’intero film. Il loro duello psicologico, spalmato su più momenti, sullo sfondo di una città così tenebrosa, rappresenta il punto più alto della pellicola. Un armonioso gioco delle parti tra due giganti, entrambi nativi teatranti.

C’è poi una folta schiera di fuoriclasse italiani, tutti meravigliosamente in parte, come Ivano Marescotti e un giovane Fabrizio Gifuni. Fu proprio in Italia, inoltre, che le critiche si fecero particolarmente feroci, con alcuni deputati che ne sconsigliarono la visione a un pubblico facilmente impressionabile. Questo alla luce del fatto che la commissione censura classificò Hannibal come “Film per tutti”, cosa che lasciò perplessi gli stessi produttori.

Amore, carne, omicidio

Se la distanza fisica tra Hannibal e Clarice è più marcata in quest’opera, l’affetto di Lecter verso la donna non ne risente, al contrario è fervido più che mai. Un rapporto morboso capace di andare oltre il velato erotismo del primo film. Come un padre pronto a tutto per alleviare le sofferenze della figlia, Hannibal esce dal suo rifugio per salvare la sua amata. Non si limita più solo a fornirle i mezzi affinché faccia pace col suo passato ma interviene direttamente, stavolta con la forza, sulle cause delle sue inquietudini.

Un amore tossico (e più che mai attuale) che finisce per sfociare in qualcosa di pericolosamente incontrollabile, in netta contrapposizione col romanzo dove la carnalità ritorna prepotentemente al centro del rapporto in un finale anticlimatico e ancora oggi disorientante per molti.

La carnalità in tutte le sue forme è un altro dei temi fondamentali del film di Scott. Dall’assalto di Lecter all’infermiera, all’orribile morte di Pazzi, ai cinghiali divoratori di uomini, fino all’antropofagia stessa di Lecter, la carne è l’alibi principale delle atroci azioni dei personaggi. La peggiore delle conseguenze di questi eventi è la sorte toccata a Mason Verger, orribilmente mutilato eppure l’unico a poter ancora rivaleggiare con Lecter in quanto a macabro carisma. Se volessimo fare un parallelismo con l’attualità, Verger sarebbe un moderno Jeffrey Epstein. Un sadico torturatore, al quale tutti sembrano dovere qualcosa o essere legati da oscuri rapporti di interesse reciproco. Una scheggia impazzita a cui, tuttavia, nessuno può ritrarsi.

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Hannibal Lecter in una scena del film

Il fascino dell’assassino seriale

C’è poi un aspetto di cui il film, come già il suo predecessore, sembra essere direttamente o indirettamente responsabile. L’aver normalizzato la figura dell’omicida seriale. La figura di Hannibal Lecter influisce negativamente allorquando conduce le persone nell’ erronea convinzione che la natura del serial killer possa associarsi alla raffinatezza e all’eleganza del dottore cannibale. Quasi a voler trovare a tutti i costi una giustificazione per le nefandezze commesse (la storia di Ted Bundy ne è un macabro esempio). I continui riferimenti al Mostro di Firenze, un caso di cronaca ancora vivido nella mente dello spettatore al momento dell’uscita del film, permettono di annullare temporaneamente il confine tra finzione e realtà.

A voler fare mente locale, il periodo coincise con l’interesse sempre più atavico dei media per il true crime, fino ad evolvere nella pornografia televisiva dei giorni nostri. Se da un lato questi divi del terrore hanno sempre suscitato un ambiguo fascino nel cuore degli spettatori, dall’altro questo interesse è stato subdolamente stimolato dall’insistenza dei vari network televisivi, che tanto in Italia quanto nel resto del mondo pongono ormai la cronaca nera al centro delle loro linee editoriali.

In questo senso risultano ancora più incoerenti le proteste italiane per alcune scene particolarmente intense (la cena a base di cervello è ancora difficile da sostenere per molti). Questo anche alla luce, invece, dell’ottuso silenzio verso l’odierna narrazione mediatica di omicidi, violenze, traumi di vario genere, asfissiante e ossessiva.

Hannibal: un’opera che merita una seconda occasione

Impossibile parlare di Hannibal senza menzionare la colonna sonora di Hans Zimmer, un piccolo gioiellino dimenticato della carriera del compositore. Dai temi più lirici si passa a quelli più nevrotici del thrilller poliziesco con una naturalezza e un’eleganza invidiabili. Le tracce calde e riflessive conferiscono più chiavi di lettura alla pellicola tramite un’economia di sensazioni e atmosfere. Il lavoro di Zimmer porta lo spettatore a interrogarsi genuinamente sulla vera natura dell’opera. È più un dramma romantico o un noir di stile? Un thriller dalle venature horror o un semplice poliziesco vecchio stampo?

Hannibal ha dimostrato a conti fatti di riuscire a camminare perfettamente sulle sue gambe. Un’opera stracolma di riferimenti simbolici e chiavi di lettura diverse che ha contribuito a saldare la figura del personaggio creato da Thomas Harris nell’immaginario collettivo. Rappresentò il figlio illegittimo di una stagione cinematografica piena di progetti molto più rassicuranti. Spezzò bruscamente la spensieratezza del pubblico e dell’industria di inizio millennio ancora così sognate, ricca di risorse e disposta ad osare. Una serenità troncata nuovamente, di lì a settembre, da avvenimenti ben più noti e tragici. Forse Hannibal, nel suo piccolo, un ruolo premonitore l’ha avuto.

Hannibal

  • Anno: 2001
  • Durata: 131'
  • Distribuzione: Filmauro
  • Genere: horror, thriller
  • Nazionalita: Stati Uniti
  • Regia: Ridley Scott
  • Data di uscita: 09-February-2001