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Approfodimenti

Linklater e l’eco della Nouvelle Vague

Quando la memoria diventa gesto cinematografico

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Nouvelle Vague

Con Nouvelle Vague, Richard Linklater compie un gesto tanto delicato quanto consapevole: raccontare la nascita di À bout de souffle (in Italia meglio conosciuto come Fino all’ultimo respiro) senza mai tentare di mettersi sullo stesso piano del genio che lo ha firmato, Jean-Luc Godard. È una scelta che definisce l’intero impianto del film, dove a mancare è proprio quell’arroganza cinefila e quel desiderio di tessere un compiacimento teorico travestito da saggio che in tanti, all’annuncio della nuova creatura del regista texano classe 1960 (anno, senza farlo apposta, anche dell’uscita dell’opera prima firmata dal cineasta francese), avevano temuto a larghe riprese. Linklater non usa tanto Godard per parlare di sé, quanto piuttosto per fare un passo indietro e lasciare che la storia respiri autonomamente.

Il risultato è un simil-mockumentary che funziona proprio perché non si atteggia: Nouvelle Vague racconta una storia con una semplicità che non gioca in sottrazione, ma al contrario rivela padronanza del mezzo. Il ritmo, fluido e mai ingessato, si mostra abile nel seguire le svolte produttive e creative della lavorazione di un vero e proprio manifesto dell’epoca, senza però perdere la purezza del proprio essere; mentre il cast, compatto e calibrato, tiene saldo il tessuto narrativo, accompagnando a braccetto una sceneggiatura accogliente sin dai suoi primi battiti e capace di restituire a pieno l’energia di un gruppo di giovani autori che stanno inconsapevolmente per cambiare la storia del cinema.

“Sii rapido come Rossellini, spiritoso come Sacha Guitry, musicale come Orson Welles,
semplice come Marcel Pagnol, lacerato come Nicholas Ray, efficace come Hitchcock,
profondo come Bergman e insolente come nessun altro.”
François Truffaut

La purezza dello sguardo

A sorreggere l’intera impalcatura narrativa sono soprattutto la passione e la sincerità dello sguardo. È grazie a queste che la tensione del racconto si proietta su un passato ormai mitizzato, filtrato da un bianco e nero granuloso che non presenta una funzione decorativa, bensì denota una vivace vena evocativa nel voler mostrare la sfacciataggine anarchica di Jean-Luc Godard e nel cristallizzare l’effervescenza teorica dei Cahiers du Cinéma. Ne nasce un’opera sospesa tra ricostruzione filologica e partecipazione emotiva, capace di coniugare rigore e slancio senza irrigidirsi in una sterile operazione museale.

È, innegabilmente, un film pensato da cinefili e rivolto verso i medesimi: una qualità che ne costituisce insieme la forza e il limite. Chi possiede gli strumenti, per orientarsi in quel preciso snodo storico, coglie rimandi, tensioni, sottotesti; chi ne è privo, non resta escluso, ma rischia di fermarsi alla superficie, finendo per apprezzare l’eleganza del tessuto meta-cinematografico senza penetrarne davvero l’anima nella maniera più stratificata possibile.

Operazione nostalgia?

Negli anni furenti e fiorenti del cinema francese, la riflessione teorica era uno strumento di lotta. Scrivere significava prendere posizione, ridefinire gerarchie, sovvertire canoni noti e radicalizzati nella massa. Oggi la cinefilia rischia talvolta di trasformarsi in comfort zone, considerata più frequentemente come archivio da custodire che come terreno da mettere in crisi o con cui quantomeno giocare. Linklater sembra muoversi su questa linea sottile: celebrando una stagione irripetibile senza cadere nell’idolatria, ma al tempo stesso costruendo un’opera che trova il suo massimo compimento nello spettatore preparato – se non addirittura appassionato – del periodo storico delineato.

Eppure, è proprio quando il film potrebbe chiudersi in questa dimensione specialistica che la pellicola compie il suo passo più interessante.

