Dodici sono i racconti che compongono Tutte le cosmicomiche di Italo Calvino. Dodici, idealmente, potrebbero essere anche i minuti di applausi che celebrano La Cosmicomica vita di Q, andato in scena al Teatro Carignano di Torino dal 10 al 22 febbraio.
Ideato e diretto da Luca Marinelli, con la co-regia di Danilo Capezzani, lo spettacolo segna il ritorno a teatro di uno degli attori italiani più apprezzati dell’ultimo decennio. Dal febbraio 2012 Marinelli non calcava le assi del palcoscenico, Sogno di una notte d’estate per la regia di Carlo Cecchi, al Teatro Vascello di Roma, segnò il suo ritiro dalle scene e l’inizio della sua carriera cinematografica.
Un ritorno necessario
Durante l’incontro con la compagnia tenutosi al Circolo dei Lettori di Torino per la rubrica Retroscena e Fuori Copione, Marinelli ha chiarito le ragioni profonde di questo ritorno: la necessità di rimettersi in gioco dal vivo, di tornare al contatto diretto con il pubblico e di circondarsi degli amici di una vita, di chi con lui ha studiato, lavorato, condiviso percorsi artistici e personali.
“Abbiamo iniziato a lavorarci circa due anni fa, grazie alla fiducia di Monique Veaute, allora direttrice del Festival di Spoleto, che mi ha dato uno spazio per esprimermi in totale libertà, però non sapevo se sarei stato all’altezza. Lì ho firmato la mia prima regia, mettendo in scena Un relazione per un’Accademia, un testo di Kafka a cui ero molto legato. L’anno successivo mi è stato chiesto di tornare con un nuovo progetto. Non avevo le idee chiare: ero combattuto tra Tutte le cosmicomiche di Calvino e Amleto. Ma su Amleto non riuscivo a trovare una chiave davvero personale, un modo nuovo per affrontarlo. Con Calvino, invece, ho sentito subito uno spazio di libertà, di invenzione, di gioco. Ed è da lì che è nato tutto“
Il teatro come casa, come rifugio, come luogo di verità. La messa in scena rompe i canoni dello spettacolo tradizionale: la platea diventa scena, il pubblico parte integrante della drammaturgia. Gli spettatori vengono interrogati, osservati, fissati negli occhi. Quesiti sul valore universale dell’esistenza vengono posti direttamente alla sala.
Gli attori ricordano di essere persone tra persone, esseri umani tra esseri umani. Nessuna quarta parete: solo una linea sottile tra chi guarda e chi è guardato. Lo spettatore viene catapultato in mille mondi, tra costumi, colori, movimenti, storie sovrapposte. Il cervello è messo alla prova: colpe collettive, responsabilità future e visioni distopiche che non sembrano più così lontane.
Il processo creativo
Adattare il testo letterario al teatro è stata una sfida complessa: gli autori hanno iniziato le prove senza un copione definitivo né personaggi pienamente delineati. Il debutto al Festival dei Due Mondi di Spoleto è stato fondamentale per mettere a fuoco la messinscena e definire i molti ruoli, come raccontano gli interpreti della compagnia guidata dal capocomico Marinelli, con Valentina Bellè, Federico Brugnone, Alissa Jung, Gaia Rinaldi, Gabriele Portoghese, Fabian Jung.

La drammaturgia è di Vincenzo Manna, con scene e luci di Nicolas Bovey, la musica originale è firmata da Giorgio Poi, amico ed ex compagno di scuola di Marinelli, con cui l’attore ha recentemente collaborato anche in Paternal Leave, diretto dalla stessa Alissa Jung.
Le parole e la memoria
«Le parole sono importanti», diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. E le parole in questo caso sono un fiume in piena: un flusso unico che mescola dialetti, lingue, pronunce. Un teatro dell’assurdo che, nel mondo contemporaneo, si trasforma in inquietante specchio della realtà.
Q, interpretato da Marinelli è il fil rouge che unisce le varie storie, è un essere che esiste da prima della nascita della Terra. Ha vissuto migliaia di anni, ha amato, ha visto, ma non ricorda o forse sceglie di non ricordare. Perché vivere il presente portandosi dietro il peso del passato è complesso.
I generi, il gioco e la commedia si mescolano di continuo, così sottolinea Alissa Jung:
“Durante i periodi di prova abbiamo fatto molta improvvisazione sui personaggi, siamo stati dei vermi, dei dinosauri, siamo stati di tutto. Avevamo creato il gioco tra di noi, io ogni tanto quando vado in scena mi ricordo ancora questi primi incontri, perché erano veramente belli”
La memoria è centrale in questo spettacolo. Non è scontata. «Pasolini diceva che gli italiani sono il popolo che dimentica sempre tutto, in questo periodo non avremmo questo governo se non fossimo così smemorati», afferma Marinelli alla presentazione. Una dichiarazione che lega Calvino all’oggi, la cosmologia alla politica, la fantascienza alla cronaca. Il futuro è incerto, la Terra si sta consumando. L’universale diventa intimo, e viceversa.
Una sfida attoriale continua
La drammaturgia rielabora il testo originale di Calvino in una partitura serrata che mette alla prova la memoria degli interpreti: se una battuta si inceppa, non ci si ferma, si riprende, si continua in un loop potenzialmente infinito. I personaggi sono molteplici, ma gli attori sempre sette. Un gioco di trasformazioni continue, una vertigine identitaria che riflette la natura mutevole dell’universo calviniano.

In un teatro sold out, lo spettacolo dimostra la necessità di mantenere viva un’arte millenaria che in Italia troppo spesso viene messa in secondo piano. Eppure, quando a realizzarla sono professionisti consapevoli del mezzo e della sua potenza, il teatro torna a essere centrale, necessario, politico.
L’abbraccio finale
Alla fine dello spettacolo, fuori dal teatro, la folla si accalca in attesa di Marinelli: foto, video, autografi. Gli occhi e il sorriso di un attore padrone della scena, che calca lo stesso palco attraversato dai giganti del passato, tradiscono però un’emozione autentica, quasi disarmata.
Travolto dall’affetto, Marinelli si rifugia nel suo posto sicuro: in mezzo alla compagnia, con al guinzaglio il suo fedele cane. E forse è proprio questa la cifra dello spettacolo: cosmico e umano, vertiginoso e intimo. Come Q, come il teatro, quando è vivo.