In tal senso, il merito più evidente del film: la leggerezza. La lettura linklateriana della Nouvelle Vague evita la monumentalità e sceglie la vitalità. Emblematiche, in quest’ottica, le parole rivolte agli attori: “Non state girando un film d’epoca. State vivendo l’attimo. Godard è alla sua prima esperienza da regista. Girare con lui è divertente, ma vi state chiedendo se questo film uscirà mai in sala”.

È in tale clima di incertezza che Nouvelle Vague trova il proprio tono, non celebrando un mito già scritto, ma restituendone il brivido intrinseco di qualcosa che sta accadendo e che potrebbe fallire sin dalla sua alba.

Il tempo secondo Richard Linklater

Proprio all’interno di questo frangente emotivo, a riaffiorare è il tema centrale della poetica del regista texano: il tempo. Non il tempo epico delle rivoluzioni già consacrate, ma quello fragile dell’attimo. Linklater, che ha costruito la propria carriera sulla durata e sulla trasformazione impercettibile — dalla vena malinconica esplicitata con Boyhood, fino alla spontaneità generazionale di Slacker — guarda al passato non tanto come a un monumento, quanto come a un presente in divenire. Non come a un archivio chiuso, ma come a un campo ancora abitabile. In quest’ottica, il bianco e nero e la grana non servono a imbalsamare un’epoca, bensì a riattivarla, mentre la “trilogia dell’amore” (The Before Trilogy) si scopre improvvisamente fragile nel volgere le proprie spalle al tempo passato.

In questo senso, Nouvelle Vague non è soltanto un film che guarda al passato, ma anche un pretesto per interrogare il modo in cui il presente decide di ricordarlo. Nei confronti di tale questione, la memoria si pone in modo tutt’altro che neutrale: ricostruire la genesi di Fino all’ultimo respiro significa scegliere quale immagine della rivoluzione conservare e quale smussare.

Ed è proprio all’interno di questo processo che il tempo si fa dispositivo critico. Questo spostamento è fondamentale: restituisce alla rivoluzione attuata dal movimento cinematografico il suo carattere più sincero, permettendo così la nascita di uno strumento delineato non solo al fine di ricordare il mito, ma anche, e soprattutto, con il vivido intento di destabilizzare l’idea stessa dietro tale termine, riportando quest’ultimo a una dimensione umana e meravigliosamente imperfetta.

La rivoluzione è nell’attimo

Accolto con entusiasmo al Festival di Cannes e distribuito in Italia da una Lucky Red in stato di graziaNouvelle Vague presenta poi un ulteriore livello di lettura, forse il più contemporaneo. La Nouvelle Vague storica nasceva come atto di rottura sostanziale: contro le convenzioni narrative, contro l’industria, contro il cosiddetto “cinema di qualità” tradizional-francese. Oggi, invece, in un sistema più fluido e globalizzato come quello contemporaneo, la sovversione non passa più dall’urto frontale e dall’abbattimento delle regole, ma dalla loro riscrittura e conseguente raffinamento formale. Linee pulite, controllo maniacale della messa in scena, fotografia impeccabile: la ribellione, quando presentata come tale, si manifesta nell’estetica, non più nella demolizione del sistema. Nouvelle Vague accetta questa trasformazione scegliendo di essere spontaneo, senza perdersi in nostalgie tanto sterili quanto invitanti o tentare di replicare in maniera artificiale l’anarchia originaria.

In questo senso, il film di Linklater non è un atto rivoluzionario nel senso nudo e crudo del termine. È qualcosa di più sottile: un film che interroga la memoria della rivoluzione e ne misura la distanza dal presente. Se Godard filmava per rompere, Linklater filma per comprendere. E nel farlo, ricorda che ogni gesto davvero sovversivo nasce sempre in un tempo incerto, quando spesso e volentieri la Storia ancora non è minimamente consapevole di essere tale.

“L’arte è o plagio o rivoluzione.”
Paul Gauguin

Nouvelle Vague

  • Anno: 2025
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: Lucky Red
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Francia
  • Regia: Richard Linklater
  • Data di uscita: 05-March-2026